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Lampoon 2019 .pdf



Nome del file originale: Lampoon_2019.pdf
Titolo: Copia di Lampoon 17 - ITA_LR

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RESILIENCE

ISSUE 17

OBJETS NOMADES

MILAN0

Mandala Screen, design by Zanellato / Bortotto
for LOUIS VUITTON Objets Nomades.
The screen is inspired by the geometric mandalas
traditionally used for meditation and reinterprets the
Maison's floral monogram; the Louis Vuitton leather
is woven on the three metal circles, fixed on a white
Carrara marble base.
All the photographs in this feature were taken inside
the building in Via Plinio, 59 in Milan

photography Roberto Patella

Goccia Vase, designed by Marcel Wanders for LOUIS VUITTON Objets Nomades, made in red Murano blown glass

Venezia Lamp, designed by Marcel Wanders for LOUIS VUITTON Objets Nomades. Interpretation of the traditional Venetian lantern. Blown glass, leather straps, golden brass studs

Detail of the Mandala Screen designed by Zanellato / Bortotto for LOUIS VUITTON Objets Nomades

GIANNI BIONDILLO INTERVISTA ZANELLATO / BORTOTTO

LOCALE / GLOBALE

LA MORBIDEZZA DELLA SCUOLA FRANCESE
LA SAPIENZA DEGLI ARTIGIANI ITALIANI
MANIPOLARE LA MATERIA PRIMA DI DISEGNARLA

In alto, Brass, Copper e Iron della serie Marea, 2018,
collezione di mobili-contenitori che trae ispirazione
dal metallo quale materiale vivo;
in basso, dettaglio del tessuto S. Polo della collezione
Acqua Alta per Rubelli, foto di Mauro Tittoto;
nella pagina a fianco,
Masseria della collezione Storie realizzata per
CEDIT (Ceramiche d’Italia).
Design Daniele Bortotto & Giorgia Zanellato

Da narratore mi sono spesso occupato di design. Ho scritto di
Albini, dei fratelli Castiglioni, di Borsani, faccio parte del comitato
scientifico della fondazione Magistretti, Michele De Lucchi mi ha
fatto l’onore di presentare un mio romanzo, indosso occhiali disegnati dal mio amico Matteo Ragni. Mi sono sempre sentito immune
dal timore di perdere colpi sull’argomento. Poi mi distraggo un
attimo, salto un paio di Fuorisalone a Milano, ed ecco il risultato: Zanellato/Bortotto. Chi sono? Perché, al primo colpo d’occhio,
faccio fatica a localizzare nel tempo e nello spazio i loro prodotti?
Lo studio esiste da pochi anni eppure ha già collaborato con molti
marchi nazionali e internazionali, come Rubelli, Moroso, Cappellini, Tod’s, Nilufar. Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto (i due
titolari) nel frattempo hanno anche ricevuto premi e visto esposti i
loro lavori in sedi come la Triennale di Milano o il MAXXI di Roma.
Così non va, mi sono detto.
«Vengo da Mestre – mi spiega Giorgia – invece Daniele è di Casarsa, in Friuli». Il produttivo nord-est, replico. Dove vi siete incontrati, a metà strada? «I primi anni universitari li abbiamo fatti allo
IUALV» – quindi vi siete conosciuti a Venezia. «No. C’è un anno
di differenza fra noi due, non frequentavamo gli stessi corsi. Io
poi mi sono spostata a Losanna per il master all’ECAL, la scuola
cantonale d’arte e design» – e poi? «L’anno dopo ci sono andato
anch’io», mi dice Daniele. «Non conoscevo nessuno in Svizzera,
ho chiesto informazioni ai pochi studenti italiani presenti. Da lì è
nata la nostra amicizia che poi è diventata una collaborazione
professionale». Fatemi capire, cosa c’è che non andava a Venezia? «Niente, da mestrina io ci sono affezionata», mi dice Giorgia.
«Venezia è una buona scuola – prosegue Daniele – ma troppo
teorica. È un difetto di molte accademie italiane. A Losanna invece l’approccio è più laboratoriale, si lavora come in uno studio».
D’accordo, ma perché Losanna? Avevate il Politecnico di Milano a
disposizione, il corso di design ha un’ottima reputazione. «Volevo
fare un’esperienza formativa all’estero. Losanna era perfetta. Città
piccola ma ci insegnavano a prenderci i nostri rischi. Il livello teorico, rispetto agli studi in Italia, era carente. I nostri compagni di
studio sapevano tutto delle riviste ma non conoscevano un nome
del passato. Noi abbiamo sempre cercato di mantenere un equilibrio fra le due cose».
Hanno trent’anni. La generazione che i sociologi hanno chiamato dei ‘Millennials’. Per loro locale e globale non sono termini in

