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Genealogia delle morali di Umberto Petrongari .pdf



Nome del file originale: Genealogia delle morali - di Umberto Petrongari.pdf

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Genealogia delle morali: conoscere l’Europa
antica per comprendere il presente e per
tentare di anticipare il futuro

di Umberto Petrongari

2

AVVERTENZA INTRODUTTIVA
Questo libro costituisce un work in progress: l’elaborato, nel corso del suo intero svolgimento, è
soggetto spesso a revisioni. A volte segnalo le correzioni di affermazioni fatte in precedenza, ma –
per lo più – spetterà al lettore cogliere – attraverso un’attenta lettura – le varie contraddizioni
emergenti nel testo: le affermazioni più recenti dovranno rimpiazzare quelle che le precedono.
Ho competenze celtiste e indoeuropeiste non specialistiche, essendo tuttavia maggiormente ferrato
su questioni di natura filosofica. Ciò non mi ha impedito di svolgere, in tale insieme di miei
appunti, considerazioni di tipo linguistico, etno-antropologico, sociologico, psicologico, storico,
politico.
Inoltre, soprattutto laddove tento di far luce su un passato remoto, mi sono imbattuto in ulteriori
difficoltà, poiché anche gli studiosi specialisti non dispongono di elementi sufficienti a chiarificare
tale oscuro ambito storico (nei vari suoi aspetti). Non ho potuto dunque far altro che congetturare su
ciò che in esso si è verificato. Oltretutto, le descrizioni fornite circa quanto in esso si è svolto,
risultano schematiche (in modo tale da poter essere esplicativo).

3

I
Essendo quello che segue il saggio di un appassionato destinato non solo a un pubblico
specialistico, ma anche a un lettore non specializzato, ho deciso di rendere non difficoltosa e
scorrevole la sua lettura. Per questo ho evitato di usare strani caratteri (in particolare nel rendere gli
etimi), ho deciso di utilizzare il nostro alfabeto per esprimere i termini in greco antico, infine ho
escluso ogni tipo di accentazione.
Tra i termini più originari, importanti e fondamentali degli antichi linguaggi indoeuropei, vi è quello
indicante la nozione del divino, espresso da ognuna delle maggiori divinità di ognuno dei vari
popoli ariani (o anche da quelle principali). Il (d)Iovis dei latini, lo Zeus (Djeus) greco, il Tiwaz o
Teiwaz protogermanico, il dio lituano Dievas (termine derivante da ‘devas’ – dio – l’equivalente del
lettone ‘dews’), i Deva indoiranici, i termini celtici devo, deuo e deio, provengono dalla radice div o
diu, indicante ciò che è celeste, diurno, luminoso. Il vocabolo latino ‘dies’, o quello inglese ‘day’,
indicanti il ‘giorno’, provengono dalla suddetta radice.
Altrettanto primordiali (o comunque antichissime) sono le divinità indoeuropee legate al vocabolo
‘sole’ (detto, ad esempio, ‘sol’ in latino, ‘sun’ in inglese, ‘sonne’ in tedesco). Ma la dea britannica
Sulis, oltre ad essere legata alle acque corrosive o inondanti, è anche connessa all’oltretomba. C’è
poi Sol Indiges, antica divinità italica, forse sabina, vi sono gli Asura indoiranici, gli affini Asen
nordici. Nella tradizione indoiranica talvolta, sia gli Asura che i Deva, sono entità infernali.
È infine interessante notare come il verbo inglese ‘to die’ (morire), derivi dall’anglosassone ‘deyja’,
lessema assai affine alla base div/diu. Come vedremo, certi vocaboli, oltre che semanticamente
polivalenti, sono al contempo ambivalenti. Indicano cioè nozioni, oltreché svariate, contrapposte.
Ebbene, l’antichissima opposizione semantica tra la rifulgenza del giorno (consentente la chiara
visibilità delle cose), di contro all’oscurità della notte, da sempre temuta per via del maggiore
disorientamento che comporta rispetto al giorno, è superata nella figura di divinità lucenti e
tenebrose al contempo. Visibile e invisibile, vita e morte, essere (fenomenicità) e nulla – dunque
bene e male – si equivalevano nella nichilistica mentalità originaria, non solo degli antichi
indoeuropei, ma anche – vi è da ritenere – di ogni restante popolo della terra.
In base a delle ricorrenti leggi – per giunta elasticamente reversibili – di trasformazione fonetica,
ricondurrò diversi temi a una matrice o base comune o identica.
V ed f tramutano in b o p, queste ultime nelle consonanti g, k o c, quest’ultima (o le ultime due) in
un’aspirata (come h, che può poi cadere), oppure in una s. La s, per rotacismo, può trasformarsi in
una r, oppure in d o t. Per lambdacismo il fonema l può modificarsi in una n, in una d o in una t.
Mostrerò dunque come i lessemi vel, fil, pit, pen, kel, ker, kat, ket, esprimano un significato identico
(o meglio, dei significati identici).
Il lemma ker può anche indicare, ad esempio, un piatto: indica tutto ciò che ha forma di ciotola,
ovvero tutto quanto è un contenitore di forma più o meno regolarmente semisferica.
Il lemma kel invece, da un lato designa tutto ciò che è più o meno elevato. Può indicare anche
altezze estreme, apicali. D’altra parte si lega a verbi che hanno il significato di ‘scavare’ e a nomi
come ‘fossa’, o addirittura ad un canale (piuttosto che a un fossato): tali i significati dei due suddetti
etimi nel dizionario di indoeuropeistica di Julius Pokorny.
Nel dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani il termine ‘cielo’ viene innanzitutto – stranamente
e curiosamente – ricondotto ad un aggettivo greco (koilos) che significa ‘cavo’, ‘concavo’, per
venire poi associato ad un nome greco (kytos) indicante un ‘vaso panciuto’. Si dice poi di come la
volta celeste venga immaginata come convessa (il che presuppone, a mio parere, già un certo grado
di sviluppo culturale-conoscitivo). E il mondo, il cosmo, venendo concepito come una sfera,
disporrebbe sia di un vertice inferiore (infero) che di un insuperabile vertice superiore (la sommità
celeste). Ancora una volta, un certo nome (nello specifico quello indicante il ‘cielo’), si rivela
ambiguo, indicando sia ‘i cieli’ che gli inferi.

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Pit può designare un colle (un ‘poggio’), un semplice rialzo artificiale (come, ad esempio, un
podio), una valle, forse anche una depressione. Pen denota soprattutto un’intera montagna, ma
anche la sola cima, la vetta, la ‘punta’ di un monte. Tuttavia, vi è da ritenere che i termini ‘piana’ o
‘pianura’ derivino da esso.
Prima che una pur grezza erudizione faccia immaginare all’uomo di vivere in un universo limitato e
sferico, egli si limita a registrare e a prendere atto, quasi con fredda indifferenza, di tutto ciò che
vede (di ogni cosa di cui fa esperienza). Tra il termine (di greca origine) ‘fenomeno’ e la base pen vi
è una connessione. La relativistica mentalità delle origini non distingue – perlomeno dal punto di
vista del valore estetico – ad esempio tra ciò che è più e meno elevato e imponente: una modesta e
banale collina, o un maestoso e sensazionale monte, non suscitano in essa reazioni estetiche
differenti.
Sembra che il suddetto tema comune, fino ad ora in esame, nella forma fonetica pit abbia –
perlomeno prevalentemente – indicato cose senza o con scarsa elevazione: nella forma fil tale suo
significato pare si sia adeguatamente conservato. Dalla radice fil deriva innanzitutto ‘figlio’ (in
latino, ‘filius’), quale colui che – perlomeno agli inizi della sua esistenza – ha innanzitutto bassa
statura. ‘Piccolo’, del resto, potrebbe essere riconducibile alla radice pit (così come però, tuttavia,
anche i termini ‘picco’ e ‘picca’). Una parvenza fonetica assai vicina a fil è però vel, che si presta
invece soprattutto a denotare quanto ha elevazione (si pensi all’abruzzese ‘Monte Velino’). Il
lemma, leggermente modificato in Bel, indicherà primariamente ciò che è celeste, solare e luminoso
(‘baleno’ può riferirsi a un lampo e più in generale ad ogni tipo di luce intensa, di bagliore).
Da fil deriverebbe anche la parola latina ‘filum’ (filo): esso lega, collega, tra loro due o più elementi
o cose. I legami soprattutto nucleari-familiari, secondariamente gentilizi, infine quelli ancor più
genericamente sociali, sono espressi da un altro derivato del lessema fil, ossia dalla parola latina
‘fides’. Più si procede storicamente a ritroso, più essa viene a consistere nell’aver fiducia nei
confronti dell’adempimento di un vincolante dovere sociale da parte di qualcuno (nei confronti –
ovviamente – di chi ha fiducia in costui – e viceversa).
Forse, ad una certa fase dello sviluppo storico sia civile che culturale, l’amore (quale cosa
tipicamente umana) viene ad essere il fondamento della fede (nel senso ovviamente della fiducia
reciproca vincolante i contraenti di un accordo – magari non scritto). E con alta probabilità,
precedentemente, onorare un patto e fidarsi di chi ha stretto quel patto, era una questione
prettamente utilitaristica (perlomeno a livello logico-teorico ciò lo si deve considerare come
necessario). Resta il fatto che solo per mezzo del linguaggio umano (meramente comunicativo,
ovvero cooperativo) è possibile fondare una società, fuoriuscendo da un animalesco stato di natura.
È per questo che ‘fede’ e ‘sacro’ risultano essere nozioni strettamente connesse. Nel Pianigiani il
termine ‘sacro’ viene fatto derivare dalla radice indoeuropea sac/sak/sag, avente il significato di
attaccamento, di vicendevole adesione, ovvero di mutua aderenza, di scambievole avvincimento.
Ma la società (quale fatto dunque tipicamente umano) non può che venire fondata dal linguaggio
(quale prerogativa tipicamente umana). Ecco perché, a mio parere, l’anzidetta radice indoeuropea
significa, al contempo, ‘dire’.
Probabilmente con la nascita dell’amore umano sorge anche la tendenza (sempre umana) a lasciarsi
esteticamente, artisticamente, fascinare da ciò che si vede. Da pen deriverebbe il verbo latino
‘pandere’, che ha il significato di ‘aprire’, ‘manifestare’, ‘spiegare’, ‘rivelare’, ‘svelare’, ma anche
di ‘fiorire’ o ‘sbocciare’. Quanto spicca, sporge, risalta (ad esempio un monte), è tale da suscitare in
noi vivo interesse, è tale da richiamare la nostra attenzione (che rivolgiamo con curiosità e stupore
verso quanto ci cattura lo sguardo). Un fiore che manifesta se stesso spuntando quasi
all’improvviso, è tale da stimolare lietamente la nostra mente (è tale da dilettarla). Un identico
effetto lo si ha, ad esempio, alla vista di una sorgente fluviale. Non è allora casuale che, ad esempio,
il fiume Velino, che scorre in Sabina attraversando la città di Rieti, porti lo stesso nome del monte
abruzzese sopramenzionato. Ma forse, prima che l’uomo sviluppi la sua calorosa, affettuosa,
umanità e il suo entusiasmante (e più o meno timoroso a seconda dei casi) senso estetico, appella

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rilievi, alture e corsi d’acqua allo stesso modo per via del fatto che una sorgente di fiume è sempre
montana.
Parlerò adesso della base kat/ket: essa conferma il legame sussistente tra i vari etimi fino ad ora
esaminati nei loro vari significati.
Nel Pokorny si lega innanzitutto al verbo ‘collegare’ (ma anche al verbo ‘riunire’) e al nome
‘catena’. Il termine latino ‘caterva’, oltreché connesso a kat, sembra sia derivato dal celtico ed è
anche un antico lemma umbro. Sia nel Pokorny che nel Pianigiani significa ‘mucchio’ (di persone,
animali o cose), ma in quest’ultimo indica in particolare un’orda guerriera barbarica (specialmente
gallica).
Tornando al più generico kat/ket, esso denota un insediamento, ma non solo per il fatto di essere
abitato da più persone. Le due connesse basi anzidette indicano infatti anche una collina, una rocca
(si pensi all’acropoli greca, collocata in alto per scopi difensivi e protettivi) – e anche fortificata –
nonché una fortezza. Indicano poi un recinto, una recinzione (dunque – in generale – una
delimitazione), addirittura una cintura. Ma anche una cavità, sia un vaso che una coppa, infine un
ragazzo, un giovane, o un cucciolo.
Tra fil e l’italiano ‘fine’ (fino) vi è a mio parere un’attinenza. Ma essa sussiste anche tra fil e il
latino ‘finis’ (meta, fine, finale). Nel Pianigiani ‘fine’ (nel senso di ‘esito finale’) è da connettersi ad
un punto, ad un orlo, ad un’estremità, oltre la quale non si può accedere. In detto dizionario si fa
rifermento ad un punto spazio-temporale apicale e minuscolo (anzi minimo, anche se – vi è da
ritenere – non invisibile), sottile (si torni con la mente al concetto precedentemente trattato di
‘sommità celeste’). Un lavoro ‘di fino’ è del resto un lavoro perfettamente compiuto, insuperabile
nella sua maestria. Un filo, una corda, è, del resto, qualcosa di piuttosto sottile. I latini per
quest’ultimo termine utilizzavano la parola ‘tenuis’ (‘minuto’, ‘esile’ ecc.). Per Pianigiani la sua
radice indoeuropea è tan (che per il glottologo italiano rinvia a ciò che è ‘allungato’). Ma con essa
vi è, a mio parere, anche un rimando a divinità celesti.
Taranis è una divinità bretone, anglo-britannica (anglo-brittonica), celtico-continentale. Legata sia
al cielo che all’oltretomba, il far tuonare è un suo attributo (è una sua prerogativa). Taranis è anche
conosciuto come Taranus (Tarano è fra l’altro una piccola località sabina), come Tannus e come
Tinnus. È dunque da porre in relazione con l’etrusco Tinia o Tin (i cui attributi coincidono con
quelli di Taranis), divinità di probabile origine umbra, assimilata dagli etruschi.
Abbiamo detto come all’inizio della sua esistenza l’uomo sia un essere atarassico: le esperienze,
favorevoli o sfavorevoli, che andrà a compiere, modificheranno la sua mentalità.
All’inizio dunque, imbattersi in un gigante o in un nano che lo minacciano, oppure trovarsi di fronte
ad un sentiero ripido e impervio da attraversare, piuttosto che di fronte ad un’area pianeggiante
comoda da percorrere, non gli procureranno reazioni differenti (rimanendo di fronte ad ognuna di
dette esperienze egualmente imperturbabile). Saranno soprattutto le sue esperienze negative a
modificarlo, divenendo un essere che pone delle differenze (almeno che non sia un essere
spiritualmente – e non tanto fisicamente – forte, ovvero immutabile nel suo originario modo
d’essere).
In una seconda fase storica – o perché è un essere del tutto spirituale, o perché le sue poche
esperienze non lo hanno ancora per nulla formato – continuerà a non conoscere nulla del mondo,
per cui reputerà che esiste solo il caso (il caos) e nessuna legge di natura.
Umanizzandosi un po’, prenderà tuttavia adesso il mondo per reale, per cui ora esso avrà per lui un
peso (precedentemente considerava il mondo alla stregua di un sogno). Ma tutto ha per egli – per
così dire – ‘lo stesso peso’, per cui tutto suscita in lui uno stesso tipo di stupore: cose piccole e
grandi, cose buone e cattive. Non conoscendo nulla del futuro, sarà ebbramente affascinato da tutto
quanto andrà a esperire, della cui esistenza non sa darsi spiegazione alcuna (difettando
intellettivamente).
Se invece un uomo è fisicamente forte, ma teme per la sua vita e per la sua incolumità, svilupperà
un po’ di senso morale e – concomitantemente – un po’ di conoscenza.

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A questa fase dello sviluppo storico il concetto di ‘fides’ (però del tutto utilitaristico), e con esso un
senso minimo dello stato (o più che altro un senso di appartenenza gentilizio-tribale), è già in atto.
Un tale uomo porterà, ad esempio, soccorso all’anziano (anche se contingentemente, poiché a mio
parere al mondo la necessità la fa poco da padrona), in quanto sa che in tale fase della vita potrebbe
aver bisogno egli stesso di cura e, eventualmente, di aiuto. Per il resto è egoista, aggressivo e
spietato (essendo dunque, nel complesso, scarsamente morale).
Il progredire della sua intelligenza và dunque di pari passo con lo sviluppo del suo senso etico:
immaginerà il mondo come regolato, ma non ha abbastanza cervello per conoscere adeguatamente
le sue regole. In luogo della scienza eserciterà la magia (basata sul principio dell’analogia), ovvero
compierà dei freddi e utilitaristici (ma inefficaci poiché superstiziosi) riti e sacrifici.
Un uomo materialmente più debole, e dunque anche più intelligente, produrrà sul piano etico
l’Humanitas (gli affetti e i sentimenti umani, che agli inizi farà magari valere solo a livello familiare
e tutt’al’più tribale). Sul piano intellettivo – progredendo – prenderà invece atto dell’inefficacia dei
suoi rituali magici. I suoi dei, da mere e brute forze naturali che erano, si umanizzeranno e si
eticizzeranno essi stessi, per cui bisognerà far loro cosa gradita (agendo moralmente, seguendo il
bene e non il male), affinché apportino dei benefici di vario tipo.
Lo schema di sviluppo storico esposto nella digressione che ho appena finito di svolgere dovrà
essere tenuto ben a mente. Inoltre, l’ultimo momento o fase storica descritta (quella umanistica, o
meglio, proto-umanistica), concerne il livello raggiunto da quei popoli le cui iscrizioni verranno ora
analizzate.
Porrò dunque in relazione iscrizioni celtiberiche, sudpicene, lepontiche e retiche. Questi ultimi tre
tipi di diciture non sono databili con sicurezza. Ma ciò, come tra breve spiegherò, deve poco
interessare.
Esse vengono collocate in un arco cronologico che parte grosso modo dal VI secolo a. C.,
protraendosi fino al I secolo a. C. Le iscrizioni sudpicene, tuttavia, sono temporalmente collocabili
tra il VI e il III secolo a. C.
Se nelle varie iscrizioni sudpicene si registra, per così dire si ‘cattura’, un certo dinamismo
linguistico che le differenzia dai tre restanti tipi di iscrizioni, queste ultime, invece, nei secoli,
hanno mantenuto per lo più inalterato il loro linguaggio. Ciò, come vedremo, dipende sia
dall’indole conservatrice dei popoli che le hanno redatte che dall’assenza della loro romanizzazione
nel corso dei suddetti secoli.
È bene dunque offrire al lettore un assai conciso schema relativo al graduale ampliamento dei
domini romani fino ad una certa fase storica (quella che a noi interessa ai fini dell’attuale disamina).
I domini di Roma intorno al 500 a. C., ovvero sul finire dell’età monarchica, si estendono fino ad
Albalonga a sud, fino all’Aniene ad est, comprendono una piccola e insignificante parte della
Tuscia, posta a nord del Tevere (Cere e Veio erano allora ancora etrusche).
Nel 300 a. C. circa siamo alla conclusione delle guerre sannitiche: in località come Rieti ha inizio
un processo di romanizzazione piuttosto rapido e intenso.
Nel 200 a. C. circa, conclusasi la seconda guerra punica (combattuta contro Annibale), ha inizio
l’occupazione della Gallia Cisalpina (posta a nord del Rubicone, che scorre nell’attuale regione
dell’Emilia-Romagna). In territori quali ad esempio l’attuale Umbria ha inizio un processo di
romanizzazione e di latinizzazione linguistica.
Sempre intorno al duecento Roma conquista le coste iberiche occidentali (non celtiche). All’incirca
nel 130 a. C., quasi tutta la Spagna (con l’esclusione, ad esempio, dei territori baschi) e l’intero,
attuale, Portogallo erano nelle mani dei romani.
Intorno al 100 a. C. parte della Cisalpina non era ancora romana. Il territorio dei Reti e dei Leponti
era ancora per lo più indipendente da Roma. Il loro assoggettamento è recenziore (avviene in età
augustea: Augusto muore nel 14 d. C.).
Le iscrizioni sudpicene provengono principalmente dalle Marche meridionali e dall’Abruzzo. Vi è
da ritenere che i Pretuzi del Teramano e i Marrucini (posti immediatamente a sud dei Pretuzi), che
dall’Appennino Abruzzese (da Capestrano) si estendevano fino a Chieti e a Pescara, fossero

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particolarmente legati ai Piceni, essendo essi stessi Piceni. A sud dei Marrucini (già a partire da
Ortona), vi erano invece i sannitici Frentani.
Tuttavia, a sud di Ascoli Piceno e del fiume Tronto (che segna il confine tra Marche e Abruzzo), i
Piceni si mescolarono con popoli le cui migrazioni verso la nostra penisola risalirebbero all’Età del
Bronzo (e con cui, ipoteticamente, avrebbero instaurato, perlomeno agli inizi, sistemi politici basati
sulla diarchia).
Non è chiaro se tali popoli abbiano raggiunto l’Italia centrale via mare, oppure se siano penetrati in
essa travalicando le Alpi Giulie. Si ritiene che i più recenti invasori dell’Età del Ferro, penetrando
via terra in Italia da simili contrade, abbiano gradualmente respinto verso sud i precedenti invasori.
Essi si sarebbero allora saldamente stabiliti nella sponda meridionale del Tevere (principalmente a
Roma), forse anche nell’intera Sabina tiberina, a sud della Sabina appenninica (ossia del Reatino:
gli Equi e gli Equicoli del Cicolano e i finitimi Vestini dell’antica Amiterno, presso l’Aquila,
confinanti con i Pretuzi, abitavano dunque a sud dei Sabini). Da allora furono insediati, per via di
quelle seconde invasioni indoeuropee, nell’intera parte centro-meridionale e meridionale della
penisola, nonché in Sicilia.
Vi è da ritenere che tra i Piceni marchigiani e quelli abruzzesi siano continuati a sussistere dei
legami e dei contatti (sia pure di tipo imprecisato). Lo stesso varrebbe per i Sabini appenninici
(principalmente i Reatini) e quelli tiberini (ad esempio di Curi). Anche Sanniti e Campani non
avrebbero interrotto del tutto i loro rapporti.
I cosiddetti ‘secondi italici’ (gli invasori dell’Età del Ferro), ovvero gli Umbri, non sarebbero altro
che dei proto-celti (o paleo-celti): avrebbero occupato l’intera penisola (dalle Alpi fino alla punta
dello stivale con i Bruzi o Bretti). Gli Umbri del nord Italia non sarebbero altro che i Leponti. I
Sabini avrebbero mantenuto dei contatti con gli Umbri e questi ultimi con i Leponti. Piceni, Sanniti,
Lucani ecc. discendono dai Sabini.
I cosiddetti ‘primi italici’ – Latini, Falisci e Siculi – probabilmente menzionati dai ‘secondi italici’
con l’etnonimo ‘Ausoni’ (i quali, forse, designavano se stessi con il nome di ‘Aurunci’),
provenivano forse dall’entroterra della Penisola Balcanica, essendo posti a ridosso, alle spalle, dei
per lo più marittimi Illiri (con i quali, dunque, confinavano).
Sembra che gli Achei abbiano anticamente abitato tra la Sava e la Drava: anche gli Ausoni pare
provenissero da tale area compresa tra i due fiumi anzidetti. La tradizione vuole che ‘Graikos’ e
‘Latinos’ fossero fratelli residenti in origine in una medesima zona: il primo raggiungerà la Grecia,
il secondo, secoli più tardi, ipoteticamente sbarcherà in Italia centrale.
Se certamente il latino e il greco costituiscono due idiomi ben distinti, tuttavia nell’anzidetta
leggenda mitica potrebbe esservi del vero. Il greco si è certamente formato a contatto – innanzitutto
– con l’antica civiltà minoica e ha – a prescindere da ciò – conosciuto un suo peculiare sviluppo
linguistico-culturale. Tuttavia tra il greco e il latino sussisterebbero alcune affinità. Ad esempio, il
termine indoeuropeo gal in greco assume la forma kalos (che significa ‘valoroso’). La colonia di
assai probabile fondazione greca ‘Pergamo’ la si può porre in relazione con ‘Bergomum’ (l’attuale
Bergamo), quali termini aventi tema identico. La base pit (di cui si è in precedenza discusso) in
greco antico diventa, ad esempio, ‘pos (nominativo), podos (genitivo)’ (‘piede’): in latino abbiamo
il termine ‘podium’ (‘piedistallo’), quale derivato di detta base. Inoltre in latino la vocale e (specie
del celtico) tramuta in alcuni casi in una i (ad esempio, la ‘treb’ dei Celti diviene ‘tribus’ in latino):
non so se ciò valga anche per il greco, assieme al fatto che talvolta la s, in latino, diventa una r (il
nome del personaggio virgiliano Galesus diviene pressappoco ‘Valerius’, se latinizzato).
Nell’idioma greco invece la t tramuta a volte in una z (si pensi al teonimo ‘Zeus’). Ciò, grossomodo,
lo si ha anche nel latino (perlomeno a livello di pronuncia): e così, ad esempio, parlando in latino, il
vocabolo ‘Tatius’ lo si dice ‘Tazius’.
Esisterebbe dunque una lingua paleo-greco-latina parlata nei Balcani da popoli rozzi (anche se in
possesso da secoli della Cultura Danubiana, implicante ad esempio delle conoscenze agricole), dal
vocabolario dunque molto limitato, ma destinato ad accrescersi a contatto con quei popoli che
assoggetteranno (o con i quali stabiliranno comunque dei rapporti).