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contrasto. Vanno a prendersi
quello che serve, dove serve.
C’è pragmatismo in questo atteggiamento. Un po’ come il
loro sito, che è pubblicato in
inglese, senza una parola nella
loro lingua madre. «È la lingua
della comunicazione professionale», mi dicono. Io ci vedo
anche un modo per prendere
le distanze con una tradizione
del moderno che in Italia pesa.
Tanto quanto reputo doveroso
studiare gli autori del passato
– che la Storia l’hanno fatta per
davvero – altrettanto la fama
di certe firme può diventare
frustrante per chi sta iniziando
un proprio percorso. «È come
se si fosse vissuti con un peso
sulle spalle. Uscire dall’Italia
era un modo per evitare di ricalcare i maestri, per avere più
spazio da esplorare, più libertà». Osservando i loro prodotti
– lampade, letti, arredi, tappeti
– faccio fatica di primo acchito
a trovare una genealogia. Sia
Daniele sia Giorgia non hanno
mai visto un tecnigrafo in vita
loro, non hanno subìto la dittatura dell’angolo retto. È lo scarto generazionale fra me e loro
quello che provo guardando le
cose che fanno. «Io sono fissata col cerchio, mi dice Giorgia
sorridendo, e a Daniele piace
ammorbidire gli spigoli. Gli
oggetti devono essere accoglienti – mi spiega Daniele. La
passione per certe morbidezze
ci viene dalla scuola francese,
poi ci lasciamo guidare dalle
sapienze artigianali italiane,
da chi la materia la manipola
prima di disegnarla».
Perché avete deciso di aprire
lo studio proprio a Treviso, che
non è la città di nessuno dei
due? A questo punto un posto
valeva l’altro. Non potevate
restare in Svizzera? «La scelta
di Treviso è accaduta per caso.
Avevo vinto una borsa di studio
di un anno a Fabrica – quello
che Benetton e Toscani chiamano un ‘centro di sovversione
culturale’, dice Giorgia – che
ha la sede proprio a Treviso.
Ora ci vivo da sette anni, non
me ne sono più andata». «In
realtà – prosegue Daniele –
avevamo deciso da subito di

ritornare in Italia. Per la qualità della vita, dei rapporti personali
dell’artigianato». Giorgia annuisce: «Acqua Alta, la nostra prima
collezione del 2013, è nata così. Rubelli ci ha fatto entrare nel
mondo del tessile. Impariamo sperimentando con gli artigiani».
C’è in loro come la tentazione al pezzo unico, artistico, e non se
ne vergognano. Per il designer novecentesco la parola ‘arte’ era
addirittura bandita, tutto doveva essere replicabile in serie. Erano
progettisti, facevano disegno industriale, non arte. «Siamo aperti,
ci interessa la contaminazione delle discipline. Con gli artigiani è
naturale pensare al pezzo unico o a edizioni limitate. Con loro si
impara sperimentando. Non abbiamo regole progettuali: schizzi,
computer, plastici, oppure direttamente in laboratorio, a voce». Mi
sembra quasi abbiate la tentazione di esplorare anche il mondo
del fashion design, e lo dico non solo perché i vostri oggetti sono
in vendita da LuisaViaRoma, perché avete disegnato un mocassino
per Tod’s, o per la collaborazione con Louis Vuitton alla collezione
Objets Nomades che verrà presentata alla Milan Design Week
2019. Giorgia sorride.
«Di una cosa siamo certi. Il prodotto funziona se ha una storia da
raccontare», spiega Daniele. «Le sedute Squele (scuola, in dialetto
friulano) sono ispirate alle forme senza tempo delle seggiole scolastiche della nostra memoria infantile». Riprende Giorgia: «Ci sono
Tessere o Arengario, tappeti di mosaico, ripropongono le facciate
di edifici di Torino o di Milano. Le ossidazioni sovrapposte sulla
madia in metallo Marea per De Castelli ricordano le tracce delle
maree a Venezia». Pensavo di chiacchierare con due designer, che
magari pensavano di essere due artisti – invece ho conosciuto due
colleghi. Narratori, proprio come me.

In alto e nella pagina a fianco, Palazzo; in basso, Masseria.
Tutte le opere fanno parte della collezione Storie.
Design di Zanellato / Bortotto



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