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Tali popoli barbarici (dunque agli inizi dei loro spostamenti) sono inquadrabili come genti che
coltivano per lo più il valore della forza fisica, avendo scarso senso morale (avendo dunque scarso
senso dello stato) e conoscenze molto limitate, per lo più superstiziose (si è parlato di tale tipologia
socio-culturale).
Eppure tali popoli sono, al contempo, assai poco conservatori (essendo dunque dinamici), poiché la
loro mentalità è comunque – per così dire – proto o paleo-scientifica (si è parlato dei loro freddi
rituali), essendo sì superstiziosa, ma per il loro alto livello di ignoranza (dovuto allo scarso uso del
loro intelletto per via dello strumento della loro forza, che usavano a posto di quello). Ebbene, tali
tipi di popoli hanno la tendenza a lasciarsi contaminare da coloro con cui entrano in contatto,
ampliando il bagaglio delle loro conoscenze, soprattutto di tipo tecnico-scientifico (arricchendo in
tal modo il loro vocabolario).
Gli Ausoni abruzzesi detti Piceni hanno per lo più attinto dal bagaglio di termini caratterizzante il
luogo del loro nuovo insediamento escogitandone di nuovi (sebbene ciò si sia verificato a partire
dalla venuta nei loro territori di ospiti di origine sabina). Tale processo di rinnovamento linguistico
condurrà alla formazione della lingua osca. E i Piceni abruzzesi trasmetteranno tali novità
linguistiche anche ai loro consanguinei marchigiani.
Vi è da ritenere che i Sabini appenninici abbiano, analogamente, modificato la loro lingua
soprattutto tramite i loro legami con i Sabini tiberini e, magari, anche a contatto con gli Equi e i
Vestini, con gli stessi Piceni.
Vi è da ritenere che la lingua dei Sabini tiberini vallivi (posti molto vicino all’Urbe) si sia molto
latinizzata. Ho appena detto come la loro lingua abbia prodotto ripercussioni nella (ipoteticamente)
originaria lingua celtica parlata dai Sabini appenninici. Le innovazioni linguistiche di questi ultimi
sarebbero poi state trasmesse ai fintimi Umbri e forse questi ultimi avrebbero addirittura
linguisticamente contagiato il lepontico. Tale linguaggio infatti, sebbene si sia mantenuto per lo più
inalterato nel trascorrere di vari secoli, consiste anche di qualche elemento di italica provenienza
che lo distinguerebbe, ad esempio, dal celtico transalpino.
Insomma, la mia ipotesi è questa: gli Ausoni (i ‘primi italici’) avrebbero gradualmente modificato
l’idioma parlato dagli Umbri (intendendo con essi i ‘secondi italici’ per intero). Ascendendo verso
nord tali influssi linguistici tendono ad essere sempre più deboli e sempre meno influenti.
La lingua delle iscrizioni sudpicene è a metà strada tra il celtico e l’osco-latino. Se la lingua osca si
è dunque formata (o meglio, stabilizzata) in epoca successiva rispetto al periodo delle iscrizioni
sudpicene, il latino è ancora più recenziore ed evoluto rispetto all’osco.
L’osco è la lingua parlata nell’intera Italia centrale e meridionale, eccezion fatta per Roma e per il
territorio degli antichi latini (posto nelle vicinanze dei Colli Albani). Certamente la lingua
anticamente parlata nella Sabina tiberina (specie laddove è pianeggiante e nessun ostacolo si pone
tra essa e l’Urbe) è stata molto influenzata dal latino, che ha, fra l’altro, molto contaminato, ad
esempio, anche la parlata dei popoli dell’Agro Pontino (i sabellici – ovvero di derivazione sabina –
Volsci).
Gli Ausoni di Roma avrebbero manifestato ben maggiore dinamismo socio-politico e
civile-culturale (dunque linguistico) rispetto agli Osci (o Sabelli).
La Fibula Prenestina, una spilla dorata incisa da una scritta trovata a Palestrina (anticamente
conosciuta come Preneste), costituisce il più antico documento in lingua latina. Risalirebbe alla
metà del VII secolo a. C.
In realtà la sua incisione ricorda molto l’osco ed è la seguente: manios med fhefhaked numasioi,
ovvero, ‘Manio mi fece per Numasio’ (o Numerio, se detto alla latina).
Ora, l’iscrizione può ricordare l’osco per due motivi: o perché Preneste era piuttosto vicina al
territorio degli Ernici (di stirpe sabellica); o perché gli Ausoni o Aurunci del Latium Vetus o
Antiquum (ovvero i Latini) si erano evoluti più precocemente rispetto ai loro parenti di area
abruzzese, molisana, lucana ecc. Questi ultimi produrranno iscrizioni linguisticamente simili in età
più recente, età in cui la lingua osca si sarà definitivamente formata. Ma il latino sarà divenuto

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allora un linguaggio più evoluto, più sviluppato, meno somigliante all’osco rispetto a come lo era
intorno al 650 a. C.
Ma come distinguere gli attuali discendenti degli Umbri, dei Sabini e dei Piceni da quelli dei Latini
e dei Romani e da quelli degli Osco-Sabelli? Credo che sia possibile in base alle attuali parlate
dialettali. Nell’Agro Romano (includente anche parte della Sabina) e nell’Agro Pontino si ha una
parlata vicina al romanesco per via della forte influenza esercitata dai Romani, e dai Latini in
genere, su tali aree. Le parlate dell’Italia meridionale si somigliano molto: sono ad esempio simili in
Abruzzo e in Campania. Il dialetto umbro-marchigiano è la parlata che ha tratto origine dalla lingua
umbra (che và dunque distinta dalla lingua osca).
Distinguere tra gli Umbro-Sabini e gli Osco-Sabelli è un po’ come distinguere tra i Germani e gli
Slavi: grosso modo, negli Slavi, oltre a scorrere sangue germanico, scorrerebbe anche sangue di
provenienza altaica.
Per quel che riguarda i Reti (antichissimi popoli pre-indoeuropei), anche la loro lingua è assai affine
al lepontico. Credo abbiano subito da questi ultimi una forte influenza (anche negli usi, nei costumi
ecc.), sebbene, tuttavia, abbiano respinto la seconda ondata di invasori indoeuropei (giunta
ovviamente in Italia), in modo tale da aver mantenuto le proprie elite al potere e la propria
indipendenza politica.
Gli Umbri erano dunque Celti (o meglio, proto-celti). Da dove provenivano i Celti in generale? Pare
dall’Europa centrale e centro-orientale. Erano cioè inizialmente stanziati (in tutto o in parte) in
Austria, in Ungheria, in Boemia (anche in Moravia e in Slovacchia?), sempre parzialmente
risiedevano nelle attuali Slovenia e Croazia, ma anche in Baviera e in Svevia (ma solo a sud del
Danubio). E pare che le anzidette zone dell’Europa centro-orientale fossero abitate in particolare da
illirici (il fatto che i recenziori Pannoni fossero celto-illirici alimenterebbe tale credenza – oltre a
prove linguistiche in favore di tale tesi, ecc.).
Ebbene, nell’Età del Ferro (e forse anche prima), gruppi gentilizi di Germani stanziati a destra
dell’Elba e nei pressi del Mar Baltico, avrebbero a mio parere seguito, nelle loro migrazioni, il
corso di detto fiume giungendo in Boemia per poi dilagare nei vari suddetti territori. Alla loro destra
vi erano gli Sciti (di origine iranica). Il contatto di tali elite germaniche con Illiri e Sciti avrebbe
dunque dato luogo al popolo dei Celti, i quali, dopo i Greci, erano i popoli europei più ricchi ed
evoluti dei tempi preromani.
Le zone del loro insediamento pare fossero ricche di ferro e sembra che importassero ambra dal
Baltico per distribuirla nell’intera Europa mediterranea. Dopo che Augusto avrà conquistato Norico
e Pannonia, i Romani si sostituiranno ad essi nei loro ricchi traffici (a tal proposito si può leggere:
Roma sul Danubio. Da Aquileia a Carnuntum lungo la via dell’ambra, edito da L’Erma di
Bretschneider e a cura di Maurizio Buora e Werner Jobst). Credo, fra l’altro, che proprio a partire
da tale periodo si siano formate (o comunque si siano parecchio evolute) le recenziori lingue
germaniche (in virtù, dunque, del contatto dei Germani con i Romani).
Svolto ogni necessario e introduttivo preambolo, è ora possibile analizzare i vari tipi di iscrizione
cui si è sopra genericamente fatto riferimento.
Partiamo dall’analisi di un’iscrizione celtiberica incisa nella cosiddetta ‘stele di Retugeno’. Farò
riferimento ad un lavoro dedicato a questa stele, ricco di spunti interessanti ai fini della mia
disamina1.
Il cippo in pietra risale alla seconda metà del II secolo a. C. ed è stato rivenuto a Langa de Duero
(Soria), in Castiglia-León, località limitrofa all’antica capitale celtiberica Numantia (Numanzia).
Nel breve saggio si legge innanzitutto come nel corso della prima metà del II secolo a. C. siano
attestati contatti con gli italici, per via della presenza in area celtiberica di ceramica nostrana: forse
essi hanno influito (almeno un po’) sul linguaggio dei Celtiberi.
Si fa poi riferimento alla stele lepontica di San Bernardino di Briona (Novara) e a due diverse
iscrizioni gallo-transalpine di età romana. Su di esse tornerò in seguito, ma una di esse la riporterò
1

cfr. AA. VV., La estela de Retugenos (K.12.1) y el imperativo celtibérico, in ‘Emerita’, 69-2, 2001, pp. 307-318.

10
già da ora: maritus et sibi uiu(u)s posterisque suis fecit et sub ascia dedicauit [‘uiu(u)s’ sta per
‘vivus’, che significa ‘da vivo’]. Nell’una e nell’altra iscrizione gallo-romana compare il termine
‘ascia’ (in quella del Novarese compaiono dei simboli solari di regalità). Un’ascia compare anche
nella stele di Retugeno in funzione di due parentesi. Ora, l’interesse del saggio in esame per il
simbolo dell’ascia ci deve interessare unicamente per tale motivo: essa denoterebbe il lignaggio
regale del personaggio cui la pietra è destinata (o dedicata).
La scritta viene pressappoco resa nel modo seguente: retukeno esto (ke)ltis, dove dunque una labris
indicherebbe una k e una e congiunte.
Gli autori del saggio ritengono che la -o finale di retukeno esprima una desinenza genitivale (dicono
si tratti di ‘genitivo celtiberico’. In nota si dice inoltre come il genitivo con desinenza in -o
costituisca un arcaismo). Per me potrebbe esprimere altro caso obliquo. Keltis sarebbe un
nominativo anche per gli anzidetti autori.
Poco dopo aver detto ciò, in nota riportano un’altra iscrizione celtiberica risalente all’incirca al 100
a. C., proveniente da Ibiza. È pressappoco la seguente: tirtanos abulokum letontunos ke() belikios.
Viene tradotta nel modo seguente: Tirtanos (nominativo singolare) degli Abuloci (genitivo plurale),
figlio [ke() starebbe per ge(ntis) e sarebbe un nominativo singolare] di Letondo (genitivo singolare),
(cittadino) belgico (nominativo singolare).
Per proporre una mia traduzione ricorrerò ad una comune e accettata traduzione del cippo di S.
Bernardino (presso Novara, piuttosto recente ma preromano): tanotaliknoi kvitos lekatos
anokopokios setvpokios esanekoti anarevis’eos tanotalos karnitvs.
La traduzione è la seguente: i figli (-iknoi) di Tanotalos (nominativo plurale), il ‘legatus’ (è latino e
significa ‘delegato’, ‘luogotenente’) Quintos e Anokopokios (sono tutti nominativi singolari) e
Setupokios (altro nominativo singolare), figlio di ‘Esandekoto’ (pare sia questa la sua traduzione ed
è in genitivo singolare), detto (credo ‘Setupokios’) ‘il sapientissimo’ (credo dunque che
‘anarevis’eos’ sia un nominativo singolare, oppure è – sempre un aggettivo – in genitivo singolare
da riferire a ‘Esandekoto’), posero, innalzarono (‘karnitus’, che sarebbe un preterito) la pietra (che è
un complemento oggetto sottinteso), in memoria di (o ‘in pro di’, ‘per’, ecc.) Tanotalos (che è
dunque certamente caso obliquo diverso dal genitivo con terminazione in -os).
Torneremo più avanti sulla desinenza in -us indicante un verbo. ‘Karnitus’ (o ‘karnitvs’) ha karnper radice e significa ‘pietra’. I Carni sono una recenziore popolazione celtica di Carnia, Carinzia e
Carniola (Carna è fra l’altro una divinità romana di probabile origine sabina).
Alla luce di tale traduzione proporrò una traduzione alternativa della stele di Ibiza.
Innanzitutto ‘letontunos’ potrebbe essere scomponibile in due parole: ‘leton’ e ‘tunos’. Il termine
greco litos ha a che vedere con il pregare (‘liturgia’ è assai probabilmente un suo derivato). Vi è un
termine celtico avente radice identica significante ‘festa’, ‘cerimonia’, ‘celebrazione’ (da cui ‘lituo’,
il bastone sacerdotale etrusco-italico?). ‘Lieto’ è il carattere di chi è esultante (tale il suo significato
nel Pianigiani) – aggiungerei – per un qualche motivo (magari poiché è stato oggetto di elogio).
Nell’iscrizione isolana ‘letontunos’ sarebbe il nominativo, anche perché ‘leton’ termina in -on.
La parte ‘tunos’ starebbe per ‘dono’. Il tunares che compare in uno dei bronzi (di età romana e di
era volgare) della località aragonese di Botorrita, potrebbe venir posto in relazione con il verbo
‘donare’, o comunque con il vocabolo ‘dono’?
Ma torniamo alla stele di Ibiza. ‘Letontunos’ starebbe, pressappoco, per ‘dono celebrativo’, o
meglio, per dono che ha l’intento di celebrare, di ricordare nel senso di commemorare.
Il dono dunque commemorativo (avente funzione commemorante) sarebbe il soggetto
dell’iscrizione (la pietra tombale). Sarebbe stato innalzato, eretto [‘ke()’ sarebbe un verbo], per
‘Belikios’ (caso obliquo con terminazione in -os, come nel cippo di S. Bernardino di Briona).
‘Tirtanos’ potrebbe essere benissimo un genitivo singolare; ‘Abulokum’ è certamente un genitivo
plurale.
Tirando le somme del mio ragionamento, ecco come tradurrei l’iscrizione in esame (la italianizzo
un po’): Il dono commemorativo di Tirtano degli Abuloci è stato innalzato (oppure, ad esempio, ‘lo
si è innalzato’) in memoria di Belikio.

11
Questa – e quelle che seguiranno – sono ovviamente traduzioni meramente ipotetiche, non di un
esperto, ma di un celtista (lo ribadisco) meramente appassionato.
Per gli autori del saggio in esame esto sarebbe un ulteriore arcaismo, assai vicino al celtiberico
classico ‘estu’ (che è, fra l’altro, una forma verbale propria dell’umbro o, più probabilmente, un
aggettivo e pronome dimostrativo umbro). Traducono l’iscrizione su per giù in tale maniera: la stele
(nominativo) sia/sarà (in italiano, e forse anche in spagnolo, l’imperativo futuro è reso
dall’imperativo presente o dal futuro indicativo) di Re(c)tugeno (genitivo dunque). La ‘c’ che
sarebbe caduta nella parte ‘Retu’ del nome proprio di persona, dell’antroponimo, in questione,
indicherebbe la regalità del personaggio in questione.
In nota si invita poi a un confronto con iscrizioni private di ambito italico, sia sudpiceno che
lepontico. Si fa riferimento ad una delle steli di Penna Sant’Andrea (Teramo) e, tra le iscrizioni
lepontiche del tipo ‘pala’, si prende ad esempio quella di Davesco (Lugano). Della prima stele ci
occuperemo più in là. Riporto tuttavia qualcosa che la riguarda: “[meitims : gót. maiþms]” (il
termine “meitims” deriverebbe dal gotico – su ciò torneremo).
Riporto fedelmente anche quanto segue (è l’iscrizione di Davesco, anche tradotta): “Slaniai
VerKalai pala”; “Pivonei TeKialui pala”. La sua traduzione sarebbe: “estela para Slania hija de
Vergos (y) estela para Bivón hijo de Dengios” (cippo per S. figlia di V. e cippo per B. figlio di D.).
I due secondi dativi (rispettivamente della prima e della seconda parte dell’iscrizione) sono dunque
tradotti quali patronimici. Secondo un’interpretazione generalmente più accettata avremmo, ad
esempio: ‘stele per Slania Vercala’ (non che il senso cambi affatto).
Ma i due presunti secondi dativi, potrebbero invece essere dei verbi derivati da kal? In tal caso
avremmo (ad esempio): ‘il cippo è stato eretto per Slania’.
Secondo gli autori del saggio, imperativi in forma celtiberica arcaica comparirebbero anche nei
bronzi di Botorrita. Ne riportano due: “datuz” (proprio del verbo ‘dare’) e “oisatuz”, il quale (lo si
sottintende) avrebbe invece a che vedere con il verbo ‘operare’: sarebbe infatti la forma contratta di
“opi-satō(d)”. Sui verbi ‘dare’ e ‘operare’ nel celtico, torneremo.
Concludendo, riporto quanto segue (per tradurlo subito dopo): “Por todo ello, se puede apuntar la
posibilidad de una identificación entre el Retugenos de la estela de Langa de Duero con el
Ρητογένης numantino citado por Apiano […] y apodado Καραύνιος, es decir ‘Φιλάμενος,
amable’ ”; “Per tutto questo, può essere contemplata la possibilità di una identificazione tra il
Retugeno del cippo di L. d. D. con il Retogenes numantino menzionato da Appiano e detto
Karaunios, vale a dire ‘Filamenos, gentile’ ” (precedentemente gli autori hanno affermato, in
particolare, che Retugeno, nella stele, manca del patronimico per via della sua fama regale). Più
avanti si comprenderà l’importanza di tale citazione.
Traducendo io stesso l’iscrizione, ‘esto’, se è un dimostrativo, non lo si può che riferire al soggetto
di essa, ‘keltis’. ‘Retugeno’ sarebbe caso obliquo diverso dal genitivo. La sua traduzione sarebbe
dunque: ‘questa pietra è (il verbo essere è sottinteso) per Retugeno’; oppure: ‘questa pietra è stata
innalzata, eretta (anche in tal caso il verbo è sottinteso), per Retugeno’.
Partiamo dal riportare quella che è forse la più tipica iscrizione del tipo ‘pala’: pelkui pruiam teu
karite isos kalite palam. È la stele funeraria di Vergiate (Varese): pare sia molto antica.
Sulla sua traduzione si può essere piuttosto d’accordo con la maggior parte degli studiosi. T.
(nominativo) ha posto (innalzato, eretto ecc.) l’opera (accusativo) per P. (caso obliquo); lo stesso (o
egli stesso, il medesimo ecc.) ha eretto (o fatto erigere) il cippo (altro accusativo): teu è dunque il
soggetto, pelkui il destinatario della pietra, karite e kalite due preteriti dal significato pressoché
identico, isos è un dimostrativo, pruiam e palam sono due complementi oggetto.
Gli studiosi hanno anche tradotto in latino l’iscrizione ora in esame: ‘Belgo Sepulcrum Teos fecit,
ipse fecit stelam’. Come vedremo, nelle iscrizioni più recenti (e in latino), il ‘fecit’ (‘fece’)
dovrebbe piuttosto essere reso con ‘fece fare’.
I verbi che hanno per tema kar e kal e le parole pruia e pala (quest’ultima è la trasposizione
fonetica di un termine che ha radice kal), possono venire spiegate ricorrendo nuovamente alle basi

12
(precedentemente trattate) ker e kel. In lingua sudpicena abbiamo (come vedremo) il termine kora,
avente per gli studiosi significato di ‘pietra lavorata’, di ‘monumento’.
Nel Pokorny ker ha come suo primo significato ‘fare’, con rimando al verbo in lingua gallese peri
(‘fare’). Sempre in gallese prydydd è il poeta (la parola è – fra l’altro – forse scomponibile: il -dydd
rinvierebbe al ‘dire’?). In lingua irlandese creth (che sembra la trasposizione fonica di peri e sembra
quindi avere ker per etimo), significa ‘poesia’ (per restare in tema, in latino abbiamo il verbo
‘creo’).
Innanzitutto, tra pruia e peri vi sarebbe un nesso, per cui pruia indicherebbe un manufatto.
Si è già detto inoltre come ker indichi anche tutto ciò che ha la forma incavata di una ciotola: in
ambito irlandese, con tale significato, si ha il termine co(i)re, si ha poi il gallese pair e il cornico per
(vicini al latino ‘opera’).
L’etimo kel rinvia ad una serie di verbi e di nomi di lingue celtiche varie, aventi il significato di
scavare e di buca. Tuttavia i termini delle iscrizioni in esame derivati da ker e kel, non
indicherebbero tanto una tomba, quanto piuttosto una pietra.
Kel indica (come si è già visto) ciò che ha elevazione, da cui il senso di ‘innalzare’ dei verbi di sua
derivazione che compaiono nelle iscrizioni in esame (si tenga a mente come il latino ‘columna’,
avente anche significato generico di sostegno, pilastro, derivi da kel).
Ma kel indica anche, ad esempio, la vetta di un monte e, più in generale, tutto ciò che è apicale:
verbi come ‘pungere’ o ‘infilzare’ (quali capacità o potenzialità di ciò che è appuntito, aguzzo)
derivano da kel, che tuttavia, per estensione, andrà ad indicare anche azioni quali il tagliare, il
fendere e addirittura il battere, il colpire, il percuotere. Il termine latino ‘gladius’, fra l’altro,
potrebbe essere di derivazione celtica, poiché nelle varie lingue celtiche abbiamo termini indicanti
‘spada’ con la sua stessa radice. Abbiamo detto come kora indichi una pietra lavorata (e dunque
tagliata, incisa, modellata).
Stabilirò ora un parallelismo tra la stele lepontica di Prestino (Como) e parte (una parte assai ridotta,
poiché per intero è pressoché intraducibile) della stele sudpicena di Crecchio (Chieti). Quest’ultima
è di difficile datazione. Anche della prima, non si sa se sia piuttosto antica o molto recente.
Quella lepontica recita: uvamokozis plialeθu uvitiauiopos ariuonepos sites tetu. In latino viene resa
in tal modo: ‘Upamogostis Plialethu Uvitiauibus Ariuonibus sedes dedit’.
Proporrò direttamente le mie traduzioni della scritta: ‘Uvamocozio diede sede, domicilio, a Pliale
(collocò Pliale) presso le tombe Ovidie per i suoi nobili discendenti (per i posteri)’. Oppure:
‘Uvamocozio, (suo) nobile discendente, pose Pliale nelle tombe Ovidie (gentilizie, di famiglia)’.
Dunque: U. è nominativo e P. è dativo; ariuonepos, o è un nominativo da associare, da riferire a U.,
oppure – stando alla traduzione latina della scritta – è caso obliquo al plurale. Il -θu (thu), che ho
separato da P., và posto in relazione con il ‘to’ di lingua inglese.
La prima parte (Uv-) del nome del soggetto dell’iscrizione andrebbe, a mio parere, comparata con
l’antroponimo osco Pakis Uviis (il sannita Ovio Paccio); uvitia- (che, fra l’altro, sarebbe un
accusativo plurale?) con il nome ‘Ovidio’ (ad esempio e in primo luogo, del poeta di Sulmona):
sarebbe quindi il nome di una gens (presumibilmente, gli ‘Ovidi’). ‘Pliale’ è invece da confrontare
con il toponimo (attestato in Germania inferiore) ‘Cliua’ e con il (probabile) patronimico ‘Cliuaila’
(proveniente dalla Gallia Celtica)2. Più in generale, leggendo il documento cui ora ho rinviato in
nota, si constata come l’onomastica italica rientri nell’onomastica celtica.
Alla voce uag del Pokorny (nel quale si invita a compararla, ad esempio, con l’etimo indoeuropeo
uek), avente il significato principale di ‘essere piegato’, vi compaiono pressoché solo parole celtiche
e che esprimono per lo più significati quali ‘cavità’ o ‘depressione’. Anche -uiopos potrebbe
derivare da uag/uek. Inoltre potrebbe essere un accusativo plurale, per cui il ‘thu’ di cui si è
discusso potrebbe essere l’equivalente dell’ ‘apud’ latino, che accompagna un accusativo: -uiopos
avrebbe dunque il significato di ‘tombe’, ‘sepolcri’.

2

cfr. X. Delamarre, Index de J. Whatmough, ‘The Dialects of Ancient Gaul’, in ‘Veleia’, 21, 2004, pp. 221-287.

13
Tornando all’iscrizione gallo-romana (in latino) precedentemente citata, in essa il soggetto
(ovviamente in nominativo) ha fatto fare per sé, per i suoi (genitori, parola che dovrebbe
probabilmente essere sottintesa nella frase), per i discendenti (ovviamente suoi e dei suoi genitori),
l’oggetto funerario, sia rammemorante che dedicatorio: da un lato dunque, per ricordare e
commemorare i genitori presumibilmente morti (anche da parte dei posteri), dall’altro per la morte
stessa di costoro (per onorarli, per rendergli onore o omaggio, riverenza, in seguito al loro decesso).
In un’ara funeraria di Meda (Monza) si legge invece: V(ivus) f(ecit) Dis Manib(us) C(aius) Atilius
Mocetius […] sibi et C(aio) Atilio Magio fratri […] et Surae Messoris f(iliae) et C(aio) Veturio
Servando et C(aio) Veturio Maximo nepotib(us) suis et item futuris libertis (ecc. – l’iscrizione
continua). La si traduce in tal modo: Da vivo Caio Atilio Mocezio fece fare (l’ara: è sottinteso) agli
Dei Mani (o piuttosto ‘per gli Dei Mani’, ovvero per omaggiare gli spiriti, le anime, degli antenati,
dei suoi parenti già deceduti) per sé e per il fratello Caio Atilio Magio e per Sura figlia di Messore e
per Caio Veturio Servando e Caio Veturio Massimo suoi nipoti (oppure, ‘e per i suoi discendenti’?
O, addirittura, ‘per i discendenti e per i suoi’?) e anche per i futuri liberti. Mi sembra tuttavia che in
tale iscrizione ‘nepotib(us) suis’ stia per ‘suoi nipoti’.
Formule e strutture frastiche che ritroviamo in svariate iscrizioni in lingua latina (ed è forse un caso
che in Nord Italia esse abbondino?), non sarebbero di origina latina, ma celtica e italica. Sono
dunque i primi celti della penisola e i ‘secondi italici’ (che a mio parere formano quindi un sol
popolo) ad averle escogitate, per poi venir riprese dai latini e più in generale dagli Ausoni (i quali,
dunque, le fecero proprie).
Prima di esaminare parte della stele di Crecchio riporterò la recentissima stele lepontica (o retica,
come sostengono alcuni?) di Voltino (Brescia): θomezeclai (parte superiore della scritta)
obalzanaθina (parte inferiore della scritta). Anche qui viene usata (per due volte) la teta greca (θ)
dai suoi traduttori, i quali scompongono l’intera frase come segue: tho (o to) mez (o med) e clai
Obalzanathina (o Obaldanatina). Ecco come la renderei: O. ha innalzato per me (la stele, il che è
sottinteso). Obaldanatina sembra un nominativo e un matronimico: ‘natina’ in celtico sta per ‘figlia
ultimogenita’. Il forse più antico ‘gnata’ sta per ‘nata’ o anche per ‘figlia’. O. significherebbe allora:
‘La figlia di Obalda’. La stele è forse destinata alla madre defunta: la pietra parlerebbe in nome di
quest’ultima; ‘e clai’, infine, è forse da porre in relazione con il celtico ‘uxellos’ e con il latino
‘excelsus’ (entrambi significano ‘alto’, ‘elevato’).
A me interessava riportare tale ultima iscrizione soprattutto per stabilire un ipotetico collegamento
tra il ‘thu’ di Prestino e il ‘tho’ di Voltino.
In una brevissima parte (quella finale, che non riporto neanche per intero) del cippo di Crecchio si
afferma: mureis […] staties qora kduiu, ovvero: Mure diede collocazione alla pietra. Tra ‘staties’ e
il verbo latino ‘sisto’ (‘porre’, ‘collocare’, ma anche ‘erigere’, ‘innalzare’, nonché ‘costruire’), vi è
a mio parere un nesso.
‘Mure’ và posto in relazione con il lemma celtico ‘mar’ (in gallico ‘mir’), che significa ‘uomo’.
Denota però l’uomo nobile. Ha tuttavia relazione con il lemma celtico ‘mor’ (‘morte’)? Sempre in
celtico, anche ‘arios’ significa nobile. ‘Aria’ è forse un suo derivato. ‘Arios’ in origine avrebbe
indicato quanto è aereo, impalpabile, dunque spirituale (quasi fantasmatico), incorruttibile e
immortale: ‘mar’ invece l’uomo in quanto mortale, l’uomo cioè tristemente soggetto agli acciacchi
del tempo e alla morte naturale e che dunque teme dolorose e mortali ferite.
Si è detto da dove provenivano le elite celtiche: di probabile stirpe sassone (e forse provenienti in
origine dalla Svezia meridionale), nei loro spostamenti nomadici giungono sino in Europa
centro-orientale, per poi raggiungere anche l’Europa centrale e quella balcanica. Erano forse più
gentes (di razza nordica) tra loro imparentate le quali, forse anche con il seguito dei loro schiavi o
clienti (forse di razza alpina), raggiungevano gli anzidetti luoghi d’Europa.
Tali elite, rispetto ai Greci e ai Latini, rappresentavano forse il tipo d’uomo più originario (del quale
si è discusso). Ma forse, erano inoltre forti spiritualmente, oltreché (vi è da supporre) fisicamente.
Tali uomini definivano probabilmente se stessi come spirituali e probabilmente definivano mortali
tutti coloro che non avevano la loro stessa tempra.

14
La vita di tali uomini era pressoché di tipo animalesco. In natura il senso della famiglia forse non
c’è. Ciò che spinge la madre ad allattare il cucciolo è nel fruimento che trae dalla poppata: il
maschio non lo attacca per via del minor livello di pervertimento vigente nel mondo animale
rispetto al mondo umano (e in tal modo sopravvive).
Eppure tali uomini non erano affatto istintuali, nel senso che agivano, in certo qual senso,
liberamente. Tuttavia, quando la scelta da intraprendere è unica, non c’è forse possibilità di
smentirla (per cui verrà intrapresa). Sarebbe cioè possibile scegliere liberamente solo tra
motivazioni discordanti (una scelta è del resto tale solo in presenza di almeno due opzioni).
Generalmente, è la paura – è cioè sempre il timore – a produrre scelte etiche e ascetiche, mentre
essa è minore nelle scelte egoistiche. Inoltre la dissolutezza predispone ad optare per queste ultime,
la moderatezza predispone ad optare per le prime (la libertà umana, tuttavia, non viene mai meno,
nell’uno come nell’altro caso).
Tali popoli dalla mentalità originaria (nichilistica, si disse), tuttavia, non esercitando alcun tipo di
discernimento (essendo pressoché privi di intelletto), non possono esercitare alcuna critica, non
potendo opporre resistenza a tutto quanto gli viene propinato.
Se tale ipotesi è vera, ciò significa che in tempi relativamente brevi i suddetti germani assunsero usi,
costumi e cultura dei popoli da essi assoggettati.
Tali popoli erano certamente più conservatori, socialmente più chiusi e immobili, meno dinamici
dei più brillanti Greci, sebbene (si disse), perlomeno stando all’ambito europeo, fossero, dopo
questi ultimi, i popoli più progrediti. Si è parlato, a proposito di essi, di proto-umanismo.
Effettivamente l’Humanitas sembra essere qualcosa di più retrivo rispetto a ciò che è culturalmente
più pragmatico e borghese.
Quanto alla composizione etnica pre-celtica, essa era forse costituita da un’elite illirica (affine agli
Elleni), che regnava su di un sostrato di stirpe invece affine ai popoli pre-ellenici (ed erano stanziati
da lungo tempo, perlomeno presso gran parte del Danubio: avrebbero dato origine alla Cultura
Danubiana).
I proto-sassoni che li raggiunsero disponevano di un vocabolario assai scarso e (di conseguenza) di
poche rune (segni alfabetici): molti termini celtici pare coincidano con termini illirici.
Ma gli Illiri, a loro volta, hanno arricchito il loro lessico in virtù dei popoli pre-indoeuropei che
avrebbero assoggettato? Ritengo che districare fra il linguaggio indoeuropeo e preindoeuropeo sia
non solo cosa ardua, ma addirittura impraticabile.
Si è detto come Greci e Ausoni, già di per sé fossero portati a progredire (ovvero, ad incrementare
tecnica e civilizzazione). In più hanno avuto la prerogativa di trovarsi a contatto con plebi
(intendendo per esse soprattutto dei borghesi) molto intraprendenti e dinamiche, le quali hanno
ulteriormente apportato progresso nei luoghi abitati dai due suddetti popoli indoeuropei (anche e
soprattutto tramite rivoluzioni politiche).
Per quel che riguarda le plebi, esse, laddove c’è ricchezza e abbondanza, non possono che
accrescere il proprio egoismo. Ma con esso aumenta anche la loro attitudine scientifica a discapito
di religione e superstizione (delle credenze).
I Romani hanno prodotto ciò che hanno prodotto in virtù dell’importanza strategico-commerciale
della città in cui erano situati. I Minoici erano invece in una posizione di importanza mercantile
cruciale in ambito mediterraneo-orientale.
Sembra del resto che le più capaci plebi romane fossero imparentate con i Minoici (o Cretesi):
anche a Roma erano presenti i Pelasgi (o Viteli, o Itali, o Enotri), provenienti (pare) dalla regione
peloponnesiaca dell’Arcadia. Sembra abbiano occupato l’Italia intera, a partire dalla Sicilia. A nord
si erano spinti perlomeno fino a Pisa (posta sulla sponda settentrionale dell’Arno) e a Ferrara (posta
nella sponda meridionale del Po). Definirei, fra l’altro, celto-pelasgiche le antiche popolazioni
dell’Umbria e della Sabina.
Apro un’ulteriore digressione sulla composizione etnica attuale d’Europa e sull’antico popolamento
europeo.

15
I pre-indoeuropei la abitavano a occidente e a oriente: gli Iberi di Spagna, gli Hiberni d’Irlanda,
Liguri e Reti del Nord Italia, i Narci ternani, i Sicani di Sicilia ecc. differivano dai loro
consanguinei dell’Europa orientale (Minoici ecc.) per un più scarso livello civile-culturale (fra
l’altro i pre-ariani erano presenti persino in Medio Oriente – è il caso ad esempio degli Elamiti – e
presso l’Indo, in cui vi erano i Dravida).
Ritengo che la razza alpina e quella mediterranea costituiscano una sola stirpe: se nelle zone più
calde dell’intera Europa ha prevalso, per selezione, quella mediterranea, nei climi più freddi ha
prevalso invece quella alpina. Nelle zone più miti o temperate l’una e l’altra razza compaiono in
uguale misura e, pur raramente, in luoghi come l’Irlanda, sono presenti persone basse, smilze, dal
volto scavato e dalla pelle scura (mentre il tipo alpino è basso e tozzo, tarchiato, ha la pelle chiara e
il viso tondo).
L’unità delle due razze è avallata dal supporre che abbiano condiviso uno stesso linguaggio, per
alcuni studiosi affine alle lingue camitiche (testimonianze di detto linguaggio pare siano state
rinvenute addirittura in Germania settentrionale).
È del resto curioso che in Africa nera il termine ‘muntu’ (al plurale ‘bantu’) significhi ‘uomo’.
Ecco come, su per giù, per Renato Biasutti sarebbe popolata parte dell’Europa (ho consultato anche
altre mappe). In parte lo si è già detto. In Grecia, razza mediterranea e razza adriatica sono presenti
in egual misura. La seconda sopravvive in particolare lungo le intere coste adriatiche, sia italiane
che slave (il che dimostrerebbe che vi era un legame di parentela, ad esempio, tra i Greci e gli Illiri).
Se nel Sud Italia prevale l’etnia mediterranea, nel centro-meridione della penisola, nel suo
centro-nord e al centro (con l’esclusione di Roma) essa coabita con l’etnia alpina (l’una e l’altra
sono quindi presenti in dette zone in modo paritario).
La Germania meridionale è a stragrande popolamento alpino, quella settentrionale è popolata
pariteticamente sia dalla razza nordica che da quella alpina (che inoltre risultano spesso mescolate).
La razza nordica è prevalente, in particolare, in gran parte dell’Inghilterra, in Scandinavia e in
Danimarca.
Popoli confinanti con i Celti, o posti non troppo in lontananza da essi, che li hanno influenzati, sono
stati gli Sciti e soprattutto i Greci. Questi ultimi avrebbero trasmesso ai Celti vari elementi culturali,
tra cui molte lettere alfabetiche (ma probabilmente le trasmisero prima agli Illiri). Non è detto
dunque che sia stato l’alfabeto etrusco a far sorgere quello celtico. Inoltre, gli stessi Etruschi
potrebbero aver adottato il celtico quale loro lingua (o quantomeno avrebbero adattato il loro idioma
d’origine al celtico, ricevendone numerose influenze). Insomma, nell’Europa soprattutto
occidentale, precedentemente all’ascesa di Roma, il celtico avrebbe costituito una sorta di ‘lingua
inglese’ di quei tempi.
Anche in area ligure l’influenza del celtico si fece sentire. La statua in pietra di Zignago (La
Spezia), in Lunigiana, recita: mezunemunius oppure mezunemunis. In ogni caso pare si tratti di
nominativo. Ma la frase è scomponibile: Mezu Nemunius (o Mezu Nemunis). Si tratta forse del
doppio nome del personaggio che la pietra grezzamente antropomorfa rappresenta. Mezu può venire
ad esempio posto in relazione con Moguntiacum (o Mogontiacum), ovvero Modicia, i nomi celtici
con cui anticamente veniva indicata Monza (in latino Modoetia). Nemunius (o Nemunis) con il
celtico nemos (da cui il celtico nemeton, che significa bosco sacro o recinto sacro). Nemos si
identifica a mio parere con il latino ‘numen’ (dio) e quest’ultimo, forse, ha a che vedere con
‘lumen’, indicante la luce del giorno. Nell’intera formula antroponimica è forse riscontrabile un
processo di italicizzazione linguistica (nel caso in cui la statua risalga al VI secolo a. C.), oppure di
latinizzazione nel caso in cui sia più recente (potrebbe anche essere del III secolo a. C.).
Del VI secolo a. C. (o anche più recente) potrebbe essere l’iscrizione incisa in una ciotola in pietra
rinvenuta a Genova. È parte di un corredo tombale (forse è stata realizzata proprio in occasione
della morte del defunto). Recita: mi nemeties, ovvero ‘io, Nemeties’ (che sarebbero due
nominativi), qualora il ‘mi’ sia un vocabolo celtico coincidente nel suo significato con l’ ‘ego’
latino. Anche ‘Nemeties’ rinvia ovviamente a nemos.

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Se sembra piuttosto plausibile che una pietra rappresenti il corrispettivo defunto (è in certo qual
modo anche il caso di quella parlante di Voltino), risulta invece strano che esso si identifichi con un
oggetto del suo corredo. Eppure, l’incisione del coperchio di Campovalano (Teramo)
rappresenterebbe un caso simile. Essa recita: a-piesesum; significherebbe ‘sono Appio’ (la e
fungerebbe da mero raccordo tra il nominativo e il verbo. Forse abbellisce la dizione dell’intera
frase).
Restando in ambito sudpiceno, pietre che farebbero le veci dei corrispettivi defunti, sarebbero il
cippo di Falerone (che è presso Ascoli Piceno) e il frammento di pietra di Belmonte (Ascoli
Piceno). Il primo recita taruis petrunis (sarebbero due nominativi). Il secondo: heries (altro
nominativo).
L’elmo in bronzo di Bologna, invece, sarebbe contrassegnato da un antroponimo, forse perché in
vita era di proprietà del defunto. Potrebbe tuttavia anche darsi che l’elmo sia stato realizzato in
occasione della sua morte (per cui apparterrebbe al morto, che lo avrebbe magari utilizzato
nell’aldilà, secondo la probabile mentalità del tempo). Recita: eriminu spolitiu (sarebbero due
nominativi).
L’uso di indicare nomi propri di persona e gentilizi con dei numerali, o con termini indicanti età e
ordine cronologico, risale forse ai celti. Infatti, ad esempio, tra le famiglie indigene bresciane
vengono annoverati i Quincti, i Nonii, gli Iuventi, i Postumi (‘postumus’ è latino e significa, in
primo luogo, ‘ultimo nato’; ‘iuventus’ è ovviamente sempre latino ed indica anche ciò che è
giovane, recente).
E così, posmui (avente a che vedere con ‘Postumo’ o con ‘i Postumi’) compare in una stele
frammentaria di Penna Sant’Andrea; nouinis petieronis compare nella stele di Servigliano (presso
Ascoli Piceno); petroh nel cippo di Sant’Omero (Teramo); apais pomp- nella stele antropomorfa
stilizzata di Mogliano (Macerata); in uno dei due cippi di Castel di Ieri (l’Aquila) – quello
frammentario – compare pom-: nel restante compare pimpih (‘cinque’?).
In celtico ‘quattro’ può essere detto: petor, petuar, petru-; pimpos e pempe significano ‘cinque’.
Verranno ora esaminate le iscrizioni sudpicene di più difficile interpretazione: tenterò di tradurle
almeno parzialmente o perlomeno segnalerò di esse quelle voci il cui significato rivesta interesse ai
fini dell’elaborato.
Torniamo innanzitutto all’iscrizione di Crecchio, ad elementi di essa che ho tralasciato di
considerare: deiktam avrebbe a che vedere con il verbo ‘dire’ ed è forse (come vedremo) un
elemento linguistico innovativo rispetto all’umbro originario; upeke ha a che vedere con il retico e
con i verbi ‘fare’ e ‘operare’; iepeten, indicante un sepolcro, avrebbe a che vedere con uepet- e a
mio parere quindi con -uiopos; esmen con ‘questo’, oppure significa ‘qui’; ok(r)ikam indica l’arce,
ovvero la parte alta di un insediamento, oppure un campo, un ‘agro’ (‘acer’ in latino; in gallese
‘acro’ si dice ‘erw’); enet è assai vicino alla voce umbra ‘enetu’; bie richiama non solo il greco bios,
ma anche il celtico ‘biua’, significanti ‘vita’. Lo studioso Alessandro Morandi segnala come in
osco-umbro si abbiano termini ad essi assai somiglianti (in umbro ad esempio abbiamo ‘bio’),
aventi il significato di ‘fonte’, di ‘sorgente’. In effetti una sorgente è l’inizio di un fiume quale cosa
molto mobile e animata (è quindi una bella metafora della vita).
Della stele parziale di Penna Sant’Andrea, cui si è fatto riferimento poco fa, si può tentare di offrire
una parziale (ma assai incerta) traduzione: o) psuq qoras; safina touta praistaint tefei posmui.
La brevissima traduzione della prima parte dell’iscrizione (da me fra l’altro selezionata) sarebbe:
‘fece fare le steli’? Il verbo o) psuq rinvia ai verbi ‘fare’, ‘operare’ (in lingua bretone ‘ober’
significa ‘fare’. In caledonico ‘obair’ significa ‘opera’, ‘lavoro’: il suo sinonimo cornico è ‘ober’);
qoras sembra un accusativo plurale.
La seconda parte la rendo: le genti sabine – che sarebbero due nominativi plurali – (le) hanno erette
(preterito al plurale) – oppure ‘(lo) hanno eretto’ – per Deuus Postumo.
Gli studiosi sono perlomeno d’accordo sul fatto che si tratti di un omaggio reso da un’intera
comunità ad un certo personaggio (pressoché sicuramente un notabile).

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‘Touto’ in celtico significa ‘popolo’, ‘gente’. Ho reso tefei con ‘Deuus’ (coniugato in caso obliquo
nell’iscrizione), antroponimo attestato nella Belgica; praistaint si lega da un lato a voci quali
‘pruia’ o ‘peri’ (precedentemente trattate). Dall’altro al verbo ‘stare’, il cui etimo, leggendo il
Pianigiani, rimanda al render fermo, stabile, fisso, quanto naturalmente starebbe in bilico, in
sospeso, magari traballando o comunque stando in postura precaria (una pietra funebre sta ben
ferma nel suo essere eretta, per così dire, ‘sta bene in piedi’).
Nella prima parte della frase in esame compare qdufenui, avente forse attinenza con ‘dare’. Nella
seconda parte c’è okrei (‘arce’ o ‘campo’, come si è visto).
In un’ultima stele (antropomorfa e frammentaria) di Penna si può leggere soltanto: safinum nerf
persukant. Viene resa: ‘i principi dei Sabini celebrano’ (la frase quindi si interrompe anche). In
scritte lepontiche compare l’antroponimo ‘Nerios’ e il verbo ‘seχeθu’ (‘sechethu’): parleremo
ulteriormente del significato dei verbi a base sac-/sak-/sag-.
È stato rinvenuto nella Valle del Pescara un bracciale (forse maschile?) con incisa una scritta (da me
in parte risistemata): defia fefeh dunoh titiui. Il suo significato sarebbe: Deuia (o Deuua) fece (fare)
il dono per Tizio (‘Deuia’ è attestato nella Celtica; ‘Deuua’ in area germanica oppure danubiana;
‘Titius’ nella Narbonese). Nell’iscrizione si legge inoltre: ombrijen akren (‘agro umbro’? Sembrano
inoltre due accusativi), putih (vocabolo a base pit-? Denota un’ara, un altare?), knuskem (ha forse a
che vedere con il verbo ‘conoscere’: di esso parlerò in seguito).
Nel cippo sabino di Curi (che forse era situata presso Fara Sabina) leggiamo: pra)istaiuh, esmak ed
esmik (‘questo’?), toutaih (‘popolo’ in caso obliquo), uepeti (‘nel sepolcro’? È un locativo?), fitias
(‘figlie’? È un accusativo plurale?).
Nel (piuttosto leggibile e traducibile) cippo di Loro Piceno (Macerata) si legge: apaes qupat (e)smin
pupunis nir mefiin veiat vepeti. La sua possibile traduzione è: Appio giace qui; il giovane principe
del Piceno giace nel sepolcro. ‘Cupa’ in latino indica un contenitore (dunque cavo) e ‘cubare’ è
verbo latino che significa ‘giacere’; ‘kuba’ in lingua basca significa ‘tomba’: qupat è dunque voce
preindoeuropea confluita anche nel latino? Due nominativi collegati potrebbero essere nir e mefiin:
quest’ultimo ha forse med- per radice, che si collega a mio parere al celtico ‘magus’ (‘giovane’),
nonché al ‘Maccus’ dell’osca farsa atellana (che è l’ ‘ingenuo’ e l’ingenuità è una caratteristica
essenziale della giovane e – soprattutto – giovanissima età). ‘Pupun’ indica il Piceno? È in locativo
il termine vepeti?
Della stele di Mogliano sono da segnalare i termini uepetin (che è un nominativo o un accusativo)
ed esmin (esmen compare in uno dei due cippi di Bellante, nel Teramano). L’ultimo vocabolo (nella
forma ‘esmin’) compare anche nella stele (andata perduta) di Acquaviva Picena: in essa è da
segnalare p)raieimum, assai probabile verbo da porre plausibilmente in relazione con ‘pruia’.
In un’ulteriore cippo (antropomorfico) di Belmonte si può leggere (risistemando un po’ il testo):
apunis (n)ir (m)efiin qupat (ecc.), ovvero: Aponius (antroponimo celtico attestato in più aree), il
giovane principe, giace (ecc.). È poi da segnalare dikdeintem (connesso a ‘dire’) e ()epie (pare sia
connesso a ‘sorgente’).
Nel cippo di Sant’Omero si legge pressappoco: petroh pupun suhuh suaipis ehueli puude pepie-.
L’ultimo elemento non saprei come collegarlo al senso complessivo della frase, ma si legherebbe
dunque a ‘fonte’. La traduzione del cippo (da me tentata) non è affatto certa: ‘Pietro il Piceno ha
fatto erigere per sé e per i suoi ciò che è in rialzo’; petroh e pupun sarebbero due nominativi; ehueli
è verbo che potrebbe avere collegamento, ad esempio, con il latino ‘excelsus’; suhuh sarebbe
l’equivalente del latino ‘sibi’, suaipis l’equivalente del latino ‘suis’; puude, infine, avrebbe pit- per
base (l’ho considerato un accusativo anche se non sembra troppo esserlo).
Rendo, infine, parzialmente il cippo frammentario di Castel di Ieri (la sua parte finale): kauieis
puqloh praistait pom-; Caio (è il soggetto, il nominativo) ha fatto erigere/fare quanto è in rialzo (che
da un lato si connetterebbe alla base pit-, dall’altro al latino ‘columna’: è tuttavia un accusativo?)
per pom- (la parte finale di tale destinatario, o è illeggibile, o è tra parentesi).
Le iscrizioni sudpicene presentano dunque degli aspetti linguistici innovativi rispetto alle restanti
iscrizioni esaminate (e ancora da esaminare) in questo saggio.

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I verbi con significato ‘dire’ e ‘conoscere’ rappresentano, ad esempio, delle innovazioni.
‘Dire’ condivide forse con ‘dito’ uno stesso etimo (dic o dik), anche se il Pianigiani non è del tutto
d’accordo. Un dito indica e dunque mostra; il ‘dimostrare’ è ad esempio una sua conseguenza. Il
‘dire’ costituisce dunque un’attività del tutto pratica, volta a prendere atto dei dati della realtà e
dunque delle sue leggi. Il ‘dire’ è fatto pertanto di significanti rinvianti a freddi e oggettivi
significati. Il suo discorrere è di tipo esclusivamente scientifico e serve unicamente ad incrementare
la tecnica.
Quel ‘dire’ che ha invece a che fare con la base sag (da cui, ad esempio e in primo luogo, deriva il
termine ‘saga’), è del tutto celebrativo o elogiativo di qualcuno (ad esempio dell’eroe di una
narrazione). E così, ad esempio, il verbo tedesco ‘sagen’ (‘dire’, appunto) esprime (o perlomeno in
origine ha forse espresso) ciò che è enunciazione poetica, artistica, il cui fine non è cioè quello di
accrescere in alcun modo la conoscenza della realtà (essendo piuttosto volta ad esaltare qualcuno o
alcuni).
Per quel che riguarda la spiegazione del verbo ‘conoscere’ non posso che prendere ad esempio il
suo corrispettivo latino ‘cognoscere’, per di più in quanto altri linguaggi lo hanno presumibilmente
fatto proprio. Ebbene, in ‘cognoscere’ vi è a mio parere (in parte) il termine ‘natus’ (o, più che altro,
il forse più antico ‘gnatus’), significante ‘figlio’ quale cosa nuova che è venuta al mondo (e di cui si
è preso atto). ‘Conoscere’ significa dunque apprendere delle novità, tutto quanto non si sapeva: il
valore di tale verbo sarebbe allora del tutto scientifico, la sua portata esclusivamente attinente alla
crescita tecnologica.
Da un lato abbiamo dunque (ad esempio) i Latini, quale popolo portato scientificamente al
progresso, incline a progredire, dall’altro abbiamo i più conservatori Celti, i quali invece, più
religiosamente, rispettosamente (nei confronti – ad esempio e in primo luogo – della natura, in
modo tale da non alterarla troppo), sono portati ad operare sulla base di quel bagaglio fisso (o quasi)
di conoscenze di cui già dispongono tradizionalmente (per tradizione).
È stato dunque tipico del latino il partire da vocaboli (magari appresi da altri) preesistenti (potrebbe
essere il caso di ‘dito’ e di ‘nuovo nato’) per elaborarli, escogitando dunque nuovi termini.
Se verbi come ‘conoscere’ o ‘dire’ sono presenti nelle lingue germaniche, ciò potrebbe essere
quindi dovuto dall’influenza linguistico-culturale esercitata dai Romani sui popoli parlanti tali
idiomi. Nelle lingue celtiche non li troviamo, oppure sono stati introdotti in esse in tempi (più o
meno relativamente) recenti. Si pensi, ad esempio, a come la lingua irlandese si sia modificata
(latinizzata), anche foneticamente, soprattutto a contatto con i monaci cristiani che hanno
evangelizzato l’Irlanda. Certamente, tuttavia, sia le odierne lingue celtiche che germaniche non
risultano del tutto snaturate rispetto a come erano anticamente, a differenza delle varie lingue
romanze.
Per quel che riguarda i mutamenti più meramente fonetici indotti dall’influenza del latino sulle
lingue celtiche, si può prendere ad esempio la tavoletta di piombo gallo-romana di Chamalieres
(località francese appartenente alla regione storica dell’Alvernia), di età dunque romana e degli inizi
dell’era volgare. Per fare un piccolissimo esempio, l’antroponimo che vi compare di ‘Caelius
Pelignus’ ricorda molto la lingua osca (formatasi, analogamente, a contatto con il latino, o
comunque con la lingua dei ‘primi italici’). Il nesso semantico tra ‘Pelignus’ e i Peligni (antica
popolazione sabellica abruzzese) è lampante. Entrambi i termini hanno a che vedere con il celtico
‘bel’ (‘luce’). La seconda parte dei due termini può invece ad esempio essere posta in relazione con
l’antroponimo ‘Egnatius’ (osco, ma dall’aspetto particolarmente arcaico, per cui è forse appartenuto
anche al più puro idioma umbro). Egnazio Gellio (‘Egnatius Gellius’) è stato un capo, un
condottiero, sannita: è interessante notare l’aspetto fonico (oltreché semantico) del suo ‘nomen’.
Esaminando ‘Caelius’, esso è la latinizzazione di una voce celtica avente ‘gael’ per radice (da cui,
ad esempio e in primo luogo, è derivato il termine ‘gaelico’).
Passiamo ora ad esaminare le tre principali (le più significative) iscrizioni sudpicene.
Inizio con l’analisi di quella che compare nel monumento (funerario e forse ‘parlante’) di
Capestrano (l’Aquila).

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La studiosa Anna Marinetti l’ha letta e scomposta in tal modo: ma kupri koram opsut aninis
rakinevii pomp-. La risistemo per renderne agevole la comprensione (per azzardare, subito dopo,
una mia personale traduzione): aninis opsut ma koram kupri raki nevii pomp-; Anina ha fatto
produrre me, il monumento, per l’amabile re Nevio Pomp- (‘amabile’ – come vedremo – poiché
benevolo nei confronti della sua comunità).
Ho dunque considerato il ma quale corrispettivo del ‘me’ latino (sarebbe un accusativo singolare
femminile). Anina, il soggetto in nominativo, potrebbe essere il diminutivo di Ana (attestato in
Germania o presso il Danubio; quello che è pressappoco il suo corrispettivo maschile, Aninius, è
attestato in Germania superiore). Abbiamo già incontrato opsut (preterito in terza persona singolare)
e koram (che è un altro accusativo singolare femminile). L’amabile, il buon re Nevio pomp- (lo
studioso Adriano La Regina ha reso tale ultimo termine con Pompuledio: è forse un patronimico?),
sarebbe il defunto destinatario della raffinata e celebre statua antropomorfa (raffigurante un
guerriero): kupri raki nevii e con alta probabilità anche pomp- sarebbero dei casi obliqui.
Deve essere stabilita una relazione tra kupri, il latino ‘carus’ (o piuttosto – come vedremo – il latino
‘bonus’) e la divinità umbro-picena Cupra.
Quest’ultima è forse una divinità originariamente pelasgica? In tal caso vi sarebbe un nesso tra
‘Cupra’ e (ad esempio) Cipro (in greco il nome dell’isola è Kypros). I Micenei, con la loro Lineare
B (scrittura greco-arcaica. La Lineare A è invece quella pre-greca dei Cretesi), appellavano i ciprioti
‘kupirijo’.
I romani identificavano Cupra con la ‘Bona Dea’ dei Latini (la assimilarono ad essa). La voce kupri,
infatti, più che con ‘carus’ (che significa ‘persona cara’, ‘amata’), si collega a mio parere con il
latino ‘bonus’, che significa ‘buono’, ‘fausto’, ‘prospero’ (ad esempio, per una comunità).
Vi sarebbe allora un parallelismo tra l’iscrizione del guerriero piceno e la figura del celtibero
Retugeno.
Il nome ‘Nevio’ lo si può collegare a quello del celebre letterato capuano (o atellano), ma anche al
termine gallico ‘nevio-’ (‘nuovo’): raki lo si può invece porre in relazione con un personaggio
celtiberico, ‘Teiuoreikis’ (lo si può scomporre in ‘Teiuo’ e ‘reikis’), che compare nel bronzo di
Luzaga (La Mancia). Inoltre, in un oggetto votivo retico del III secolo a. C., rinvenuto a Magrè
(Vicenza), si legge: Estuatel Rakinua (o Pakinua: in tal caso il nome lo si può porre in relazione
con l’onomastica osca). L’anzidetta iscrizione viene tradotta in tal modo: ‘Rakinua (o Pakinua) di
Estuate (lo ha offerto)’; ad un nominativo femminile segue un genitivo (con funzione patronimica:
‘l’ è una desinenza genitivale, in uso anche in ambito lepontico).
Passiamo ad esaminare l’iscrizione incisa sulla stele di Penna cui fa riferimento il documento su
Retugeno. È grezzamente antropomorfa, nel senso che è longilinea e nel suo vertice è scolpita una
testa umana (per giunta abbastanza stilizzata).
Riordino l’iscrizione scomponendola in tre parti, tralasciando inoltre di trascrivere gli elementi
semantici non chiari: povaisis safinus eselsit estuf mufqlum; meitims praistait panivu mefistrui
nemunei titui posmui; trebegies safinas tutas praistaklasa.
Provo a tradurla: ‘Bovasio il Sabino ha innalzato questo cippo; il manufatto si erge (ben) manifesto
per gli strutti (che sono in preda allo struggimento) Nemonia e Tito Postumo; la guida del popolo
sabino ha eretto la stele’.
‘B. il S.’ è quindi il soggetto; eselsit andrebbe posto in relazione con ‘excelsus’; estuf è dimostrativo
e mufqlum richiama ‘columna’ (sarebbero due accusativi).
A meitims si fa riferimento nel documento su Retugeno. Dovrebbe essere un nominativo. Nel
Pokorny il termine gotico ‘maitan’ significa anche ‘taglio’ (oltreché ‘colpo’). Sempre in esso, il
greco midas viene tradotto con l’inglese ‘made’ (‘fatto’, ‘fabbricato’). Indica dunque una pietra
lavorata (in primo luogo tagliata) e, più in genere, indicherebbe un qualsiasi tipo di manufatto.
Abbiamo già incontrato praistait. Ha ad esempio relazione con il già trattato verbo ‘pandere’ il
termine panivu, che potrebbe anche essere reso con un avverbio (del tipo ‘visibilmente’ o – ancora
meglio – con ‘vistosamente’: gli studiosi su ciò sono piuttosto d’accordo).

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È scomponibile mefistrui? In tal caso avremmo mefi separato da strui. Potrei anche decidere di
lasciare mefi non tradotto (ne azzarderò tuttavia la traduzione).
Nel Pianigiani ‘struggere’ (che viene anche posto in relazione con ‘struggimento’), viene fatto
derivare dal latino ‘destruere’, che ha il significato di ‘distruggere’, ‘annientare’ (forse anche
moralmente, dunque). ‘Nemonia’ e ‘Tito Postumo’ (entrambi a mio parere in caso obliquo
nell’iscrizione, assieme a mefistrui), potrebbero essere dei genitori che hanno perduto un figlio/una
figlia? Il termine fitiasom dell’iscrizione (che solo ora cito), può avere a che vedere con
‘figlio’/‘figlia’ (fitia-som sembra fra l’altro femminile)? Infine, mefistrui potrebbe significare
‘strutti per il piccolo/(o piuttosto per) la piccola’? Le mie sono ovviamente delle semplici ipotesi,
delle mere supposizioni (e comunque, dei tentativi di traduzione).
Ho quindi tradotto nemunei con ‘Nemonia’: ‘Nemonia’ e ‘Nemonius’ sono attestati in quella che
era la Gallia Narbonese.
Tornando a Bovasio, esso sarebbe il trebegies del popolo sabino (safinas e tutas sarebbero due
genitivi al singolare). L’ho tradotto con ‘guida’, in quanto potrebbe essere scomponibile in treb ed
eg-ies: il primo lemma significa ‘tribù’, il secondo potrebbe avere relazione con il latino ‘ag-ere’
(‘condurre’). ‘Eg-isse’ significa ‘avere condotto’: ciò significa che in alcuni casi la ‘a’ di tale verbo
– già in latino – può divenire una ‘e’. Non è inoltre insolito che la ‘e’ di un termine celtico tramuti
in una ‘a’ nel suo diventare (ad esempio) un imprestito straniero che confluisce nella lingua latina.
Infine, praistaklasa sarebbe scomponibile in prai-sta-klasa (credo risulti ormai facile, per il lettore,
interpretarne il senso, in base a tutto ciò che è stato detto su quanto è linguisticamente confrontabile
con tali tre elementi).
Riporto adesso la prima parte dell’iscrizione latina (che cito solo ora) di area gallica di cui si parla
nel documento su Retugeno. Ha difatti attinenza con ciò che ho appena concluso di tradurre e
spiegare: ‘Martivs Tovtedo et mercator Atevrita parentes miserrimi amisso filio fecer(unt) et sibi
vivi’ (l’iscrizione, quindi, continua). La traduzione di tale frase sarebbe: ‘Marzio Toutedo,
mercante, e Ateurita, genitori tristissimi (estremamente angosciati), da vivi fecero (fare, la tomba o
un monumento) per il figlio perduto e per loro stessi’. È interessante notare come il nome del loro
figlio non compaia nell’iscrizione (così come nella stele di Penna: si tratta ovviamente di stabilire se
la mia ipotesi interpretativa del suo senso sia giusta).
Riporto, infine, l’iscrizione della stele di Castignano (Ascoli Piceno), al solito da me rimaneggiata
(non include, inoltre, due termini di difficile traduzione che compaiono nella sua prima parte):
qupirih patereih aritih matereih qolofitur; apaius manus pupunum adstaiuh estufk meitimum suais.
La sua ipotetica traduzione è la seguente: ‘per il buon padre e per la cara madre è stata innalzata (la
stele); Appio Mano dei Piceni ha fatto ergere questo cippo per i suoi (genitori defunti)’.
Una ricorrente abbreviazione latina sembra ricalcare la struttura della prima parte dell’iscrizione: F.
P. D. M. P. (Filius patri dulcissimo matri piissimae). Significa: ‘il figlio per il padre carissimo
(amabile) e per la madre piissima (virtuosa, religiosa, rispettosa del sacro e del divino)’.
La figlia di un notabile tortonese (dell’antica ‘Iulia Dertona’, forse popolata da tribù celto-liguri), fa
erigere per i suoi genitori defunti (assieme ai discendenti di questi ultimi) un sontuoso sarcofago
(conosciuto come ‘Tomba di Nerone’). Anche in esso compare una formula simile a quella
anzidetta: ‘patri dulcissimo […] matri karissimae’ (quest’ultimo termine sta per ‘persona carissima’,
poiché tuttavia ‘amabile’, ossia degna di ricevere amore e affetto).
In un’ara funeraria di Cantù (in territorio gallico-cisalpino: oggi è in provincia di Como), si legge di
due fratelli che dedicano l’altare in questione ‘ai genitori piissimi’ [‘parentibus pientissim(is)’].
Tornando alla stele di Castignano, la spiegazione della prima parte della relativa iscrizione è
praticamente già stata fatta: ad una serie di casi obliqui segue un verbo (qolofitur), avente a che fare
con ‘columna’.
Con ‘Appio Mano (e non Manio) dei Piceni’, abbiamo due nominativi, cui segue un genitivo
plurale. ‘Mano’ ha quasi certamente un legame con il mitologico Manno (in latino ‘Mannus’) di cui
ci parla lo storico Tacito: è il progenitore delle varie tribù germaniche occidentali. Và posto in
stretta relazione con l’inglese ‘man’ e il tedesco ‘mann’ (vocaboli significanti, ovviamente,

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‘uomo’). Il preterito adstaiuh si riallaccia completamente al latino ‘stare’ (probabile imprestito
ausonico o ausonio della lingua sudpicena). Sarebbero due accusativi singolari estufk e meitimum,
suais sarebbe caso obliquo al plurale.
Il saggio si conclude esaminando alcuni aspetti della lingua retica, anche nella sua connessione con
l’etrusco.
In una vecchia rivista di studi etruschi si legge dei principali elementi che l’etrusco avrebbe in
comune col latino e con l’italico. Tra questi vanno in particolar modo annoverati la forma verbale
‘upahk’ e la base sak- propria, in primo luogo, del latino ‘sacer’ (che significa – fra l’altro – anche
‘inviolabile’, ‘ciò che è tabù’). L’anzidetto verbo lo si confronta con l’osco ‘upsannam’, con il
vestino ‘upeke’, con l’umbro ‘osatu’ (molto vicino al celtiberico ‘oisatuz’), infine, con il latino
‘operare’.
Alessandro Morandi afferma invece come i verbi retici con terminazione in ‘-u’ (‘iupiku’, ‘upiku’)
e in ‘-us’, siano dei preteriti transitivi e attivi di forma verbale finita, da collegare alle forme verbali
celtiche ‘tetu’, ‘karnitu’, ‘karnitus’. I due suddetti verbi (dallo stesso significato), andrebbero invece
posti in relazione con la radice indoeuropea op-, significante ‘fare’, ‘operare’, contenuta nell’osco
‘upsed’ o nel latino ‘opus’ (che più di ‘opera’ esprime l’idea di ‘manufatto’, anche se entrambi i
termini indicano, in primo luogo, l’atto del lavorare). Possono essere anche tradotti, per lo studioso,
con ‘offrire’, se calati in contesto funerario.
In un manufatto retico non databile con precisione rinvenuto a Settequerce (Bolzano), facente parte
di un corredo tombale, si legge: paniun laσanuale upiku perunies sχaispala; P. (perunies) ha offerto
o ha fatto fare (upiku) l’oggetto (paniun: è un accusativo) per Las. (forse patronimico in caso
obliquo terminante in -e). Il termine sχaispala (‘schaispala’), che Morandi non traduce, andrebbe
tuttavia, per lo studioso, posto in relazione con il ‘kala’ di un’iscrizione retica che riporterò fra
breve: sχais- ha a che vedere con la base sak-? Lo studioso pone in relazione paniun con ‘apan’ e
‘apanin’ (termini che compaiono in ulteriori iscrizioni retiche): di tali termini parleremo più avanti.
In un manufatto bronzeo rinvenuto a Sanzeno (Trento) si legge (ovviamente, in retico): xanφel
suries kala hepruσi ahil klanturus; Suries (nominativo di un’antroponimo celtico) Xanphel
(patronimico in genitivo da collegare ovviamente al soggetto) ha offerto/ha fatto fare (kala) per H.
(Heprusi è caso obliquo con terminazione etrusca in -σi) un’opera (ahil) del figlio (klan-: è etrusco)
di T. (-turus), ossia realizzata da quest’ultimo (ciò per Morandi).
Il significato di kala viene esteso da ‘innalzare’ a ‘fare’. Anche per ahil (da confrontare con
l’etrusco ‘acil’) vale un identico discorso. Per alcuni studiosi ‘ac’ e ‘akr’ sono voci celtiche
indicanti ‘pungiglione’ e ‘punta’. Da esse deriverebbe il latino ‘acutus’ (‘aguzzo’, ‘appuntito’, ma
anche ‘affilato’, ‘tagliente’) e il greco akron (‘promontorio’) avrebbe a che vedere con esse.
In un altro manufatto retico sudtirolese si legge tiutisaχvili: o è scomponibile in tiutis e aχvili,
oppure in tiuti e saχvili. Nel primo caso il secondo termine è da associare ad ‘akvil’ e ad ‘akve’ di
altre due iscrizioni retiche. Nel secondo caso il secondo vocabolo avrebbe sak- per base.
Comunque, in due iscrizioni retiche compaiono sakat e sukh, due verbi che hanno certamente
relazione con sak-. Nella prima delle due compare anche estaσ (estas), dimostrativo (afferma
Morandi) la cui base è molto frequente in ambito dedicatorio-funerario sia latino che osco-umbro.
È forse della fine del IV secolo a. C. la statuetta estruschizzante (forse raffigura Marte) di Sanzeno.
In essa si legge: laturusi pianus apanin; P. (ha a che vedere col nome latino Appiano? In un’altra
iscrizione retica si legge invece apnu: ha relazione con l’apunis sudpiceno?) ha offerto (il verbo è
sottinteso) l’oggetto (l’accusativo singolare apanin) in pro di Laturu (afferma Morandi).
Le radici ar e arv, in lngua etrusca, possono indicare un campo così come un monte (un loro
derivato è ‘alse’, che in etrusco significa ‘alto’, ‘innalzato’): ar è in uso anche nel celtico; da arv
deriva il latino ‘arvum’, che significa ‘campo’, ‘campagna’, ‘pianura’.
Ma ar ha a che vedere anche con l’acqua: ‘aren’ in lingua bretone significa ‘fiume’. Secondo alcuni
studiosi il lemma può modificarsi in ‘av’, ‘ava’, ‘apa’ e ‘sava’: e così, il fiume Velino fu anche
detto Avens Flumen. Ma anche Apanin (Appennini) e Alpan (che in etrusco indica le Alpi) sono dei

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derivati del suddetto lemma. Infine, sia il latino ‘aqua’ che il celtico ‘axa’ (significanti ‘acqua’),
sono suoi derivati.
Per via della polivalenza semantica di quanto ora analizzato, un termine come (ad esempio) apanin
può prestarsi ad indicare un qualsiasi fenomeno, ossia un qualsiasi oggetto.
In un corno votivo ritrovato a Magrè si legge: (E)stuva tinaχe; in un altro corno di Magrè si legge:
Ritie kertinake. Morandi afferma che il retico tinaχe (‘tinache’) corrisponde al tinake etrusco. La
prima iscrizione la si traduce: ‘E. ha donato (l’oggetto)’; la seconda la si traduce: ‘(qualcuno – il
soggetto infatti non compare) ha donato l’oggetto per (la dea retica) Reitia’. Anche ker, perlomeno
nelle iscrizioni retiche, non si limita ad indicare una pietra, ma indica ogni possibile oggetto (sia
funerario che votivo).
Segnalo due libri con i quali sarà utile confrontarsi affinché le considerazioni linguistiche svolte nel
corso di questo lungo capitolo possano venire giustificate, affinate (anche apportandovi lievi
modifiche), e affinché (magari) possano altresì venire (perlomeno in parte) confutate.
Il primo dei due libri abbonda (pur non potendo essere esauriente) di iscrizioni dell’Italia antica di
lingua non-latina3. Il secondo analizza in modo sufficientemente dettagliato le varie parlate
dialettali d’Italia4.
Concludo il capitolo affinando, integrando e rettificando le affermazioni di natura filosofico e
storico-socio-politica che sono state fatte in esso (ho l’abitudine di svolgere dei works in progress).
Tali nuove affermazioni costituiscono una digressione e dovranno esser tenute presenti per l’intero
svolgimento del libro, poiché torneranno utili per la sua comprensione complessiva.
Ogni uomo manifesterebbe originariamente la tendenza ad optare per la scelta che comporta il
minor disagio possibile. Immaginiamo tuttavia un uomo completamente privo d’esperienze. Se un
tale uomo dovesse obbligatoriamente scegliere se scontrarsi contro un nano o contro un gigante non
saprebbe per cosa optare, in quanto non sa nulla dei maggiori problemi che la seconda scelta
implica per lui. Analogamente, se fosse posto presso un bivio, dovendo scegliere tra una strada
agevole da percorrere e un sentiero impervio – posto che tale uomo debba assolutamente
raggiungere una meta posta oltre la biforcazione – non saprebbe a cosa risolversi. In tal caso, anche
se la causalità fosse una categoria, un universale, non potrebbe vigere: l’uomo dell’esempio
sceglierebbe a caso tra le prime o le seconde scelte da me enunciate.
Se è forse impossibile fondare filosoficamente le soggettive categorie, per cui non si può che restare
scettici di fronte al fatto se il mondo abbia o meno un ordinamento (dovendo sospendere il nostro
giudizio su questioni di tale natura), mi sembra addirittura impossibile che esso possa avere dei
principi che lo regolano. Se il mondo è dunque un sogno sregolato, credo tuttavia che la probabilità
che possa venire contraddetto in tale sua assenza d’ordine sia pressoché irrealizzabile. Ovvero, il
cosmo mostrerebbe un’apparente regolarità, ma che solo in virtù di un assai improbabile miracolo –
quanto alla possibilità del suo verificarsi – potrebbe venire smentita. In parole povere, non c’è una
causalità, ma è come se ci fosse.
Ma torniamo agli esempi che ho svolto. Posto che un uomo abbia già accumulato un certo bagaglio
di esperienze, sceglierà con altissima probabilità (o in modo pressoché impeccabile) le possibilità
per lui più agevoli. Ma, o per via dell’alto grado della sua forza fisica, o per via della sua forza
spirituale (intendendo per quest’ultima la facoltà di poter assumere teoricamente l’intera totalità dei
possibili), avrebbe potuto – perlomeno in linea teorica – indifferentemente risolversi, in alternativa,
anche per le due possibilità più malagevoli. Un tale uomo è dunque privo di paura (la paura è la
ripulsa per la sofferenza), sebbene le sue scelte denoterebbero il contrario (optando in modo quasi
certo per le scelte implicanti il minor eventuale dolore per lui).
L’uomo sviluppa un minimo senso morale, fuoriuscendo da una condizione animalesca, dapprima
del tutto utilitaristico. Se ad esempio vede un vecchio in difficoltà, lo soccorre in virtù di un
ragionamento egoistico per il quale egli stesso potrebbe in futuro (ovvero da anziano) trovarsi nelle
sue stesse condizioni, non avendo la forza sufficiente per sbrigarsela da solo in analoghe difficoltà.
3
4

cfr. V. Pisani, Le lingue dell’Italia antica oltre il latino, Rosenberg & Sellier, Torino 1986.
cfr. G. Devoto - G. Giacomelli, I dialetti delle regioni d’Italia, Bompiani, Bologna 2002.

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Ma tale uomo non ha abbastanza coscienza egoistica per astenersi, ad esempio, da ogni forma di
scontro che ne metta a repentaglio l’incolumità fisica e la vita stessa, è troppo ottimista per
rispettare le leggi di un eventuale stato (credendo di poterla fare franca nell’ipotesi che commetta un
crimine), infine può assumere una condotta dissoluta che ne mette a rischio l’integrità fisica futura
nonché la vita.
L’uomo non ha in realtà nessun bisogno di sviluppare un senso etico (sia pure minimo), essendo
altri gli strumenti adatti a cavarsela nella vita. Inoltre (anche qui mi limito ad un accenno), nella sua
natura animalesca, primitiva, quasi del tutto incosciente e alienata, delle origini, si trova
perfettamente a suo agio, amandosi inoltre massimamente per come è, per come è (nel modo
anzidetto) originariamente costituito.
Sviluppando quindi un senso etico minimo e palesemente utilitaristico, mente a se stesso circa la
sua reale utilità e indispensabilità. E mente a se stesso poiché disprezza se stesso, o meglio finge di
disprezzare se stesso: ciò in virtù dell’arbitrio che caratterizza – perlomeno in linea di principio – la
sua – dunque teoricamente – reversibile condotta morale.
Se può anche darsi un uomo che camuffa il proprio utilitarismo etico con la veste esteriore dei
sentimenti, mantenendo tuttavia inalterata ogni caratteristica sopradescritta – e ciò per via di
ulteriore disprezzo che getta verso il suo modo d’essere più originario e autentico – solitamente, al
formarsi dei sentimenti in lui, si accompagna un reale incremento della sua consapevolezza che lo
induce, perlomeno, a rispettare le sole leggi dello stato, e le rispetta perlomeno a patto che vengano
doverosamente e sistematicamente applicate (altrimenti è portato a trasgredirle, al pari dell’uomo
dal senso etico minimo che succede storicamente all’uomo animalesco).
Anche le arti sorgono per il rifiuto della propria natura mediocre o indifferenziata, quindi – ancora
una volta – per vergogna nei confronti della propria indole primitiva. Il superamento
dell’alienazione o indifferenziazione primitiva che ne deriva (ovvero la maggiore diversificazione
degli uomini, per via delle loro differenti abilità artificiali e del grado maggiore o minore della loro
bravura in tali abilità), non è che vanteria: sono modi attraverso cui l’uomo tenta (in fondo invano)
di sentirsi superiore a come è in origine, ovvero uguale (per molti aspetti) ad ogni altro suo simile.
Invano, dunque, spicca in qualcosa (ad esempio per il possesso di una qualche maestria), non
potendo sentirsi realmente migliore degli altri.

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II
Vi è da ritenere che la condizione più originaria degli indoeuropei sia rappresentata dai Fenni (o
Finni) di cui ci parla Tacito nella parte conclusiva della Germania.
Alcuni studiosi li ritengono originariamente stanziati nella costa meridionale della Finlandia.
Avrebbero abitato in seguito un territorio che partiva dall’Estonia (dirimpettaia meridionale della
Finlandia) giungendo fino ai piedi dell’intera Carelia.
Effettivamente, se si tiene presente l’area in cui sono disseminate le ‘asce da combattimento’ (armi
tipiche degli indoeuropei più antichi), essa comprende innanzitutto la costa meridionale finlandese
(compresa una piccolissima striscia di terra verticale, in cui è ad esempio situata l’attuale San
Pietroburgo, che dà continuità all’intero territorio degli indoeuropei originari), luogo a partire dal
quale tali popoli si riversarono a valanga (andando a formare quasi un triangolo) su quella parte
dell’Europa che dall’Oder giunge sino al sud degli Urali. Tale valanga si arresta all’altezza delle
sorgenti dell’Oder e della Vistola: se dovessimo congiungere le due sorgenti quali due punti ideali,
e se tracciassimo una retta che li congiunge, prolungandola, essa giungerebbe grossomodo fino alla
steppa che sorge laddove i monti Urali hanno fine.
Il suddetto triangolo ideale (avente dunque le coste sud finlandesi per vertice, le sorgenti dell’Oder
e la zona a sud degli Urali per le due restanti estremità), è popolato in modo compatto (forse intorno
al 3000 a. C.) – o comunque in modo alquanto compatto – da una medesima stirpe in possesso della
civiltà del rame (segue l’età della pietra e precede l’età del bronzo).
Vi è da ritenere che sia il sovrappopolamento la principale (se non la sola), più remota causa degli
spostamenti dei popoli.
Immaginiamo i più antichi, originari, Fenni che ancora non hanno abbandonato la loro Urheimat (la
loro patria originaria, la loro terra d’origine), essendo ancora tutti concentrati nella costa
meridionale della Finlandia.
In tale loro habitat il clima è piuttosto rigido, ma non intollerabile. La costa in cui abitano, essendo
a metà tra il bosco temperato (che solitamente ospita alberi quali ad esempio le querce) e la più fitta
taiga fatta invece di conifere (foresta mista), essendo abbastanza agevolmente percorribile, si presta
decentemente ad essere insediata. La relativa mitezza del clima e del paesaggio in questione è tale
che il suo disboscamento può consentire addirittura pratiche agricole (sebbene il popolo primitivo di
cui sto parlando sia interamente composto da cacciatori-raccoglitori).
Tale zona, oltreché fruttuosa per la caccia, è anche molto pescosa, per via dei tanti piccoli corsi
d’acqua e specchi d’acqua che la caratterizzano e soprattutto per via dei vari, più grandi, laghi
(piuttosto ampi ma molto frastagliati), collocati soprattutto a nord (pressoché costituendo i confini
settentrionali di tale assai probabile Urheimat indoeuropea).
Tali popoli non hanno vita sociale (non hanno ancora istituito una società di tipo umano), sebbene
già dispongano di un’intelligenza di tipo umano. Le madri si occupano dei figli così come gli
animali femmina dei loro cuccioli, i padri non si curano affatto della loro prole, ignorandola da
sempre (dopo essersi accoppiati, abbandonano a se stessa la donna con cui si sono uniti). Donne e
figli sopravvivono poiché l’uomo non manifesta la tendenza ad attaccarli, per cui la prima può
svolgere pressoché indisturbata l’attività a lei più confacente (e che dunque predilige), quella di
raccoglitrice.
Prima che sorga una società di tipo umano non c’è ancora il linguaggio umano che è – propriamente
parlando – di tipo comunicativo. L’intelligenza, si è detto, è invece già presente (perlomeno a
livello potenziale), in quanto, nei ragionamenti ipotetici che si stanno facendo, ci si sta riferendo
all’Homo Sapiens-Sapiens.
Se l’animale è capace unicamente di comunicazione non verbale immediata (non potendo in
particolar modo discorrere del passato e del futuro con i suoi simili), è tuttavia in grado di utilizzare,
almeno un po’, la sua mente. Di un frutto non prende di mira la sua individualità, ma la sua

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similarità con gli altri frutti, per cui è in grado di riconoscerli quando vi si imbatte, essendo dunque
in grado di nutrirsene.
Ma facciamo l’esempio dell’uomo che escogita il primo e più semplice arnese di cui possa disporre
(sia contro gli animali, sia contro altri uomini), ovvero la clava. Mettiamo, ad esempio, che un
giorno quest’uomo venga colpito in testa, da una certa altezza, da un ramo secco ma grosso.
Immaginiamo che l’esperienza si ripeta, affinché quell’uomo possa immagazzinare alcune regole
che si verificano in natura. Si accorge allora che un oggetto, quanto più è massiccio e quanto più è
veloce, tanto più fa male se utilizzato per percuotere. Con un bastone robusto ma maneggevole,
brandendolo celermente, potrà avere la meglio in uno scontro con una certa facilità, sia di un uomo
che di una fiera che lo attacca. Inoltre con esso la caccia migliora.
Tacito ci informa che i Fenni della sua epoca utilizzavano delle frecce: con esse lo storico latino
indicherebbe piuttosto delle lance da caccia, poiché non credo sia accertato che allora essi già
conoscessero l’arco. Ritengo inoltre che il più originario passatempo umano (oltreché andare a
zonzo senza una meta – oltreché fare quindi delle passeggiate – e oltreché fare sesso, ma piuttosto
di rado, come nel mondo animale), sia consistito nel prodursi in scontri fisici, in scazzottate,
praticate nei momenti in cui non c’era necessità di cacciare (lo si faceva dunque per ammazzare il
tempo).
Immaginiamo che il suddetto habitat divenga popolato in modo così fitto che sopravvivere divenga
assai difficoltoso (in primo luogo, mancando il dovuto nutrimento per ognuno). Si scatenerà una
guerra di tutti contro tutti per il possesso di tutto ciò di cui ci si può cibare. Mentre si è a caccia, o
mentre si stanno raccogliendo dei frutti, può capitare di imbattersi in un malintenzionato che vuole
sottrarci quanto ci si è procacciato. La vita diventa non solo più ricca di stenti, ma anche più
precaria quanto alla sua perpetuazione (oltreché alla sua incolumità). Un continuo stato di tensione,
di allerta, di paura, inizia a impadronirsi degli uomini che vivono in quell’habitat (precedentemente,
per lo più, sereni).
Potrebbe capitare che mentre sto raccogliendo negligentemente disarmato (per sbadataggine) dei
frutti, mi si faccia avanti un uomo invece armato che me ne priva impadronendosene. Oppure, mi
sto contendendo con qualcuno il possesso di qualcosa, ma ho la peggio. A quel punto l’intelligenza
mi suggerisce di associarmi almeno con un altro individuo per poter evitare in futuro l’uno e l’altro
degli inconvenienti che mi sono capitati. E in due diviene più facile anche depredare (nasce in tal
modo l’embrione di una banda). Ritengo che siano le bande (fatte sorgere a scopo sia difensivo che
offensivo, criminale) le più antiche forme associative umane. La società umana avrebbe inizio con
esse.
Ben presto tuttavia, vuoi per intelligenza, vuoi per imitazione, di bande iniziano a sorgerne in ogni
parte dell’habitat. Per cui, alla fine, si è da punto a capo (ci si viene cioè nuovamente a trovare in
una situazione invivibile, analoga a quella di partenza). Gruppi non troppo grandi e piuttosto
omogenei (quanto al numero dei loro componenti e quanto alla corporatura di questi ultimi) si fanno
guerra l’un l’altro non pervenendo a nulla di stabile e sicuro. Scontrandoci con nostri pari si può
talvolta vincere e talvolta perdere (come un pugile che sfida due volte uno stesso avversario, sia
perdendo che vincendo). Talvolta lo scontro finisce in parità: le parti, estenuate, non sono giunte
entrambe a prevalere. Non gli resta da far altro, magari, che spartirsi il magro bottino che si sono
contese, o il controllo di una stessa zona, nella quale però entrambe le fazioni faranno una vita di
stenti.
A quel punto non resta da far altro che decidere, magari attraverso un sorteggio, quale banda – o
quali bande – debbano abbandonare quel territorio.
In tale situazione di incertezza collettiva o generalizzata potrebbero forse essere sorti i primi riti (in
origine interamente guerreschi, volti cioè a propiziare la vittoria in una scaramuccia, in una
schermaglia). Credo che solo più tardi assumeranno la forma del dono e del sacrificio rituali.
Inizialmente, forse, erano più vicini, ad esempio e in primo luogo, al vudù: magari si infieriva su di
un totem raffigurante l’avversario per indebolirlo, tentando di procurargli acciacchi e, in genere,
debolezza fisica e inabilità guerresca (insomma, degli impedimenti per la lotta).

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È in tale clima di continua tensione che sorgerebbe, inoltre, la paura per la perdita della propria vita.
Tale timore è latente – se non completamente assente – in condizioni perpetue di pace e stabilità
vitali. La morte la si teme solo quando ci si fa incontro: possiamo, al contrario, mostrare talvolta
addirittura sprezzo per essa, quando non è in gioco. Si è parlato in precedenza dell’identità di vita e
morte presso la mentalità umana più primitiva: ebbene, si tratterebbe proprio di una questione di tal
sorta (ovvero attinente a ciò di cui ho appena concluso di parlare), sebbene – si disse – esistano
individui (ma vi è da ritenere che siano solo eccezioni e mai tutti i membri di un’intera società) che
non la temono affatto.
Ma torniamo a quanto tralasciato. Poniamo che una delle suddette bande sia costretta a spostarsi
(per via di un qualche invalicabile impedimento) unicamente trasversalmente, più precisamente in
direzione nord-est. Deve insomma stanziarsi nelle taighe della Carelia. Il luogo del loro nuovo
insediamento è certamente meno ospitale della loro terra d’origine. I corsi d’acqua sono più scarsi,
le temperature più rigide, l’abitabilità meno agevole, la terra meno fruttuosa. Poniamo inoltre che lì
siano stanziate popolazioni altaiche che non abbiano potuto insediarsi nell’Urheimat ariana per via
della loro inferiorità fisica (e dunque bellica) rispetto ai Fenni. Verranno oltretutto scacciate con
facilità dal loro habitat da quelle bande che vi giungeranno, perdendo in delle zuffe (posto che
anche tali popoli altaici siano già organizzati in bande).
Mettiamo che, per forza di cose, anch’essi siano costretti a spostarsi verso nord-est: saranno relegati
a vivere nella freddissima e desolata tundra che costeggia il mare, che non dà alcun frutto (tranne
muschi e licheni) e ospita scarsa cacciagione (la renna, ad esempio, preda molto ambita dai popoli
primitivi di cui stiamo parlando, in essa tende a disperdersi in lungo e in largo, mentre nella taiga –
in cui vi giunge specie per svernare – la sua presenza tende ad avere, per così dire, ben maggiore
densità, per via della maggiore quantità di cibo – magari per essa non prelibato come quello che
trova nella tundra – che vi trova. Insomma, lo spazio della taiga è più ristretto rispetto a quello della
tundra, ma in esso vi è cibo in maggiore concentrazione).
L’intelligenza suggerisce a quelle genti mongoliche bandite dalle terre in cui abitavano cosa devono
fare, non solo per riprendersi quelle zone, ma perfino per rivalersi dei loro avversari, scacciandoli
addirittura dalle coste finlandesi, in modo tale da poter raggiungere (nell’eventualità della loro
vittoria, del loro prevalere su di essi) un livello di vita che mai avevano conosciuto.
Ebbene, tali popoli fisicamente più svantaggiati rispetto agli indoeuropei, possono eguagliarli in
potenza in un solo modo: aumentando di numero, incrementando cioè l’ampiezza numerica delle
loro bande.
Ma come fare? Raccogliere un ampio numero di persone disposte a rischiare la propria vita e la
propria integrità fisica in una guerra non è facile: i più saranno piuttosto portati a contentarsi
inettamente di continuare a fare una vita difficoltosa, in lande fredde e desolate. È allora che
potrebbe esser sorta l’ ‘orda’, quale la forma più primitiva di clan familiare, di gruppo gentilizio.
Sorge la paternità umana: l’uomo mette incinta una o magari anche più donne con le quali non
intrattiene, né intratterrà, alcuno stabile rapporto familiare-amoroso (essendo quasi le sue semplici
concubine). Costoro, che non eserciteranno mai alcuna podestà nei confronti dei propri figli, li
accudiranno per allattarli, poi per svezzarli e li terranno fino a quando non saranno divenuti
autosufficienti per sopravvivere. Solo allora il padre (che fino ad allora li aveva trascurati) se ne
farà carico, allevandoli, educandoli, plasmandoli da uomini bellicosi e (a lui) obbedienti. Infatti, il
potere persuasivo che il padre esercita nei confronti di un figlio, non potrà mai essere eguagliato
dalla retorica con la quale può tentare di persuadere degli estranei.
Ebbene, prima o poi si produrranno in quella tundra una serie di affollati o popolosi clan (che
magari si uniranno sotto una guida temporanea comune), pronti a marciare in direzione delle zone
da cui sono stati sfollati per riprendersele, per rimpossessarsene. Le bande ariane, analogamente,
eleggeranno un capo provvisorio, un duca, che ne organizzerà la disperata difesa, ponendosene a
comando.
Portiamoci con l’immaginazione ad un periodo più recente, considerando i Fenni estoni. L’Estonia
è prevalentemente costituita da foreste miste ed è meno ospitale della costa meridionale finlandese

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per vari aspetti. Ma ad est di essa si trovano terreni adatti sia al pascolo che alla semina. Poniamo
che in tali terreni risiedano delle genti altaiche già dedite alla pastorizia. Sono state sconfitte dai
Fenni, di cui sono divenute federate obbligate a versare tributi per loro e a fornirgli aiuto ausiliare in
guerra.
Supponiamo che il capo di uno di tali clan mongolici sia molto ambizioso, mal sopportando la sua
condizione servile o comunque di subalternità rispetto ai federati ariani. Tale ambizione è così
smodata che costui rinuncerebbe alla sua stessa vita pur di fuoriuscire da tale condizione
semiservile. Ebbene, tale uomo non temerà più nulla: fornendo aiuto guerresco, non avendo più
alcun timore, combatterà come un forsennato. L’assenza di paura lo renderà inoltre particolarmente
spietato verso i vinti o con coloro che sono in procinto di soccombere, poiché tale uomo non
eserciterà più alcun tipo di preoccupato ritegno che gli possa tornare più o meno immediatamente
utile (nel modo più apertamente egoistico, concernente cioè il suo solo personale e più spudorato
tornaconto). L’inferiorità fisica di tale più basso e smilzo tipo altaico rispetto al colossale tipo
indoeuropeo è compensata dalla sua feroce destrezza, dovuta dunque all’assenza di paura. Tale
uomo non ha più bisogno di riti (e forse neanche di conoscenza). Le discipline dell’azione orientali
potrebbero aver avuto un’origine non dissimile rispetto a ciò che sto ora ipotizzando nel mio
immaginario (eppur verosimile) esempio.
La grande utilità militare della banda dell’uomo in questione gli farà guadagnare il diritto di
partecipare all’assemblea dei guerrieri indoeuropei, divenendo un loro pari. Inoltre la sua autentica
indole umana, di tipo originario o primitivo e animalesco, gli farà guadagnare la simpatia virile del
restante popolo in armi, il quale lo eleggerà quale suo nuovo duca. Anche le donne accorrono in
gran numero presso di lui per motivi simili (ma non identici: lo preferiscono sessualmente ad ogni
altro. Per quell’uomo animalesco invece – per via del suo gusto indifferenziato – l’una di esse vale
l’altra: in loro vi scorge solo un’abbondante prole). Uomini e donne sono infatti attratti da quanto è
in fondo come loro, come la loro più genuina essenza.
Il suo clan si arricchisce di tante nuove concubine che egli e i suoi figli (della sua stessa risma, in
quanto da lui cresciuti) fecondano per accrescere ulteriormente le dimensioni della famiglia, la
quale, alla fine, diverrà il gruppo prevalente – quanto a numero – in seno all’assemblea.
Vuoi, quindi, perché è il duca (eletto provvisoriamente tale), vuoi perché in guerra il contributo
bellico del suo clan sarà quello che avrà maggior peso, anche le proprietà che gli spetteranno
(corrispondenti al suo bottino di guerra) saranno maggiori rispetto ad ogni altra (privata) proprietà,
di ogni altra gens.
Ma l’uomo altaico, non pago di quanto ha raggiunto, nutre ambizioni di assoluto dominio. Vuole
diventare il signore assoluto di ogni membro dell’assemblea in armi. Alcuni suoi membri li
corrompe: gli promette più beni di quelli di cui ora dispongono, dei quali alcuni saranno di loro
nuda proprietà, altri li avranno invece in usufrutto. In cambio vuole però il loro assoluto servilismo,
il loro completo vassallaggio. Dovranno cioè rinunciare alla proprietà privata. Gli uomini più veri
delle adunanze militari accetteranno dopo aver fatto bene i loro conti o calcoli: anche tale loro
nichilistica abiezione è propria di ogni uomo più puramente umano. I membri, per così dire, più
‘snaturati’ dell’assemblea rifiuteranno invece quanto propostogli dal corruttore.
Si è venuta comunque a creare una situazione nella quale il seguito dell’uomo mongolico è di gran
lunga maggiore rispetto alla parte restante della nobiltà ariana. Ora può minacciare di scatenare una
guerra contro di essa se non diverrà sua vassalla. I nobili dissidenti sono messi allora alle strette:
sanno di non poter competere contro il grande esercito avversario; conoscono inoltre fin troppo
bene che fine facciano i nemici dello spietato uomo altaico. Se perderanno, perlomeno per i vari
pater familias (per i vari capitribù), sarà morte certa: anche il criminale più sventatamente ottimista
(l’ottimismo è una caratteristica tipicamente criminale, o comunque una tipicità dell’uomo
immorale), messo in tal modo alle strette, non può sperare, per quel che riguarda il suo futuro, in
nulla di buono (non vedendo spiragli). A quella nobiltà che non si era originariamente piegata, ora
non resta da far altro che accettare le più umilianti condizioni di servilismo (perlomeno se
paragonate a quelle più allettanti dei nobili comprati dall’uomo altaico).

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Ho dunque spiegato come potrebbe esser sorta l’idea, la nozione, di regalità: essa coinciderebbe con
la forma più antica di stato, che si identifica con la persona e la proprietà del re (il suo dominio,
coincidente con il demanio). Il ‘reggere’ proprio di ogni sovrano, solo successivamente passò ad
indicare il sorreggere una società, il tenerla in piedi (il dirigerla, il governarla per il bene di essa
stessa e – tutto sommato – di essa tutta). Agli inizi, quindi, il ‘reggere’ del monarca significa il suo
‘possedere’ (equivale a quest’ultimo): egli è l’unico e assoluto possessore di una società costituita
unicamente da servi, ovvero da suoi sudditi.
Tornando all’esempio dell’uomo altaico, tante più donne, pascoli, bestiame, servitori, riuscirà a
conquistarsi, tanto più sarà soddisfatto. In tempi più recenti e più acculturati, i monarchi
apprezzavano – oltre alla semplice grandezza numerica o quantitativa – anche quanto era
esteticamente e più qualitativamente maestoso (in quanto riflettente la loro grandezza, in quanto
somigliante ad essa). E così, gli indoiranici che dal sud degli Urali raggiunsero anche l’evoluta
Mesopotamia (ovvero i futuri Persiani), amavano forse vivere in sontuosi palazzi edificati dai civili
popoli mesopotamici assoggettati (ovviamente preesistenti alla loro venuta).
La regalità sarebbe dunque un’istituzione di origine orientale: il maharaja degli indiani, come il
gran khan dei mongoli, come il gran re degli slavi (termine, quest’ultimo, con il quale
probabilmente i Germani indicavano altri Germani sottomessi da popoli turchici o turcoidi), sarebbe
quindi un capoclan che è riuscito a ridurre a suoi vassalli altri capiclan.
Ma torniamo a riferirci alla costa sud della Finlandia, immaginandola nel momento (ipotetico) in
cui le migrazioni di bande ne determinano lo sfoltimento demografico. La vita ridiviene man mano
vivibile: le scaramucce si riducono e vi è una sempre maggiore disponibilità di nutrimento. Le
bande formate dagli uomini più curiosi della zona in questione (quelli portati ad emanciparsi) sono
allettate da quanto si racconta circa lo stile di vita delle schiere insediatesi da tempo a sud, dove
hanno acquisito nuove abitudini. La loro vita è divenuta più confortevole grazie anzitutto a chi gli
fornisce (in modo più o meno abbondante, a seconda delle aree in cui sono riusciti a stabilirsi)
viveri provenienti da animali addomesticati e destinati al pascolo. Ricevono anche prodotti agricoli
(che rappresentano forse una prelibata novità per il palato dei Fenni). Ci si continua a nutrire anche
di selvaggina, ma essa, ora, la si caccia per passatempo.
Il suddetto habitat tenderà quindi a sfoltirsi di gente in misura sempre maggiore, fino a quando vi
rimarranno solo pochi individui (quelli dall’indole più rude e conservatrice). Si è insomma tornati
alla (tutto sommato) amena situazione di partenza, ad una condizione umana di tipo primitivo: di
bande non ce n’è più bisogno, per cui tendono a sciogliersi. Le persone che continuano a popolare
l’habitat in questione sono dunque tornati a condurre una vita per lo più solitaria (come in origine):
tale la situazione sociale dei Fenni ancora ai tempi di Tacito (situazione che lo storico ci descrive).
Già allora, assai probabilmente, non erano più, tuttavia, dei puri indoeuropei. Ritengo infatti che
uomini del nord Europa, altrettanto rozzi e arretrati, di provenienza altaica (o comunque
mongolica), abbiano raggiunto (man mano e pian piano) le sedi semivuote dei Fenni. Lì avrebbero
vissuto indisturbati, essendosi inoltre stanziati in dette sedi in modo pacifico, senza colpo ferire.
Insomma, di beni in esse (come ad esempio e in primo luogo in Finlandia) ve ne erano abbastanza
per tutti. Europoidi e turcoidi si sarebbero mescolati senza troppi problemi, dando luogo ad un
popolo di tipo ugrofinnico.
Se Finland è il termine con il quale – in particolare gli svedesi – indicano la Finlandia, essa
definisce se stessa ‘Suomi’, termine indicante sia tale patria che i suoi abitanti ugro-finnici. È
curioso notare che in lingua irlandese la voce ‘fine’ indichi non solo una famiglia o un clan, ma
anche una tribù nel senso di ‘popolo’, ‘razza’.
Si torni con la mente al triangolo ideale costituente l’area di massima espansione dei
protoindoeuropei (o ‘civiltà dell’ascia e della renna’).
Il gruppo protogermanico potrebbe aver risieduto in origine tra l’Oder e la Vistola (quest’ultima
potrebbe averne costituito il naturale confine orientale. Solo successivamente, dunque, avrebbero
occupato la Germania, come anche, ad esempio, la Svezia meridionale – dall’habitat fra l’altro
piuttosto affine a quello sud-finlandese). Essendo le lingue germaniche (sia pure in misura diversa)

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le meno contaminate da elementi turcofoni (in alcune pressoché assenti?), vi è da ritenere che i
Germani fossero posti il più possibile al riparo da contatti con elementi altaici.
Quasi certamente il gruppo baltico era quello posto più a nord. Si differenzia dal gruppo ugrofinnico
(detto anche ‘uralico’, e forse non del tutto propriamente) poiché in quest’ultimo elementi
linguistici turchici sembrano prevalere su quelli indoeuropei, tantoché non si avrebbe a che fare, per
quel che riguarda tale gruppo, con una lingua indoeuropea.
Se gli Arii o Indoarii (gli Indi o Indù e i Persiani) hanno pressoché certamente abitato la frontiera
sudorientale del triangolo ariano, risulta invece difficoltoso ipotizzare la collocazione iniziale dei
restanti popoli iranici (Sciti, Sarmati ecc.) al suo interno. Conseguentemente, da quale parte di esso
fossero giunti nelle loro prime sedi di conquista i Traco-Macedoni (gli Illiri, forse anche i Daci, i
Frigi ecc.), non ci è dato di saperlo con precisione.
Per quel che riguarda invece i Greco-Latini, essi sarebbero imparentati con questi ultimi. Non è
tuttavia da escludersi che siano giunti nelle loro sedi balcaniche (in cui avrebbero, non solo
convissuto, ma fatto tutt’uno), avendo transitato in una piccola area delimitata dalle sorgenti
dell’Oder e della Vistola, scendendo, quasi in perfetta linea retta (ovviamente longitudinale), in
direzione sud.
Nella fase iniziale dei loro spostamenti i Traco-Macedoni avrebbero raggiunto le rive del Danubio,
laddove il terreno ad esso circostante è pianeggiante e fertile (non giunsero cioè né in Austria, né in
Germania). Lì intorno l’agricoltura era praticata da lungo tempo (è presso il Danubio che nacque la
Cultura Danubiana). Vi è da supporre che i popoli pre-ariani ivi residenti si siano mescolati (magari
non da subito) con i loro invasori dando luogo alla razza adriatica o dinarica (i cui rappresentanti
sono piuttosto alti ed hanno la pelle piuttosto chiara, anche se non bianchissima). E forse, è dalle
stirpi scitiche poste di poco al di là del Danubio che avrebbero appreso l’idea di regalità.
Anche il più originario gruppo grecolatino l’avrebbe appresa dalle anzidette stirpi. Ma la peculiarità
dei proto-grecolatini, è che non ebbero per sostrato (di dominati) popoli in possesso della Cultura
Danubiana. Erano dunque, agli inizi, più rozzi dei finitimi popoli Traco-Macedoni.
Ma quando gli Achei (o Argivi, o Micenei, o Danai, o Atridi) si stabilirono in Grecia, nel suo
settentrione (ad esempio in Attica) entrarono a contatto con popoli che conoscevano l’agricoltura
sin da quando la praticavano mesopotamici, anatolici e anche i Cretesi. Nel Peloponneso essa
invece la si esercitò a partire dai tempi in cui sorse la Cultura Danubiana.
Precedentemente ho inesattamente asserito come alcuni popoli, ancora scarsamente acculturati e
civilizzati, abbiano manifestato un’indole spregiudicata per quel che riguarda la pratica
tecnico-scientifica. Essa costituirebbe in realtà un’attitudine propria delle plebi arricchite ed
emancipate.
Quanto afferma (a mio parere piuttosto attendibilmente) Giulio Cesare nel De bello gallico a
proposito dei Germani del suo tempo, valse in origine anche per i Greci e i Latini (valse a maggior
ragione per il gruppo greco-latino ancora indifferenziato). Se si è certi dell’indole austera degli
Spartani, ben documentata è anche la semplicità di costumi dei Romani più antichi o veraci.
Cesare ci informa che i Germani non avevano riti (intendendo forse che ne praticavano pochi e che
si dedicavano poco ad essi). Ebbene, il carattere proto-scientifico (o pseudoscientifico) della magia
può anche denotare vicinanza all’origine, in quanto il rito religioso denoterebbe maggiore
allontanamento da essa (si è detto più volte, infatti, come l’uomo primordiale sia addirittura un
nichilista).
Sempre stando a Cesare, possiamo addirittura considerare i Germani come un popolo, a loro modo,
religioso. In qualche modo ancor memori della pur dura età dell’oro in cui era storicamente
collocato il tipo d’uomo più primordiale (un cacciatore-raccoglitore anarchico, solitario e
selvaggio), la preferivano, nonostante l’asprezza, all’attualità.
Abbiamo mostrato come l’inevitabile sovrappopolamento del pianeta abbia dato origine perlomeno
ai primi tipi di mutamenti sociali. I Germani di età cesarea non potevano tener conto di ciò e
respingevano perlopiù ogni cosa che avesse alterato (o che avrebbe continuato ad alterare) la Natura
(della quale l’uomo è parte integrante) primordiale.

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Per questo non vedevano troppo di buon’occhio neanche i riti magici. Forse, la stessa medicina
naturale o tradizionale non era da essi tenuta in buon conto.
Vediamo, attraverso un esempio, in cosa consiste. Mi capita di nutrirmi di un’erba che mi provoca
un qualche tipo di giovamento (e ripetendo dopo un po’ di tempo la stessa esperienza mi accorgo –
senza più alcun dubbio – che è proprio quell’erba a produrre quel tipo di beneficio). Ovviamente, la
medicina tradizionale (non disponendo, ad esempio, di microscopi), non può ancora sapere a fondo
il perché quel tipo di vegetale apporti benessere. La medicina tradizionale è inoltre ‘naturale’, nel
senso che non è in grado di sintetizzare artificiosamente alcunché: più l’uomo manipola la natura,
maggiori saranno le inaspettate, spiacevoli, conseguenze di tale suo operare.
Mettiamo tuttavia che l’uso continuato dell’erba medicinale mi abbia reso più rammollito.
L’indebolimento della mia precedente vigorosità non è certamente qualcosa di buono (specie
dunque per il germano).
Quando l’uomo si umanizzerà maggiormente – anche per via del fatto che si diviene tanto più
umani quanto più ci si è indeboliti – non denigrerà del tutto scienza e tecnica, in quanto gli
apportano indispensabili benefici. Starà tuttavia religiosamente attento ad evitare i danni materiali
(e dunque apportatori di dolore) che sono conseguenza di un operato irragionevole, cinico e
sfrontato. Se i Germani del tempo di Cesare per lo più rifiutavano, in altre parole, ogni tipo di
progresso, altri popoli (quali ad esempio gli stessi Celti) vi guardavano con favore, a patto tuttavia
che ogni tipo di sviluppo fosse sostenibile. Prendiamo ad esempio gli sherpa himalayani: magari,
non hanno costruito molti sentieri nelle montagne da loro frequentate per via del pericolo frane che
un intensivo disboscamento avrebbe potuto comportare. La loro antica cultura materiale è dunque
tale da aver modificato il proprio comportamento (essendo divenuti abilissimi scalatori) e non la
natura (lasciata intatta o il più possibile intatta).
Ma allora, non furono probabilmente i Latini a innovare e a modificare il linguaggio dei secondi
italici: esso era stato adottato anche dalle audaci plebi pelasgiche romane e furono forse esse a dar
luogo (man mano, attraverso i secoli) al latino.
Passiamo ora a considerare il costume dei Traco-Macedoni, che è dunque anche quello degli Illiri.
Il gran numero di plebei preindoeuropei concentrati intorno al Danubio (popolamento e civiltà si
accompagnano l’un l’altra), non poteva che influenzare socialmente in modo intenso i loro signori
Traco-Macedoni (quasi certamente minoritari rispetto alla restante massa sociale, alla quale dunque
si conformarono, dopo aver avuto usi affini a quelli suesposti dei Germani).
Le forme statali da essi adottate consistettero in una graduale evoluzione dello stato-monarca
originario. Lo stato non fu più separabile dall’idea di legge. E per ogni legge ci sono colpevoli e
innocenti.
Innocente è chi non ha commesso colpe; chi non commette colpe sono i deboli, gli indifesi, gli
inoffensivi (in primo luogo i bambini, poi gli anziani e le donne): è quindi in particolare per i deboli
che si proverà affetto e che si eserciteranno contegno e premura.
Dunque, non ci sono ancora i sentimenti laddove non c’è ancora stato (legge). Morale e legge fanno
tutt’uno.
Gli influssi volgari o demici dei ‘danubiani’ mitigheranno e addolciranno gli animi dei
Traco-Macedoni, innestando un processo di moralizzazione delle istituzioni che raggiungerà il suo
apice addirittura in età medievale (in cui la cultura ellenistica si perpetuò e sviluppò: se infatti in
una prima fase furono i Celti a moralizzare – nel senso più proprio – l’Europa, subito dopo furono i
Macedoni a fare lo stesso, a partire dai tempi di Alessandro Magno).
Immagino che in una prima fase del processo moralizzatore dello stato (o comunque delle
istituzioni), si avevano sentimenti per i piccoli e i vecchi del solo proprio clan. Il senso di amicizia
si estendeva solamente ai propri figli, ma solo quando divenivano adulti e dunque pari del pater
familias. Le donne erano in comune ed erano oggetto di compravendita come concubine (sorte che
toccava alle figlie stesse di quest’ultimo). Che gli stranieri soggiogati fossero praticamente dei
liberti, o invece simili ai servi della gleba medievali (ancora oggi credo non sia facile per gli
studiosi stabilire con assoluta precisione le prerogative di tali due status), di fatto erano degli

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schiavi, venendo trattati come animali: quando si è i più indigenti di una società non si ha di fatto
nessun diritto.
In una fase successiva, quando i clan stringevano alleanze, la condizione delle donne migliorò
(divennero oggetto di protezione, al pari di anziani e bambini). Non vi erano più concubine ma la
base del clan divenne la famiglia mononucleare. Il sentimento amichevole del pater familias si
estese allora ai suoi parenti acquisiti (a quei capiclan con cui si era alleato).
Alla conclusione di tale processo di moralizzazione si ebbe, perlomeno quale mera ideazione, un
senso di onorabilità di tipo quasi cavalleresco: i figli e le donne dei propri nemici non venivano
scalfiti, con questi ultimi si era leali in battaglia, i propri servi divennero dei ‘clienti’ (intendendo
per ‘clientela’ semplicemente il rapporto reciprocamente umano e rispettoso che legava il padrone
al servo, sebbene il primo godesse di diritti più estesi rispetto al secondo, comunque
gerarchicamente inferiore al primo).
Si parlò di proto-sassoni che raggiunsero le rive più settentrionali e occidentali del Danubio, dando
impulso alla formazione dell’etnia celtica. Ritengo che inizialmente essi fossero suddivisi in gruppi
di privati (non conoscevano infatti ancora nessuna forma di stato) che si erano temporaneamente
uniti sotto una guida comune a scopo di conquista.
In seguito alla vittoria esigevano probabilmente dagli sconfitti, almeno una parte delle loro terre e
dei loro pascoli, presso cui tali vincitori risiedevano (e a coltivarle e a pascolarle vi ponevano
magari i loro schiavi di razza alpina, facenti parte del nomadico seguito di tali loro padroni).
I Traco-Macedoni (nella fattispecie, dunque, gli Illiri), perlomeno inizialmente, divennero i federati
(o qualcosa del genere) di quei conquistatori germanici: oltre a cedere parte dei loro privati averi,
dovevano versar loro tributi (agli inizi magari si usava pagare in natura) e dovevano fornire
sostegno militare ad essi. Tale condizione semiservile potrebbe essere stata tipica anche (ad
esempio) dei cosiddetti ‘aldii’ longobardici (i Longobardi erano fra l’altro di stirpe sassone:
risedettero anche subito ad est dell’Elba e non lontano dalle coste del Baltico).
I clan illirici restarono dunque abbastanza intatti quanto al loro status e alla loro proprietà: le loro
terre erano forse coltivate dai ‘danubiani’ pre-ariani, che continuavano dunque ad essere i loro servi.
Se gli Illiri avevano fatta propria l’idea di regalità forse dunque vigente presso gli Sciti, la
trasmisero ai clan germanici, che finirono per assimilare ogni aspetto della loro civiltà
proto-umanistica. Anche presso tali genti germaniche sorsero tanti piccoli monarchi che
trasformarono gli Illiri da federati semiliberi a loro vassalli o servitori.
È assai probabile che tali sovrani di origine germanica rivolgessero le proprie pulsioni belliche
prevalentemente verso popoli di altra stirpe, non guerreggiando spesso tra di loro.
Se lo stato monarchico dei Celti raggiunse forse il massimo livello di civiltà e umanità che
un’istituzione puramente autocratica possa logicamente raggiungere, non potette naturalmente
superare i suoi fondanti e fondamentali aspetti familistico-clientelari. In primo luogo, il potere
regale era ereditario (veniva trasmesso di padre in figlio). Solo chi riusciva a stringere (per un
motivo o per l’altro) un rapporto di amicizia con il re poteva godere di privilegi politici (maggiori o
minori, a seconda dei casi).
L’idea moderna di stato in cui ‘la legge è uguale per tutti’ (basata dunque sull’universalismo
morale), ha raggiunto un alto grado di concretizzazione solo per via di agitazioni, ma soprattutto per
via di rivoluzioni.
A Roma e in Grecia si è avuto, forse per la prima volta nella storia (non solo dell’occidente, ma
universale) qualcosa che, in età antica (quali casi unici, o quasi), si avvicina (anche se non troppo
sensibilmente) allo stato moderno ideale. Le rivolte plebee che condussero al passaggio dalla Roma
monarchica a quella repubblicana introdussero innanzitutto il criterio liberale del censo quale
requisito di ottenimento di diritti e privilegi: il ricco plebeo, che per le potenti aristocrazie era un
estraneo, poteva comunque affermarsi politicamente, competendo addirittura in modo paritario con
esse (sul piano dunque politico). Viceversa, ad esempio la civiltà celtica, non poteva che essere
caratterizzata dall’assenza di mobilità sociale, ovvero da una conservatrice chiusura delle caste.

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Ovviamente inoltre, anche a Roma e in Grecia vi erano degli schiavi: spesso stranieri, non avevano
alcun diritto essendo nullatenenti.
All’interno della società celtica vi fu una parte della plebe preindeuropea che, rispetto alla parte
restante di essa, veniva molto stimata e veniva trattata con alto riguardo, godendo di ampi privilegi
(come l’esenzione fiscale e quella militare).
Sono indotto a ritenere che i druidi, ovvero i sacerdoti, fossero di estrazione plebea e di sangue non
ariano per via del loro alto grado di acculturazione e di civiltà, perlomeno rispetto ai diversi popoli
indoeuropei con cui coabitavano. I sacerdoti greci (forse, dunque, consanguinei dei druidi, per
giunta ancora più evoluti) svolgevano mansioni, quantomeno non del tutto dissimili da quelle svolte
dai druidi. Inoltre l’impulso alla nascita della filosofia (nel suo senso più proprio) e della
matematica dimostrativa (più pitagorica, fra l’altro, a mio parere, che euclidea) giunse dal mondo
preindoeuropeo eurasiatico orientale (anche l’Asia minore disponeva di un’avanzata tradizione
culturale millenaria: è lì che – a voler essere precisi – nacque la filosofia). Ebbene (ci informa
Cesare), se i druidi gallici non esercitavano la filosofia in senso stretto, discutevano tuttavia di
argomenti teologici e cosmologici.
Prima di proseguire sull’argomento ora in esame, apro una breve digressione sulla politica (ad esso
in qualche modo propedeutica).
L’uomo è solito fare buoni pensieri, ma (perlomeno la maggior parte delle volte) con la sua
condotta li smentisce.
Abbiamo in precedenza parlato della terribilità dei primi monarchi. Ebbene, se per costoro era facile
(per via della loro audacissima tempra) costruirsi un impero, mantenerselo non era altrettanto
semplice: tradimenti e cospirazioni (dettati da ambizioni di potere) ne minavano la stabilità. Solo un
moderno (ossia universalistico) stato moralizzatore, ben vigilante e intransigente è in grado di
contrastare gli egoismi umani (prevenendone i deleteri effetti).
Se i vari monarchi celtici (si disse) tendevano a non guerreggiare fra loro, non per questo riuscivano
stabilmente a convivere civilmente e pacificamente. Dal momento che ognuno di essi costituiva uno
stato a sé stante, la loro unione era di fatto una congrega anarchica e acefala di privati: non
potevano dunque frenare le loro pulsioni egoistiche e criminali (nell’eventualità del loro insorgere).
Per via di un torto subito (di qualsiasi tipo: furto, omicidio ecc.) si poteva ricorrere addirittura ad
una faida, ossia ad una rappresaglia, a una ritorsione armata. Oppure all’ordalia (praticamente –
innanzitutto – un duello fra campioni, con le sue regole, che evitava la preziosa perdita di guerrieri
di entrambe le parti in contesa). Infine si poteva ricorrere (ancora più civilmente e
convenientemente, ragionevolmente) al guidrigildo, ovvero ad un pagamento che estinguesse la
pena del reo.
Il buon senso pratico acquisito dai Celti li indusse a consultare, specie in caso di misfatto subito, un
mediatore che fosse abile nell’accontentare, nel soddisfare, entrambe le fazioni (la parte lesa e la
parte colpevole) che vi si rivolgevano. Tale mediatore era il druido, il quale, esperto giurista, non
era tanto un giudice (ovvero un pubblico funzionario), quanto piuttosto una sorta di notaio.
In ogni tipo di contesa fungeva da regolatore e da arbitro. Ritengo che nelle faide stesse intervenisse
come intermediario: immagino stabilisse (ad esempio) il lasso di tempo entro il quale la parte lesa
poteva chiedere soddisfazione, sanciva quando essa avrebbe potuto ritenersi soddisfatta, vigilava
affinché la faida venisse condotta lealmente da entrambe le parti coinvolte (penalizzando l’una o
l’altra in caso della loro eventuale slealtà).
I druidi erano interessati al mantenimento della società in cui vivevano poiché il suo indebolimento
e la sua scarsa coesione la rendevano facile preda di chi avesse voluto casomai assoggettarla,
temendo per la loro propria sorte. In caso invece di nuove conquiste, erano forse sempre costoro ad
assegnare – secondo proporzionale equità – ai vari vincitori quanto da essi conquistato (operando
delle spartizioni).
Per esporre le varie altre funzioni svolte dai druidi, farò riferimento ai due soli tipi di druidi
dell’antico mondo celtico irlandese.

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Il faith (il vate) si occupava unicamente della divinazione (era un chiaroveggente che prediceva il
futuro, che profetizzava). Divinava, in primo luogo osservando il volo aviario.
Il file si occupava di ogni altro tipo di mansione: oltre a svolgere quelle suddette, narrava oralmente
vicende mitologiche, praticava la medicina, era addirittura sia un panegirista che un satirico.
Eseguiva, praticava, i riti.
Cesare afferma che ai druidi non piaceva troppo la scrittura: avrebbe infatti indebolito la memoria
(essendo un suo surrogato di più facile utilizzo: rende ad esempio più agevole il ragionare). Magari
temevano che, non esercitandola, avrebbe potuto, alla lunga, quasi atrofizzarsi (il che era per
costoro come perdere, ad esempio, l’uso delle gambe). La scrittura è dunque un espediente che
modifica la Natura, dalle negative conseguenze.
Il druido era dunque importante per via dei benefici (effettivi, ma anche, in alcuni casi, presunti)
che apportava all’intera comunità.
Con i suoi panegirici poteva mettere in buona luce il sovrano, in modo tale che, soprattutto il ceto
medio-piccolo (da sempre il ceto numericamente più esteso di ogni società) lo riverisse. In tal
modo, ad esempio, in caso di malgoverno, si venivano a creare focolai isolati di tumulti
antiaristocratici, ma mai il rovesciamento dello stato-monarca da parte di una collettività il più
possibile ampia e coesa.
Viceversa, il druido aveva anche il potere di mettere in cattiva luce il re, attraverso feroci e
sbugiardanti satire a lui rivolte: in tal modo le aristocrazie sue vassalle, grazie al consenso popolare
(imprescindibile a tanto), potevano deporre il monarca a loro sgradito.
Un druido poteva maledire qualcuno anche in tal senso: con le sue parole poteva riempire di paura il
cuore, ad esempio, di un guerriero, in modo tale da renderlo innocuo e maldestro in battaglia (non
so fino a che punto tali anatemi potevano risultare efficaci).
Perlomeno all’interno del singolo clan, lo spirito comunitario (anche se gerarchico) che lo teneva
unito era molto forte, molto intenso. Ancora ai tempi di Cesare i pur rozzi Galli esecravano più di
ogni altro popolo il furto (specie – vi è da ritenere – se commesso all’interno della singola gens).
Credo siano stati proprio i loro sacerdoti ad inculcare ai Celti il senso della vergogna per atti del
genere. Conseguentemente, ancora più grande era l’onta sociale – non ci si può infatti che
vergognare di se stessi conformisticamente di fronte ad altri – connessa all’omicidio di propri
parenti.
I valori gerarchico-comunitari erano dunque propagandati con forza dai druidi. Tale loro operazione
incideva con una certa efficacia nella società, rendendola abbastanza coesa (anche se – più che altro
– condizionava alla probità reciproca soprattutto i componenti di una singola famiglia o tribù).
Se per quel che riguarda il mondo romano più arcaico i rituali venivano svolti dal re e dai pater
familias (senza ricorrere alla mediazione di una classe sacerdotale), presso i Celti erano invece i
druidi a celebrarli, ad officiarli. Presso costoro venivano compiuti doni sacrificali agli dei.
Le divinità celtiche erano umanizzate (e forse proprio per questo erano antropomorfe): non lo erano
anticamente quelle latine (per cui agli inizi non venivano raffigurate).
Il dono rituale generalmente considerato, avrebbe un duplice significato: da un lato denoterebbe
simbolicamente un atteggiamento di etica rinuncia (e dunque di auto-sacrificio, perlomeno
parziale), apportatore di armonia sociale; dall’altro in esso l’officiante avrebbe modo di mostrarsi
generoso, non egoista, a cospetto degli dei, immolando suoi animali (suoi averi) in onore di questi
ultimi.
Le buone divinità celtiche volevano che gli uomini – e specialmente i re – lo fossero altrettanto
(dovevano essere generosamente valorosi – coraggiosi, eroici – in battaglia, nonché
cavallerescamente leali nei confronti dei propri avversari, dovevano aver calorosamente cura dei
propri familiari, dei propri vassalli, addirittura dei propri schiavi, apportando prosperità all’intera
loro società).
La buona creanza del re era per i Celti magicamente propiziatrice di ogni beneficio sociale (quali la
salute dei sudditi, l’abbondanza dei raccolti e delle nascite, la vittoriosa espansione del regno).

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Tornando per un attimo in ambito irlandese, in esso il Senchas (o Senchus) Mor – la cui messa per
iscritto è recenziore, quasi altomedievale – divenne per tale motivo – probabilmente – un testo
legislativo a tutti gli effetti, che però (antichissimo codice d’onore), in origine, era una mera
normativa di comportamento non scritto, che non aveva dunque valore legalmente vincolante (al
pari delle buone maniere).
‘Mor’ è lo stesso che ‘mos’ (indicante forse la dote della misuratezza: vi deriva innanzitutto la
parola ‘morale’). Con ciò siamo portati a Roma, e con essa ai più antichi Latini, i quali non avevano
ancora appreso il concetto di regalità. Il mos consentiva (in linea teorica) la convivenza di clan
privati.
Lo ius sorse invece, o quando si ebbe, presso i Latini, la regalità, oppure, addirittura, in età
repubblicana. Nel primo caso si reputava ‘ingiusto’ tutto quanto minasse, colpisse, il pubblico
demanio (la proprietà personale del re) e l’ordinamento (al re totalmente subordinato) a cui era
soggetto; nel secondo caso, dato che ‘ius’ significa ‘legge’, e dato che (ad esempio e in primo
luogo) il termine ‘giustizia’ è un suo derivato, potrebbe aver indicato le leggi della ‘res publica’, in
quanto tendenti (anche se non coincidenti con esso) all’universalismo etico (in base al quale, quindi,
‘la legge è uguale per tutti’), antifamilista e anticlientelare.
Lo ius tramuterà in fas (a mio parere) in tempi ancora più recenti, ovvero quando la cultura
ellenistica influirà marcatamente sul mondo romano. Lo ius perderà allora il suo carattere
etico-utilitaristico, umanizzandosi e sacralizzandosi (divinizzandosi) ad un tempo: gli dei,
antropomorfizzatisi, esigevano dagli uomini una fervente ‘humanitas’ di modi.
Il processo di formazione dell’etnia celtica giunse a conclusione con la nascita della Cultura di
Hallstatt (piccola località austriaca). Vi è da ritenere che la zona più evoluta legata a tale cultura
partisse pressappoco da dove oggi si trova Vienna, giungendo fino al luogo in cui è odiernamente
situata la città di Budapest. Le restanti e circostanti zone a popolamento celtico risentirono in modo
maggiore o minore della relativa raffinatezza culturale di detta zona danubiana (piuttosto stretti
erano, fra l’altro, i contatti – anche culturali – tra i Celti hallstattiani e gli Etruschi).
La successiva Cultura di La Tène (piccola località invece svizzera che si affaccia sul lago di
Neuchatel) fu più rozza, in quanto si produsse probabilmente in un’area angusta dal punto di vista
paesaggistico e lontana da quella pianeggiante e florida zona danubiana che era quindi abitata dai
celti più evoluti.
È a tale fase della storia celtica (quella dunque lateniana) che risale l’invasione della Gallia: è forse
dalla Germania meridionale che i Galli si riversarono verso occidente, dando luogo a quella regione
che fu (forse non a caso) nota come ‘Gallia Celtica’ (o ‘Lugdunense’). Devo tuttavia segnalare
come in un’area della Germania del sud, attraversata dal Danubio, si ebbe un precoce sviluppo delle
attività agricole, risalente addirittura all’età in cui nacque la Cultura Danubiana.
Comunque, il sud della Gallia era suddiviso nelle regioni storiche confinanti dell’Aquitania (si
affaccia sull’Oceano Atlantico) e della Gallia Narbonense (si affaccia sul Mar Mediterraneo). Se il
popolamento della prima è a prevalenza razziale alpina (con minoranze antropologiche
mediterranee), la seconda è popolata per intero (o quasi) dall’etnia mediterranea.
È mia convinzione che i Galli siano stati precisamente i popoli pre-celtici dell’intera Gallia: i Celti,
che occuparono unicamente, pressappoco, il suo centro, ne assunsero la denominazione.
Culturalmente e linguisticamente la influenzarono per intero, influenzando dunque anche la sua
parte settentrionale, ossia la Gallia Belgica.
Cesare ci descrive i Belgi come i più rudi, bellicosi e forti abitatori della Gallia. È mia ipotesi che
genti di sangue germanico inizialmente stanziate, o in un’area che corrisponde pressappoco
all’attuale Bassa Sassonia, o addirittura in un’area più vasta (delimitata dall’Elba, dal Mare del
Nord, dall’intero fiume Reno – le cui sorgenti, fra l’altro, sono poste in prossimità di quelle
danubiane), siano dilagate nell’intera Gallia Belgica (posta dunque oltre il Reno, precisamente a
occidente di esso). L’attuale popolamento dell’anzidetta regione storica è a maggioranza nordica
(con minoranze soprattutto alpine): ciò avvalorerebbe la mia ipotesi.

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Prima di parlare dei piuttosto rozzi costumi gallici (sulla base della diretta testimonianza cesarea),
devo aprire una parentesi che si rivelerà propedeutica a tanto.
Abbiamo visto come l’etica, ovvero la legge nel senso più proprio, sia di origine recenziore rispetto
alle prime e varie tipologie di clan, all’interno dei quali quindi (in primo luogo) il senso della
famiglia mononucleare non fu da subito presente.
All’inizio e alla base della società non vi è dunque la morale, sia pure (inizialmente) utilitaristica,
ma addirittura degli strumenti-ragionamento amorali spudoratamente egoistici.
Ad una certa fase della crescita culturale umana, ossia quando si ebbe il senso della bellezza
femminile (maggiore o minore a seconda dei casi), le figlie divennero oggetto di tutela da parte dei
padri, in quanto grazie ad esse potevano ricevere una ricca dote da parte di chi le avesse prese in
sposa.
Cesare afferma che i Galli combinavano i matrimoni in maniera tale che le doti dei futuri coniugi
fossero paritarie. In tal modo si creavano delle alleanze fra clan, costituenti quasi delle associazioni,
delle cooperative: la somma delle doti la si poteva cioè utilizzare per raggiungere un obbiettivo
comune che altrimenti (isolatamente) non sarebbe stato perseguibile.
Anche presso i Galli (sempre stando a Cesare) i figli maschi divenivano pari del loro genitore
paterno solo quando erano in grado (in generale) di guerreggiare e di fronteggiarlo, di tenergli testa.
Era dunque il timore per il figlio divenuto adulto a indurre il pater familias a tenerselo buono,
evitando di scontrarsi con quest’ultimo inimicandoselo: e invecchiando man mano, diveniva – lì per
lì – sempre più cordiale con il figlio, poiché non poteva più competere alla pari con esso. I favori
dunque crescenti che il padre faceva al rampollo erano accompagnati dalla speranza che
quest’ultimo lo contraccambiasse in vecchiaia, accudendolo (non facendogli mancare il dovuto
sostegno materiale).
Ho fatto in precedenza l’esempio dell’anziano in difficoltà che viene soccorso dal giovane per dei
motivi etico-utilitaristici (che dunque, nello specifico, già conosciamo, in quanto li ho già esposti).
Ebbene, proiettare, espandere, far giungere la propria consapevolezza nel lontano futuro della
propria vecchiaia, è un’operazione che non siamo effettivamente in grado di svolgere. Solo se (ad
esempio) siamo stati condizionati a conformarci ai sentimenti che scaturiscono dall’introiezione,
dall’interiorizzazione, della nozione moralistica di legge possiamo (ad esempio) portare aiuto a quel
vecchio in difficoltà. Se crediamo di farlo per calcolo utilitaristico, ci inganniamo circa la reale
portata della nostra coscienza. E se ciò può apparentemente verificarsi, è perché il sentimento –
connesso dunque all’idea di legge (che proviamo per non vergognarci di noi stessi, del nostro
meschino egoismo) – ha assunto le sembianze del calcolo etico egoistico-utilitario (che svolgiamo –
ancora una volta – per non vergognarci di noi stessi – in tal caso, però, della nostra stupidità, e non
della nostra bassezza morale, della quale non ci importerà nulla).
Tornando ai Galli, su di essi non attecchì il senso della famiglia (l’amore per la propria donna, per
figli e figlie, per i propri genitori), ma solamente un senso di amicizia esteso ai propri fratelli, ai
propri alleati e – al limite – anche ai figli maschi e adulti. Cesare ci informa inoltre come i clan
dominanti proteggessero con attenzione i clan vassalli (i clan ad essi subordinati): è ad esempio il
caso (se non ricordo male) di una tribù belgica, tutrice di una tribù gallica.
Per quel che, infine, riguarda i Britanni, quelli costieri erano simili, per costumi, ai Belgi. Le
popolazioni dell’entroterra britannico erano invece ancora più retrive di quelle della costa (Cesare ci
dice che le donne di ogni loro singola tribù erano, al loro interno, in comune). Gli antichi Celti
giunti in Britannia, a contatto con le arretrate e selvagge popolazioni preindoeuropee del suo
interno, probabilmente regredirono.
Il condottiero romano ci dice anche come tali popoli dell’interno non ricordassero di esser giunti
nelle loro sedi da oltremare: dicevano di essere aborigeni, autoctoni della Britannia (non sapevano
nulla della loro celticità e indoeuropeità). Ciò dimostra che l’uomo comune (e dunque il popolo)
non bada alle tradizioni (non ha memoria storica, non la coltiva). Ad esse si interessano unicamente
i ceti eruditi (che tentano di ricostruirle, di proteggerle, di perpetuarle). Prova ne è che, ad esempio
l’uomo di potere, non ha mai temuto la mescolanza etnica o razziale: per interesse un tale tipo

36
d’uomo è portato (da sempre, non solo in tempi relativamente recenti) a sposarsi eventualmente con
la donna più esotica.
Se ho cercato di offrire una ricostruzione scientifica dell’origine dei Celti e della loro cultura, chi li
ha invece mitizzati (il che non significa necessariamente idealizzarli) è stato il celtista bretone
Christian-Joseph Guyonvarc’h.
Tra le sue opere più importanti, quella fondamentale e introduttiva è La civilisation celtique5.
Lo studioso francese, per quel che riguarda le sue teorizzazioni celtiste, si dice abbia attinto in
particolare da due fonti: dal tradizionalista René Guénon e dall’indoeuropeista Georges Dumézil.
Con il primo condivide forse una visione tradizionalista pessimistica. Se anche il secondo elogia il
passato a scapito, a detrimento, del presente, tuttavia ritengo che il suo interesse sia stato
principalmente politico, vertendo sul (forse – perlomeno a mio parere – presunto) buon
funzionamento delle società indoeuropee.
Ora, tuttavia, non intendo polemizzare con chi ha una visione mitica o non-scientifica delle cose. Mi
limito a riportare quanto si discosta dalle mie vedute celtiste e indoeuropeiste in modo tale che al
lettore sia fornita una concezione diversa, alterativa a quella da me esposta, la quale non ha la
pretesa di essere con certezza la sola adeguata e legittima: la possibilità che ci sia stato (o che ci
sarà) un mondo diverso da quello che freddamente e chirurgicamente ci è dato di constatare, non
andrebbe dunque esclusa in modo categorico.
Nel breve, suddetto, libro di Guyonvarc’h (scritto in collaborazione con Francoise Le Roux), risulta
però solo intuibile in cosa possa esser consistito il più antico mondo celtico (per i suoi autori
risalente intorno al 2000 a. C.). Rispetto alla società dei proto-celti (la cui realtà ci è sconosciuta o è
quantomeno assai oscura, sia per la scarsità – se non per la mancanza – di reperti di ogni tipo, sia
per il fatto che di essa non se ne conosce il linguaggio), ogni successiva società celtica risulta
decadente (rispetto ad una tradizione celtica che si sarebbe andata sempre più sfaldando).
Basandomi su quanto emerge (a dire il vero non troppo palesemente) dal libro dei due autori,
all’interno di tale tradizione, in primo luogo, il più vero amore e la più autentica socievolezza ne
avrebbero plasmato l’organizzazione politica. Un freddo – eppur davvero amorevole e
disinteressato – esercizio di etica rinuncia, avrebbe prodotto una salda e armoniosa organizzazione
sociale, pur gerarchicamente stratificata. Ma l’assenza di uno stato in essa (o comunque il fatto che
esso fosse poco invasivo) rendeva la società che l’esprimeva assai meno repressiva rispetto a quelle
moderne: il gioco, l’arte, una sessualità libera – al contempo – la animavano, la vivacizzavano,
gioiosamente e arditamente.
Era poi certamente una società guerriera e conquistatrice: ma il vero guerriero è caratterizzato da
una sorta di generosità fine a se stessa che lo rende poco attaccato alla propria persona (in carne ed
ossa). In battaglia si scontra cavallerescamente – quasi amichevolmente – con uomini della sua
stessa eroica tempra, altrettanto portati alla durezza e al sacrificio. Per tali uomini la guerra è quasi
un gioco (e da giocare lealmente).
Per quel che riguarda la loro cultura religiosa, i due autori sostengono (se non ho capito male) che i
paleo-celti erano addirittura monoteisti: i loro vari dei erano tutti espressione di un unico principio
metafisico (si è visto invece come per me gli dei più metafisici abbiano espresso il carattere di pura
rappresentazione del mondo). Stando ad essi, né il totemismo, né tantomeno il culto delle ‘dee
madri’ (o ‘grandi madri’), ne avrebbe caratterizzato (perlomeno agli inizi) la religiosità.
Per me è vero il contrario, a patto che si chiarisca cosa si intende per totemismo e per la credenza in
divinità protettrici (di una singola e intera comunità).
Come avviene tutt’oggi nel mondo criminale, le bande si danno spesso un nome da duri.
Analogamente, già forse le primissime bande del mondo più antico appellavano se stesse quali il
gruppo dei ‘valorosi’, degli ‘impavidi’, piuttosto che dei ‘veri uomini’. Spesso i loro componenti
davano al loro gruppo il nome di un animale: ma con esso si voleva indicare, non una coattiva

5

cfr. F. Le Roux - C. J. Guyonvarc’h, La civiltà celtica, Edizioni di Ar, Padova 1987.

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bestialità (che li avrebbe caratterizzati), quanto piuttosto la condizione del tanto (da essi) apprezzato
uomo primordiale (che è l’uomo più puro e intatto, integro, libero, impavido e naturale).
La credenza nelle dee madri o negli dei protettori (ad esse pressoché analoghi) è a mio parere più
recente: quali riflessi di una cultura paleo-umanistica essi amavano le comunità umane da cui
venivano devotamente venerati, proteggendole maternamente e facendole accrescere (procurando
nuove conquiste, abbondanza e floridezza, buona salute).

38

III
Le migrazioni (nei loro vari spostamenti e stanziamenti) paleo-celtiche somigliano, a mio parere, a
quelle compiute in età successiva dai Longobardi (di stirpe sassone). Quando i Latini
abbandoneranno i Balcani per giungere in Italia (intorno al 1500 a. C.? Cinquecento anni prima gli
Elleni le avevano abbandonate per raggiungere la Grecia?), i proto-Sassoni probabilmente si
stanzieranno in quelle sedi in cui si formò (man mano) l’etnia celtica. Sassoni e Latini erano
entrambi in possesso dell’Età del Bronzo (e della cultura dei tumuli) al momento delle loro
rispettive partenze. Ritengo inoltre che, intorno al 1200 a. C., per i proto-Celti ebbe termine il loro
processo di formazione: erano allora in possesso dell’Età del Ferro (nonché della cultura dei campi
d’urne). Fu all’incirca nell’anno anzidetto che si spinsero fino in Italia (sto parlando della
migrazione dei cosiddetti – impropriamente – ‘secondi Italici’). La successiva cultura di Hallstatt
(che và dal IX secolo al VII o VI secolo; quella di La Tène ebbe inizio nel VI o V secolo)
influenzerà anche l’Italia.
Nelle loro primissime migrazioni i proto-Celti raggiunsero anche zone quali la Spagna, forse il
Portogallo, la Britannia, in tutto o in parte caratterizzate da giacimenti metalliferi (anche quelli
italiani furono controllati dai Celti), al pari delle aree europee centro-orientali in cui risiedevano.
Non si esclude che nelle zone menzionate siano stati più dei colonizzatori che degli invasori (un po’
come i Greci).
Tornando per un attimo alle iscrizioni italiche che sono state oggetto del primo capitolo, gli aspetti
paleo-umanistici che vi emergerebbero non sarebbero riconducibili ad influssi greci, ma celtici. Se
infatti nel corso del VI secolo la cultura predominante in Grecia (o quantomeno ad Atene) era
ancora di tipo tragico, anche nel corso del V secolo – almeno le aristocrazie di essa – continueranno
forse ad esprimere una cultura di tipo prevalentemente tragico. Concomitantemente, i ceti emergenti
e più capaci si riconoscevano culturalmente nella figura di Socrate, il cui pensiero (forse
utilitaristico) consistette in una propedeutica da cui altri avrebbero dovuto attingere per andare a
costituire il primo esaustivo sistema filosofico (nel senso moderno del termine). Comunque non è
facile ricostruire la realtà culturale dell’Atene del V secolo.
Con l’avvento di Platone (vissuto tra il V e il IV secolo), per molti aspetti (soprattutto per quelli
umanistici), il successivo pensiero aristotelico (Aristotele visse nel corso del 300) venne anticipato.
Lo stagirita è a mio parere molto legato alla cultura macedone (la Penisola Calcidica è del resto da
molti ritenuta parte della Macedonia ellenica). La sua concezione del divino, ad esempio,
discostandosi da un punto di vista metafisico da quella platonica (Aristotele non credeva nelle Idee),
è qualcosa che, perlomeno in parte, Aristotele ereditò dal clima culturale della sua terra d’origine.
Prima di affrontare i temi da trattare in questo capitolo fornirò al lettore alcuni riferimenti
bibliografici.
Per avere una sintetica visione d’insieme sul mondo dei celti si leggano I Celti di Alexander
Demandt6.
Un’esaustiva ricostruzione delle loro vicissitudini storiche (in particolare di quelle belliche) è
contenuta nell’Impero dei celti7.
Se si vuole poi approfondire la conoscenza dei Celti della nostra penisola si legga I Celti in Italia8.
Un libro dal quale ho parzialmente attinto le mie conoscenze sia sui Celti che su indoeuropei e
preindoeuropei è Gli indoeuropei e le origini dell’Europa9. Leggendolo ci si può comunque fare
un’esaustiva conoscenza introduttiva dell’antico mondo europeo.

6

cfr. A. Demandt, I Celti, Il Mulino, Bologna 2003.
cfr. P. B. Ellis, L’impero dei Celti, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 2003.
8
cfr. V. Kruta - V. M. Manfredi, I Celti in Italia, Mondadori, Milano 2005.
9
cfr. F. Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Il Mulino, Bologna 1997.
7

39
Altro libro da cui ho attinto (dunque in parte) le mie conoscenze sulla cultura celtica è I Celti di T.
G. E. Powell10.
Per quel che, infine, riguarda gli Italici, condivido gran parte (non tutto dunque) di ciò che di essi ha
sostenuto Massimo Pallottino. Per avere una visione introduttiva dell’Italia preromana segnalo in
nota un suo libro che tratta appunto tale argomento11.
Prima di inoltrarci nelle riflessioni filosofiche, storiche, politico-culturali e antropologiche di tale
capitolo, segnalo in nota al lettore un libro in cui la figura del ‘selvatico’ è quantomeno descritta
con estrema dovizia di particolari12.
Azzardando un’ipotesi talmente suggestiva da suscitare addirittura sconcerto, poniamo che ogni
uomo sia spiritualmente forte, comportandosi sempre e in ogni occasione da essere sostanziato di
solo spirito. L’ipotesi, oltreché incerta, andrà presa con la dovuta cautela.
Il mondo sarebbe allora per tutti, per ogni uomo esistito fino ad ora e per ogni uomo che verrà al
mondo, un sogno irreale, una rappresentazione inesistente, che non può dunque nuocergli affatto.
Dolore-esistenza e morte non vigerebbero, per cui ognuno sarebbe libero di comportarsi come
vuole, potendo contrariare a suo piacimento e in ogni modo sia se stesso che ogni altra creatura o
cosa.
Combiniamo tale assoluto nichilismo con l’idea, precedentemente esposta, che la causalità è come
se esistesse, in quanto la probabilità di poter venire smentita sarebbe talmente remota da non poter,
di fatto, mai realizzarsi.
In base a ciò che ho appena concluso di dire l’uomo agirebbe (perlomeno in apparenza) sempre in
base a un motivo: ma agirà da essere dialettico, non essendo in grado di attuare alcuna rinuncia
propriamente etica che gli possa tornare utile. Eviterà unicamente i pericoli più imminenti e quelle
situazioni, eventualmente verificantesi non troppo a lungo termine, in cui è assolutamente certo di
trarre svantaggio. È solo in dette circostanze che l’uomo, dovendo compiere una scelta, opterà
sempre per quella meno sfavorevole.
Non per questo l’uomo ha paura di qualcosa: se non vigesse praticamente la causalità, potrebbe
smentire tutto quanto ho appena asserito, optando dunque gratuitamente per la soluzione più
sconveniente, oppure potrebbe addirittura gratuitamente astenersi dall’agire laddove un impulso
(solo apparentemente tale) lo spingesse a fare qualcosa.
Ad essere più precisi, tale è il modo d’essere dell’uomo delle origini, storicamente destinato a
modificarsi.
Ritengo che ogni popolo attuale e del passato sia riconducibile ad una o più razze delle quattro
principali: la razza bianca o europoide, la nera o Bantu, la mongolica e l’australoide. Quest’ultima è
quella fisicamente, esteriormente, meno differenziata: ciò risulta evidente dai tratti neandertaloidi
dei suoi rappresentanti (che sono comunque uomini a tutti gli effetti, mentalmente uguali a noi). Si
presume dunque che abbia avuto origine nelle zone più temperate dell’Oceania per poi diffondersi
fino in India (nonché nell’intera Polinesia e da lì – forse – anche in America).
Le rimanenti razze si sono invece costituite nelle zone più impervie (ma non del tutto invivibili) dei
corrispettivi continenti di provenienza.
Se il primo ominide è assai probabilmente originario delle foreste equatoriali del bacino del Congo,
la razza Bantu sarebbe sorta per selezione nell’intera fascia di terra che, da costa a costa, precede
immediatamente la zona pre-desertica del Sahel. Tale brulla savana, non di tipo arboreo, abitata
dalla razza nera, esclude gli ancor più desolati altopiani etiopici, ma comprende anche il nord del
Kenya (paese confinante con il Lago Vittoria da cui ha origine il Nilo, presso cui – forse – ci si
dedicò per la prima volta all’agricoltura – prima dunque che in Mesopotamia). La razza mongolica
proviene dall’inospitale Mongolia. Dell’origine della razza bianca si è già detto.
Razza bianca, nera e gialla, sono le più idonee (fisicamente) a vivere e sopravvivere nei loro habitat
originari: hanno resistito più di ogni altra razza a cataclismi e carestie, per cui, non solo si sono
10

cfr. T. G. E. Powell, I Celti, Il Saggiatore, Milano 1999.
cfr. M. Pallottino, Genti e culture dell’Italia preromana, Jouvence, Roma 1981.
12
cfr. M. Centini, L’uomo selvatico, Mondadori, Milano 1992.
11

40
conservate nei loro habitat di partenza, ma hanno anche potuto sciamare verso ogni direzione,
giungendo a popolare l’intero pianeta. La razza nera – fra l’altro – avrebbe raggiunto anche l’India
nel corso dell’ultima glaciazione (nel würmiano): il basso livello delle acque dovuto alla presenza di
ghiacciai avrebbe fatto emergere molte isole nella zona d’oceano che congiunge il Madagascar
all’India.
Ormai in molti ritengono che l’Europa abbia conosciuto più processi di indoeuropeizzazione. Ed è
mio parere che la presenza delle Veneri del Paleolitico attestino che, forse intorno al 30000 a. C., i
Bantu abbiano popolato l’Europa fino al suo settentrione: a partire da questo periodo si sarebbero
verificate più ondate indoeuropee, protrattesi a loro volta (a poco a poco) fino all’Africa (nella razza
Sudanese, ad esempio, alta e muscolosa, potrebbe esservi in parte sangue indoeuropeo).
Razza bianca e nera avrebbero dato luogo alla razza alpino-mediterranea, parlante forse una stessa
lingua (la così detta – ma non del tutto precisamente – lingua pre-indoeuropea).
I mongoli avrebbero mantenuto, nella sostanza, il loro più originario modo d’essere (nichilistico),
mentre le razze del nord e del sud dell’Europa (rispettivamente, dunque, la pura razza bianca e
quella alpino-mediterranea) avrebbero mutato storicamente la loro mentalità. Il perché i Mongoli si
siano mantenuti puri non ci è dato saperlo, così come non saprei il perché, a una certa fase della loro
storia, ariani e non-ariani si siano culturalmente trasformati rispetto a come erano agli inizi.
Immaginiamo, ancora una volta, una situazione meramente verosimile, nonché piuttosto astratta,
schematica.
Portiamoci a quei lontanissimi millenni (ai tempi delle statuette delle Veneri paleolitiche) in cui i
bianchi iniziano a riversarsi – a partire da nord – sull’intera Europa, assoggettando man mano i
Bantu che la popolavano per intero o quasi.
Ma prima farò un excursus circa le antiche concezioni religiose indoeuropee (seppur non siano state
quelle originarie), facendo in primo luogo riferimento alla Grecia.
Secondo una certa teogonia (non per quella esiodea) Urano (il dio del cielo), così come Gea (la dea
della terra, che nella Teogonia di Esiodo è madre e amante di Urano), ebbero origine dalla Notte. Se
Urano fu la prima e sola divinità ellenica, allora essa espresse all’inizio la nichilistica coincidenza
della luminosa esistenza e della buia morte. In seguito, forse, da simbolo spirituale divenne un
simbolo animico soggetto alla ‘terra’ ovvero alla ‘materia prima’ (concreta, così come la concepì –
ad esempio e in primo luogo – Aristotele). Urano passò così a rappresentare l’oppressione
dell’anima dell’individuo in un mondo infernale, senza regole (caotico) e costantemente,
diabolicamente, vessatorio dell’uomo: dall’unione di Urano e Gea (dalla loro combinazione) nacque
soprattutto il titano Crono, simbolo del tempo irreversibile e dissipatore, ovvero della necessità che
guida e domina sugli umani destini.
Ma da Crono sorgerà Zeus (la principale divinità olimpica), che lo detronizzerà. Ciò può
simboleggiare un ritorno alla concezione più originaria del divino: Zeus pone fine al tempo (alla
schiavitù da esso) restituendo l’uomo all’eternità, facendo risorgere la concezione nichilistica
primordiale. Allo stesso modo, presso i Latini, Giove detronizzerà Saturno (dio del tempo, al pari di
Crono).
In varie mitologie indoeuropee assistiamo alla scontro tra dei e titani, in cui la vittoria dei primi sui
secondi rappresenta il riaffermarsi di concezioni olimpiche sulle oscure religioni titaniche o
telluriche. Il diversificarsi degli dei (e dei corrispettivi titani) potrebbe essere andato di pari passo
con la nascita dei riti magici, il cui presupposto è dunque che vi sia una certa regolarità nella natura
(condizione della possibilità di dominarla o controllarla attraverso i riti). Dei e titani sarebbero
allora le forze che si esprimono in fenomeni naturali quali la pioggia, il vento, il fuoco ecc.
Per fare degli esempi di scontri tra dei e titani, nella mitologia irlandese i Tuatha de Danann si
affermano sui Fomoire, in quella nordica gli Asen vincono sui Vanir, in quella vedica i Deva hanno
ragione degli Asura.
Ma torniamo ai tempi delle pingui Veneri preistoriche. Il più puro tipo Bantu è basso e tozzo (se
non addirittura panciuto) e ha il viso tondo. Gli ariani di allora erano già alti e robusti (il loro viso
era longilineo).

41
Precedentemente al loro primo incontrarsi condividono una medesima visione pessimistica o tragica
dell’esistenza (analoga a quella suaccennata). Al perché si sia prodotto in loro tale religiosità non
sarei dunque in grado di rispondere.
Ebbene, entrambi i popoli credono nel predomino della necessità e del dolore (che è il suo
incessante e irrequieto motore) sulla vita. Non conoscono ancora nulla di essa, per cui non la
distinguono troppo dalla dimensione del sogno (con le sue bizzarrie). Ed entrambi temono la vita in
egual misura (anche se gli ariani sono materialmente avvantaggiati nella lotta per la sopravvivenza
rispetto ai neri).
Ma prendiamo un indoeuropeo di quel tempo così remoto.
Sempre soggetto alla realtà (fastidiosa quando non dura), non è mai pago. Crede di essere l’unico
essere vivente dell’intera realtà sua nemica. La sua anima, che è la sola esistente, è dannata
all’inferno del vivere. Quando non contraria gli altri e le cose della natura, se ne serve palesemente
in modo egoistico per raggiungere i suoi apertamente meschini scopi. Ha senso etico-utilitaristico
solo per l’anziano: pensa a quando non avrà più le forze per lottare contro la sua satanica esistenza.
Tutti i membri della sua tribù sono allora d’accordo nel trattare bene i vecchi di essa, in modo tale
da ricevere un medesimo trattamento quando giungerà anche per loro il tempo della senitudine.
Ma rispetto ai popoli da assoggettare l’indoeuropeo di cui sto parlando ha una marcia in più, ovvero
il suo vigore fisico, che tenderà a curare e coltivare per non farlo venir meno, per non far venir
meno tale sua potente arma di sopravvivenza e di sopraffazione. Vivendo in zone selvagge (che
tende dunque a non alterare) si mantiene sempre allenato, rifiuta tutto ciò che rammollisce e debilita
(medicine, cibi e bevande il cui uso prolungato possa depotenziarlo, renderlo fisicamente più
fiacco).
Non vede troppo di buon’occhio i riti poiché la loro abbondante pratica (per giunta disperatamente
illusoria) subentra sempre (di norma) all’indebolimento fisiologico.
Poniamo che i bianchi invasori e i neri, in quel loro primo incontro, si siano affrontati a mani nude
(poi capiremo il perché abbia posto tale immaginaria condizione).
I neri si accorgono di non essere sufficientemente forti per poter affrontare alla pari i loro nemici
(magari mai visti prima). Il loro realismo (condiviso anche dagli avversari) gli fa prendere
drammaticamente atto della realtà delle loro carenze e del valore oggettivo rappresentato dai
muscoli, dalla mole, dalla possanza, dei loro nemici. I neri si credono oggettivamente inferiori ai
bianchi.
Il rapporto che si instaura tra il nero e il bianco è allora di questo tipo: il primo, proprio perché
teme, ha paura, dell’avversario (teme ferite e morte, che crede entrambe reali), gli attribuisce un
valore, un peso, conferendo realtà ad egli e ai suoi minacciosi muscoli. Ma ciò che è reale (e quindi
connesso al vero) è anche ciò che ha valore (è ciò che rappresenta un valore di tipo morale: è, in
senso lato, ‘ciò che è buono’). La possanza fisica e l’uso di essa viene allora considerata, non solo
dall’ariano, ma anche dal pre-ariano, come un valore esistenziale (una virtù), forse come l’unico
valore morale vigente nella realtà. Infine, il nero, è anche attratto dal bianco, poiché ciò che è vero e
buono è anche, al contempo, bello. Ma amore e odio fanno tutt’uno: amare è odiare.
Il nero prova prima di tutto invidia per il bianco, poiché possiede la qualità della forza, in lui
dunque drammaticamente assente: si sente inferiore. Lo odia (ovvero lo ama, ne è attratto – sia pure
virilmente) ulteriormente poiché tale forza la rivolge contro di lui, provocandogli dolori – se non la
morte.
Ma anche il bianco – nella misura in cui il nero solletica la sua coscienza – attribuisce valore a
quest’ultimo.
Il rapporto che vige tra il forte e il debole è l’estremizzazione del rapporto che l’uomo intrattiene
con la donna. Anche quest’ultima è debole: è certamente più debole dell’uomo.
L’uomo bianco animalesco di cui si sta parlando si congiunge con la donna in quanto prova un
senso di disgusto per essa quando la guarda (o la pensa). Copulando con essa fa scemare man mano
il suo disgusto, fino all’indifferenza per essa dopo aver eiaculato. La femmina prova invece, nei
momenti di fregola, disgusto di se stessa: l’uomo è il mezzo tramite il quale tale disgusto può

42
scemare, fino alla sua simbolica, simulata, morte, che avviene a orgasmo compiuto. Nei momenti
più veraci e animaleschi dell’accoppiamento il maschio simula il disfacimento della donna, mentre
quest’ultima gioca ad essere aggredita per poi morire (metaforicamente) per mano del maschio.
Ora, non so per quale motivo, quando l’uomo (ancora selvaggio) muscoloso si imbatte nell’uomo
gracile prova ben più rabbia di quella che gli provoca la donna. Tanto che è portato, non a simulare
la sua aggressione (a giocare alla lotta con esso), ma ad aggredirlo realmente: più infierisce sul suo
fragile corpo, più si libera di detta sua rabbia, fino al punto in cui la sua malcapitata preda gli
diviene indifferente. A quel punto può magari sferzarlo fatalmente e definitivamente (uccidendolo,
togliendolo di mezzo una volta per tutte).
Ma torniamo al rapporto animalesco tra maschio e femmina: il primo dà peso alla seconda (gli
attribuisce realtà); gli attribuisce, quindi, anche un valore (in fondo è bene, per costui, che la donna
sia fragile e dunque più graziosa di lui); gli attribuisce, infine, anche la qualità della bellezza (la
ama, ovvero – si è detto – la odia). Ebbene il nero nemico del bianco (dell’esempio di cui sopra)
suscita in quest’ultimo sentimenti analoghi a quelli che gli suscita la femmina, ma ben più estremi:
tanto che lotta con esso, magari fino a farlo decedere.
La reazione che la donna suscita nel tipo mongolico delle origini è analoga a quella che prova ogni
uomo per essa. La reazione che gli suscitano sia il bianco che il nero sono invece le medesime (o
quasi) e molto particolari. Di entrambi disprezza la (come vedremo simulata) paura per la loro
esistenza (più in generale disprezza ogni valore, chiunque creda in qualcosa, fosse anche solo nella
realtà della propria vita). L’elemento che dunque differenzia il giallo dal bianco e dal nero sta nel
suo massimo grado di ottimismo, derivantegli dal suo nichilismo, ovvero dal fatto che, quasi
gioiosamente, non dà valore a nulla (in primo luogo al suo corpo in carne ed ossa, non dando di
conseguenza valore a tutto ciò che può nuocergli).
Sia il bianco che il nero credono cioè nella necessità, nel fatto che la loro anima sia sempre e
costantemente oppressa dalla realtà, la quale, per così dire, ‘li agita senza sosta’: provano cioè
sempre dolore, dolore che non possono affermare (sia quando è grande, sia quando è tenue, ad
esempio tedioso).
Il tipo mongolico, al contrario, non credendo nella necessità, sa di essere libero e felice in tutto ciò
che fa.
Che il giallo sia più fragile del bianco è un fatto (o meglio, è effettuale): ma dal momento che il
giallo non crede di vivere, la forza del bianco non può nuocergli. In uno scontro tutta la sicurezza
del bianco gli viene unicamente dalla sua forza: l’assenza di paura (il coraggio) gli proviene solo da
ciò, poggia unicamente su ciò.
Il giallo è invece coraggioso in quanto non è un mentitore, in quando sa che, in fondo, non ha nulla
da perdere nello scontro. Il coraggio (l’assenza di paura dunque) gli consente di combattere
quantomeno alla pari contro il possente uomo bianco.
Ma il tipo mongolico, in realtà (a voler essere più precisi), non odia nessuno (né il bianco, né il
nero, né la donna): tollera tutto e tutti, ovvero tutto gli è indifferente.
Se non vigesse di fatto il principio di causa-effetto potrebbe liberamente astenersi dal combattere sia
contro il bianco che contro il nero (subendo i loro attacchi senza reagire) e potrebbe trattenersi dal
copulare quando il pensiero o la visione della donna gli suscita eccitamento. Ma ciò significa che
non conferisce realtà-valore-bellezza a nulla, non odiando, in fondo, nessuno e nessuna (tutto – si è
detto – gli è irrilevante, ovvero tutto per lui non esiste). Se invece pulsioni guerresche e sessuali
fossero necessarie (quanto all’obbedirvi), allora la realtà (e con essa il valore e la bellezza)
esisterebbero. Se invece si può disobbedire (perlomeno in linea di principio) alle proprie pulsioni,
esse perdono allora realtà, poiché un dolore (= realtà-valore-bellezza) affermato, voluto, non è in
realtà dolore ma piacere (negatività).
Ma il nero e il bianco possono solo fingere di credere nella realtà: la maggiore paura che hanno
rispetto al giallo è libera auto-mistificazione. Ovvero, in fondo chiunque è un nichilista (ognuno ha
la coscienza dell’attimo, che è il non dare peso ad alcunché – pur essendo cosciente di tutto, di ogni
cosa presente, passata e futura). Perché negano allora tale loro nichilismo? Per vergogna. O meglio,

43
per conformistica vergogna (si deve essere perlomeno in due per provarla: da esseri solipsistici essa
non la si può provare. Ma ciò significa che si finge liberamente di provarla).
Sia il nero che il bianco si vergognano di non-essere, ovvero di possedere unicamente caratteristiche
negative (mancanti). Se un ariano perdesse all’improvviso la sua possanza fisica (trasformandosi in
un essere costituzionalmente gracile) ‘perderebbe la faccia’ nei confronti dell’intera sua tribù: non
varrebbe più nulla ai loro occhi (sarebbe una nullità, verrebbe considerato tale dalla sua gente).
Meglio credere in un dio malvagio che vuole il peggio per noi (attraverso il caos e il dolore che ci
procura costantemente), meglio cioè l’infelicità, piuttosto che riconoscere di non valere niente per
nessuno: un demone che ci odia, che ce l’ha con noi, in fondo ci ama, ci dà cioè peso,
riconoscimento (e ciò, in fondo, languidamente piace).
Stando a quanto ci è dato di constatare, sembra che le più antiche invasioni altaiche dell’Europa
risalgano al 4000 a. C., ad opera dei popoli Kurgan, che si inoltrarono fino al Danubio. Nel 3000
a. C., a sud del triangolo d’espansione degli indoeuropei (di cui abbiamo parlato e di cui parla uno
studioso come Mario Alinei) vi era la cultura Kurgan. I loro portatori erano quindi situati nell’intero
sud del territorio delle genti dell’ascia da combattimento, con i quali probabilmente intrattennero
dei rapporti. Non è troppo azzardato ipotizzare che proprio in tale periodo sorsero (o meglio,
risorsero) le loro concezioni religiose olimpiche.
I Kurgan altaici erano popoli puramente sciamanici, nel loro vivere estatico nell’al di là, nel loro
irrealismo, nel loro essere in costante contatto con la realtà ultraterrena. Le loro luciferiche
concezioni infusero nuova linfa negli animi degli ariani rendendoli innanzitutto ancora più forti.
Tali contatti furono dunque salutari per gli indoeuropei: apportarono apollinea serenità, salute
medica spirituale, libertà da ogni religiosità e moralità.
I più antichi sovrani altaici erano figure religiose e guerriere ad un tempo, re e sciamani. Erano dei
maghi che non avevano bisogno di riti per produrre le loro evocazioni (ovvero – di fatto – l’intero
cosmo, così com’è costituito). Erano dei guaritori spirituali che infondevano coraggio in quanto
negavano l’esistenza di ogni dolore (essendo magari anche dediti a una condotta dissoluta – si pensi
all’uso delle droghe nell’antichità).
È molto probabile che in seguito i popoli più a riparo da contatti altaici (ad esempio e in primo
luogo i Proto-Germani, ma forse anche gli stessi Greco-Latini) perdettero nuovamente le loro
concezioni originarie per riabbracciare delle concezioni pessimistiche dell’esistenza (magari ora
mitigate dalla credenza nella possibilità dei riti magici e – più in generale – nella credenza di una
natura soggetta perlomeno a qualche regola).
Abbiamo parlato di come sorse l’idea di regalità (di origine dunque orientale): essa non è presente
presso gli uomini più primitivi poiché essi si ignoravano l’un l’altro. Quando però furono costretti
ad entrare in cooperazione e quando i loro possedimenti mutarono (si diversificarono) sorse
l’invidia di chi aveva meno nei confronti di chi aveva di più: chi più possedeva, più aveva potere
(era cioè al di sopra di ogni legge nella misura in cui era socialmente elevato). La regalità sorse cioè
quando si ebbero le forme più originarie di classe e di ruolo sociale.
Il fatto tuttavia che la regalità sorse presso i mongolici non deve indurre a credere che essi dessero
peso al ruolo sociale avendo una mentalità classista: abbiamo detto come il tipo mongolico
originario ben sapesse della sua libertà, ovvero della sua assoluta potenza (già da esso posseduta a
pieno). Ma anch’egli era ovviamente soggetto a pulsioni di dominio politico-sociale (cui tuttavia
non attribuiva realtà, poiché sapeva benissimo che avrebbe potuto contingentemente – perlomeno a
livello teorico – smentirle). Il dominio della causalità in Natura non poteva che farlo decidere per la
via della regalità, ovvero per la via del dominio materiale assoluto (o comunque il più ampio
possibile).
Quando – è un’ipotesi – i Germani torneranno ai loro costumi tragici, rifiuteranno la regalità:
abbiamo parlato della loro ammirazione per il solitario uomo primordiale (proprio per questo
pressoché privo di invidie); ogni tribù germanica tendeva a non possedere beni in misura troppo
maggiore rispetto alle altre, in modo tale da far (in qualche modo) continuare a vivere il mito
dell’uomo primordiale, pressoché – dunque – privo di ambizioni di potere.

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Si è parlato poi di come i Proto-Celti che entrarono in contatto con le popolazioni dell’interno della
Britannia, per così dire, regredirono culturalmente. Tra breve andrò a descrivere le caratteristiche
delle prime società pre-ariane che popolarono perlomeno l’Europa occidentale. Ebbene, gli svariati
processi di reindoeuropeizzazione che tali società conobbero in seguito le modificheranno, tanto da
acquisire costumi simili a quelli dei loro invasori (con i quali, nel tempo, andranno per giunta a
mescolarsi). I pre-ariani avrebbero inoltre acquisito, ma autonomamente, costumi simili a quelli
sviluppati dai popoli altaici per imporsi sui loro nemici (concubinato ecc.): la loro inferiorità fisica
rispetto ai puri ariani fece sorgere costumi simili in popoli che, magari, non si erano mai incontrati.
Ma torniamo a parlare dei Bantu sconfitti, sopraffatti, dai bianchi. Vediamo quale mentalità venga
fuori durante il loro stato di soggezione e di subalternità sociale (rispetto, ovviamente, agli ariani, ai
loro dominatori).
Al di sopra della loro coscienza dell’attimo (quale fuoco che sempre arde sotto la cenere in ogni
uomo) recitano la parte di una volontà di potenza che brama vendetta nei confronti dei loro
sopraffattori. Il loro obbiettivo è – se non annientarli – dominarli completamente, capovolgendo del
tutto la situazione politica nella quale ora riversano.
Ma la loro volontà di potenza è ora terribilmente, assolutamente, frustrata: i neri – si è detto – si
sentono realmente, oggettivamente, inferiori ai bianchi. Devono dunque superare, innanzitutto, il
loro complesso d’inferiorità. Devono scovare una dote letale che gli consenta di sopperire alla loro
fragilità, per sentirsi di nuovo alla pari con i loro aguzzini (con i loro padroni). Tale dote è
l’intelligenza, l’intelletto astratto, che sviluppano per sopperire alle loro carenze. Grazie ad essa –
mettiamo – escogitano la prima e più semplice arma che la mente umana possa inventare: la clava
(vedremo come il bastone sia un simbolo molto antico: ne discuterò). Muniti di bastone possono ora
con una certa sicurezza e con relativa facilità rivalersi dei loro avversari bianchi. O, quantomeno,
possono adesso affrontarli alla pari. Mettiamo che abbiano la meglio: ora sono di nuovo tornati
liberi. Ebbene, ciò non gli basta: la loro volontà di potenza aspira al raggiungimento della massima
serenità mentale. Ma ciò è possibile unicamente attraverso la più completa sopraffazione dialettica
dei loro avversari. Devono ridurli politicamente in soggezione e devono fare in modo di superare
ogni loro complesso, facendone sorgere nei loro avversari, in modo tale che la loro soggezione sia
assoluta (esteriormente e intimamente): da ciò infatti i neri trarranno il massimo del godimento che
possano trarre.
La loro (in certo qual modo presunta) maggiore intelligenza dovrà divenire una qualità reale di
maggior valore ontologico rispetto alla qualità (comunque altrettanto reale) della forza fisica.
L’obbiettivo del nero è che il bianco si senta un povero stupido rispetto ad esso.
Altra importante arma che il nero rivolge contro il bianco è la morale (più propriamente detta), altro
strumento tramite il quale l’ariano dovrà sentirsi inferiore rispetto al nero.
E – dialetticamente – il bianco non è né intelligente né buono (rappresentando, in tal modo,
l’antitesi del nero).
La bontà del nero si definisce dunque in antitesi rispetto alle caratteristiche del bianco: quest’ultimo
è classista, razzista, molesto e non inclusivo (perlomeno nei confronti del nero, anche se non dei
suoi pari), considerando la sua bestiale forza l’elemento che lo pone al di sopra di chi ha sopraffatto.
È egoista (pensa solo a se stesso) – e dunque guerrafondaio – e la sua scarsa intelligenza lo fa
unicamente preoccupare del suo futuro di vecchiaia.
Ma mettiamo che dallo scontro di rivalsa suddetto si sia prodotta una rivoluzione, ovvero il
ribaltamento della situazione politica di partenza (poniamo dunque che i nemici dei neri non siano
stati costretti alla fuga, ma siano divenuti il nuovo ceto oppresso).
Si è dunque detto che: il nero prova amore-odio per il bianco; proprio perché lo ama lo invidia,
vorrebbe essere forte come lui. Ma non lo può, per cui deve inventarsi nuovi valori, tali che, dovrà
essere il bianco a sentirsi inferiore rispetto al nero: a vendetta compiuta si sarà interamente prodotto
tale ribaltamento.
I neri escogitano le regole del vivere civile di contro agli atteggiamenti vessatori che i bianchi
esercitavano nei loro confronti. L’odio per i bianchi è tanto più grande quanto più i neri subivano da

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essi disprezzo, dolore e morte. L’idea del bene (della bontà) sorge anche per fare in modo che gli
anzidetti atteggiamenti dei bianchi nei loro confronti cessino (in modo tale da ridurre ulteriormente
l’odio nei loro confronti). I bianchi, ora oppressi, possono pur sempre rivalersi e se – mettiamo –
beccano un nero disarmato possono infierirgli contro (insorgendo).
I neri devono cioè inculcare l’idea del bene nei loro nemici politici per ridurre la loro pericolosità (e
riducendola, il loro odio per essi diminuisce).
Ma perché l’ariano se ne lascia influenzare? Se è palese la superiorità mentale del Bantu rispetto a
quest’ultimo (la vittoria della rivoluzione tramite le armi lo ha dimostrato, lo ha attestato), allora il
Bantu (che ne sa di più di lui) potrebbe anche aver ragione circa la non giustezza del suo feroce
temperamento (della sua cattiveria).
Se l’ariano ha un’anima animalesca che lo fa badare solo a se stesso, il nero avrà un’anima per ogni
cosa e creatura, in quanto a loro volta animate. Rispetterà gerarchicamente (in alcuni casi di più, in
altri meno) l’intero creato, pur trattando ogni uomo (non solo, quindi, della sua tribù) alla sua stessa
stregua (a patto che non si sia macchiato di colpe – proprio come l’ariano).
La mentalità inclusiva del nero produrrà una società perfettamente egualitaria affinché – in primo
luogo – non si creino invidie che spingano alcuni ad avere più degli altri, in modo tale da prevalere
sugli altri (da divenire dei privilegiati).
Il nero non apprezza l’estro e le arti (tollera unicamente l’uso dell’intelletto astratto e pratico in
quanto in esso eccelle, o comunque se la cava bene): e non perché la mediocrità è non buffonesca
autenticità, ma perché chiunque risalti in qualcosa fa sentire (forse in fondo fanaticamente) inferiore
ad esso chi non dispone di nessuna qualità.
La stessa retorica dei sentimenti è un’arte, potremmo dire una qualità d’attore. La persona buona
che ben sa mostrare tale sua bontà (attraverso una certa mimica, una certa intonazione della voce,
attraverso l’uso di alcune espressioni del volto ecc.), non sta troppo simpatica al nero, ma non in
quanto essa si esibisca in modo vanesio (il nero crede infatti nella bontà).
Il nero comune sta di fronte alla persona che è in grado di esprimere la bontà (di trasudare bontà),
così come il non-poeta ascolta un canto dantesco: quest’ultimo (mettiamo), pur essendo persona di
sentimenti profondi, non è certamente in grado di realizzare, di scrivere, un canto di pari pregio, pur
apprezzandolo (e dunque comprendendolo). Chi dunque – meno erudito di Dante – fa un discorso
buono, bello ed edificante, ma espresso in modo ben più banale, sta simpatico al nero in quanto è (o
si pone) al suo stesso livello.
Tale retore (ammesso che sia un sentimentale) è vicino al superficiale sentimentalista: quest’ultimo
però è un nichilista che recita male la parte del buono. Non credendo a quanto di buono afferma
(poiché non crede in nulla), trasuda (mentre dunque parla di cose buone e giuste) menefreghismo e
incredulità per quanto dice, non riuscendo ad essere convincente. Le donne più vere e autentiche
sono tali, cattive nella pratica e buone a chiacchiere. Ma dal momento che sono meno menzognere
(anche se comunque false, ipocrite) rispetto al sentimentale, il disgusto (l’amore-odio) che suscitano
nelle persone più veraci, come ad esempio nel tipo mongolico delle origini, è meno intenso rispetto
a quello che il buono provoca in quest’ultimo: per cui con la prima si limita ad amoreggiare, sul
secondo potrebbe infierire così come si infierì (ad esempio) nei confronti di Gesù.
La Fides e il Sacrum sono un’invenzione preindoeuropea: la prima rinvia ai sentimenti (che devono
legare gli uomini tra loro), il secondo si lega all’elogio del buono e al biasimo del cattivo: è uno
strumento socialmente condizionante, moralizzante.
Per superare dunque il suo complesso di inferiorità, il nero deve auto-convincersi di essere buono e
intelligente. Essendo fatto della stessa pasta di ogni uomo non può recitare la parte del buono se,
innanzitutto, non pone uno stato, delle leggi, che andranno fatte rigorosamente rispettare. In assenza
di leggi e del loro rispetto, infatti, ogni uomo è portato alla trasgressione, alla delinquenza.
Uno volta poste delle leggi (e una polizia), essendo più del bianco portato a ben ponderare, il nero
tiene a freno la sua indole delinquenziale: immagina di non poter sfuggire a capaci inquirenti nel
caso in cui commetta un crimine. Il bianco, esercitando meno il pensiero, è invece più ottimista nel
credere di scamparla a eventuale crimine commesso.

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Il nero non rinuncia invece al suo maggiore pessimismo perché ciò lo renderebbe stupido al pari
dell’ariano. Ecco perché non compie crimini (è la ragione più essenziale di ciò). Inoltre, è sempre
l’intelligenza a renderlo più lungimirante del suo antagonista. Se non pensasse al suo bene a lungo
termine, sarebbe stupido come l’ariano, il quale (si è detto) del futuro teme solo la sua vecchiaia
(non dando peso, del futuro, a nient’altro).
Le leggi dovranno essere ‘morali’ nel senso più proprio (dovranno salvaguardare
disinteressatamente e amorevolmente l’intera comunità) per motivi analoghi: se il nero vuole
mostrarsi, apparire, buono, deve far finta di tenere – sia attualmente che nel futuro – anche agli altri.
Ma dato il carattere in fondo esteriore della sua moralità, anche il nero, per cause di forza maggiore,
può essere condotto a trasgredire le sue norme civiche. E dal momento che ogni uomo è e resta in
fondo un nichilista, non c’è crimine e trasgressione che il nero stesso non possa compiere (in
assenza, ovviamente, di uno stato funzionante).
Se l’ariano viene convertito ad una esterioristica moralità, imparagli a ragionare risulta un compito
più arduo: la sua indole criminale non viene perciò del tutto meno. Tuttavia, dato che il bianco si è
lasciato influenzare dall’eticità del nero, è divenuto comunque un suo pari (o quasi): ariani e non
ariani si riconciliano. A quel punto i Bantu possono mescolarsi con coloro che gli erano
precedentemente nemici: nasce la razza alpino-mediterranea. Man mano che i puri ariani si
estinguono, tale razza diviene quella prevalente: i genitori possono ora inculcare nei loro figli, non
solo la moralità, ma anche l’intelligenza (cosa possibile unicamente nei confronti di chi è ancora in
tenera età).
Ulteriori migrazioni di popoli indoeuropei possono essere state fatte per rinvigorire geneticamente
le loro tribù (mescolandosi con i meticci che trovavano nelle loro nuove sedi), magari stabilendo
con le popolazioni autoctone dei loro nuovi stanziamenti delle pacifiche diarchie: fu ciò, più
propriamente (ma ipoteticamente), che condusse alla formazione dei più tipici e recenziori tipi sia
alpini che mediterranei. Ed entrambi riappresero magari (o svilupparono nuovamente) le loro
precedenti concezioni tragiche e guerriere dell’esistenza. E magari, per evitare di essere sopraffatti
da ulteriori flussi migratori ariani, svilupparono espedienti che ogni popolo è indotto a sviluppare
con la sua mente in caso di necessità (aumento del numero dei componenti delle tribù ecc.).
Quando entrambe le cose anzidette (ipoteticamente) accaddero, le persone più tradizionaliste si
sentirono magari sospinte ad abbandonare le loro tribù per vivere in solitudine (al riparo da quei
nuovi tipi di civiltà), presso rocche e foreste. Tali i ‘selvatici’ più propriamente detti (figure non
solo mitologiche che vissero in Europa occidentale). Di essi torneremo a parlare in seguito.
Quando si trattò, da parte dei neri, di applicare le loro leggi nei confronti di ariani che avevano
commesso colpe, per non abbassarsi al loro stesso livello morale, pur punendoli severamente e
magari anche fatalmente, non si abbandonavano (vi è da supporlo) alle vessazioni (torture ecc.) che
questi ultimi avrebbero potuto procurare loro nel caso rovesciato della loro supremazia politica. Ciò
per vergogna di se stessi, della loro più genuina e selvaggia indole. Un ipotetico nero preistorico che
assiste, ad esempio, a una tortura, si sente depotenziato (essa lo fa sentire male, non a suo agio): la
(più) piena (possibile) volontà di potenza che è riuscito ad attuare deve tendere a conservarsi.
L’intelligenza pratica più lungimirante e ingegnosa è dunque una prerogativa delle razze nere
(perlomeno della loro cultura, della cultura cui diedero luogo). La loro legge gli impone
lungimiranza per salvaguardare al meglio sia se stessi che gli altri. Ma nell’applicare tale loro
intelligenza – sempre per differenziarsi dai bianchi – dovevano mostrare una preoccupata premura
per il futuro. Certamente chi usa l’intelligenza con calma serenità riesce a ragionare meglio, in
modo più limpido e sciolto. Questa fu una prerogativa dei mongoli, la cui intelligenza però non era
lungimirante ed era del tutto avulsa da problemi di natura etica (sia utilitaristica che più
propriamente umana).
Chi è allora più intelligente tra il nero, il bianco e il giallo? Le tre razze hanno un cervello assai
simile. La coscienza dell’attimo (ovvero il non badare ad alcunché) non può che essere posseduta da
ogni uomo. Tutti gli uomini, in base quindi ad una sorta di principio metafisico, sono, in linea di
principio, in grado di usare al massimo le loro potenzialità mentali. Del resto si può solo fingere

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lungimiranza e preoccupazione per il futuro (prossimo o remoto che sia). Qualsiasi uomo che
smette di fingere è perfettamente in grado di usare la sua testa al massimo delle potenzialità.
Ma, del resto, l’essere preoccupati mentre si ragiona non è poi cosi debilitante. Se, ad esempio, mi
sono ben preparato per sostenere un esame universitario, sia la preoccupazione che avevo mentre
studiavo, sia la preoccupazione che insorgerà al momento della verifica, mi debiliteranno poco: non
prenderò magari il voto più alto, ma svolgerò comunque una prova anche molto brillante.
Si è detto invece come cause di forza maggiore possano indurre ognuno a gesti di smodata
trasgressione (illimitata, addirittura). Quanto verrà commesso sarà di piena responsabilità di chi ha
eseguito il misfatto. Infatti, da un lato costui conosce ogni conseguenza delle sue malvagie azioni,
dall’altro nessuno lo costringe a intraprenderle (dal momento che in fondo la causalità non esiste):
nel compierle è dunque del tutto libero (e dunque del tutto responsabile).
La persona morale tuttavia – a misfatto compiuto – potrebbe provare (mentendo a se stesso) una
vergogna tale (per via del suo non-essere di fronte agli ‘altri’ – per il fatto di essere ad esempio
come quel tipo umano che chi gli è antagonista) da spingerlo a gesti fatali che rivolgerà verso se
stesso.
Tirando le somme, i tre archetipi protostorici che caratterizzarono l’Europa di cui si è discusso fino
ad ora (i bianchi, neri e i gialli) dispongono (quali differenti tipi umani sempre attuali) di una stessa
gratuita, infondata e insensata libertà. Il giallo si distingue dai due archetipi restanti per il fatto che
non mente, che non finge a se stesso: ma un vero relativismo pone su di uno stesso piano ontologico
sia il mentitore che il veritiero. Ovvero, le scelte del nero, del bianco, del giallo si equivalgono
perfettamente: io, ad esempio, tendo prevalentemente ad una condotta esistenziale analoga a quella
delle razze nere.
Una figura vicina a quella del druido (ma non con essa del tutto coincidente) è quella del selvatico
(anche quest’ultimo ha origini quindi preindoeuropee). Anche il selvatico non è un mistico, uno
sciamano, ma un realista. La sua conoscenza del divino è indiretta, è mediata dalla Natura: non può
accedere direttamente alla visione del divino.
I suoi benevoli dei risiedono in una dimensione ultraterrena per costui inaccessibile: costoro fanno
in modo che la Natura sia soggetta perlomeno a qualche regola e che sia soggetta al suo controllo
anche tramite prescientifici rituali.
Anche i Celti per lungo tempo non raffigurarono i loro dei, in quanto forse reputati del tutto
inconoscibili da parte della visione umana e quindi del tutto indeterminabili.
Essi iniziarono ad essere ritratti dai Celti in epoca recenziore, per via forse dell’influenza che i
Greci esercitarono su di essi. Non saprei quando sorse la concezione ellenica delle Idee; Platone
(vissuto tra il V e il IV secolo a. C.) testimonia della sua presenza: le idee sono immagini reali. È
probabile che i Greci potessero fare esperienza dei loro dei (perlomeno così credevano), in quanto
conosciuti sotto forma di Idee.
Ma torniamo a parlare del selvatico. Costui è il nemico delle civiltà tragiche, guerriere e
oscurantistiche. Esse sono sue nemiche: il contrasto che separa costui ed esse è identico a quello che
separa i Bantu e gli indoeuropei in remota età preistorica. Il selvatico è dunque oggetto di scherno –
quando non di aggressione – da parte delle civiltà a lui limitrofe; ma a sua volta il selvatico sa
difendersi dai loro attacchi, ed è raro che stia in soggezione per via della cattiva opinione che la
società ha di lui. La sua bontà e la sua intelligenza gli conferiscono dignità.
Spesso il selvatico viene descritto come piccolo e moro (essendo in tal caso espressione della razza
mediterranea?) e viene spesso identificato con ‘l’uomo nero’. Viene inoltre raffigurato con un
bastone. Il bastone è il simbolo sia dell’intelligenza tecnologica dell’uomo pensante che della
Legge, la quale punisce prontamente e severamente chiunque non viva secondo giustizia (il
mazzuolo del giudice richiama tale antico simbolo, così come lo scettro regale). È soprattutto con il
bastone che il selvatico si difende dagli attacchi che riceve ed è con esso che punisce gli ingiusti, i
malvagi.
Il selvatico, si è detto, è però essenzialmente un buono, ovvero è uno che, tutto sommato, ama
prodigarsi per l’umanità. Quando abbandona le sue foreste e i suoi monti, cerca talvolta di insegnare

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agli uomini il vivere pacifico e civile, tentando di inculcargli i segreti della natura (conoscenze sia
rituali che lavorative di ogni genere: artigiane, mediche, pastorali, casearie, persino agricole: si
tenga tuttavia presente come in Europa occidentale queste ultime si siano prodotte soprattutto nel
corso del III millennio).
Ma quelle società guerrafondaie, che per amore dell’uomo primordiale rifiutano tutto quanto
credono li rammollisca (pace, lavoro, riti, conoscenze), tendono a non accogliere i suoi giusti, utili e
benevoli insegnamenti.
Tra gli attributi del selvatico vi è, infine, anche quello della sensualità. Nelle antiche società in cui
tale figura ebbe origine (e in cui era a casa) la sessualità non era malvista (il popolo ebraico invece,
fatto di uomini più recenti e ben più pensanti – avendo costituito talvolta comunità molto simili a
quelle anzidette – la demonizzarono per via della loro necessariamente maggiore perversione – che
tendevano dunque a reprimere, anche autocensurandosi nel profondo, per ragioni di civile
convivenza sociale). Ancora oggi, presso le varie tribù africane, essa non costituisce un tabù, in
quanto le perversioni sessuali, in quei popoli così animaleschi e primitivi, non sono ancora presenti
(non si sono ancora prodotte per via di un’ancora basso grado di sviluppo del loro pensiero).

49

IV
Georges Dumézil, con argomentazioni meticolose e convincenti, potrebbe aver messo a fuoco la
cultura dei primissimi abitatori latini di Roma e averci offerto il netto insieme delle loro più
arcaiche divinità13. Nel libro I Sabini e la loro lingua14 tuttavia la demarcazione, in particolare, tra
elementi culturali sabini, etruschi e romani, non sarebbe così certa. In detto libro emerge in primo
luogo la difficoltà di offrire al lettore l’originario idioma sabino, arduo – se non impossibile – da
individuare. Personalmente ritengo che far luce sulla complessità culturale dei più antichi Sabini
indoeuropei sia un compito difficilissimo, per cui non resta da far altro che formulare ipotesi.
Plausibili, ovviamente, ma non tali da poter venire accertate.
Comunque, chi voglia conoscere in modo sufficientemente esaustivo ipotesi sia antiche che più
recenti sul mistero dei Sabini, può consultare il libro Rieti e la regione sabina15.
In un altro vecchio libro16, se la ricostruzione del mondo sabino appare meno ricca di informazioni,
è comunque possibile apprendere un’interessante ipotesi sugli aborigeni italici: sembra infatti che
popoli quali i Sabini, gli Osci ecc. (aggiungerei gli stessi Latini) fossero gente autoctona (nel senso
ovviamente che la loro presenza in Italia risalirebbe a tempi lontanissimi). Ausoni e Umbri si
approprieranno dei nomi di tali popoli quando li assoggetteranno.
Infine, per conoscere esaustivamente i reperti archeologici sabini, si può consultare il libro in nota17.
È possibile che divinità del cielo illuminato quali il Dyaus Pitar rgvedico, il Dei Paturos illirico, il
Dis Pater latino-celtico (sembra che i Celti lo abbiano venerato, magari avendo usato una formula
onomastica leggermente diversa da quella forse solo latina di ‘Dis Pater’) siano sorte quando gli
indoeuropei entrarono in contatto con i Kurgan? E tale nascita segnò il ritorno degli indoeuropei
alle loro concezioni più originarie del sacro?
Comunque, anche quei Germani che raggiunsero l’area danubiana, prima del compimento di quel
processo di formazione che darà luogo all’etnia celtica, avevano ipoteticamente riacquisito una
concezione tragica dell’esistenza. Saranno soprattutto gli influssi scitici e illirici a trasformare la
mentalità di tali Germani: ciò corrisponde quindi alla nascita della cultura celtica.
Si tengano dunque a mente tali due fasi culturali, quella tragica e quella ad essa susseguente,
di tipo proto-umanistico, poiché tornerò a parlarne, soffermandomi su di esse.
Anche i Greci influiranno molto, ma soprattutto, credo, esteriormente (nell’abbigliamento,
nell’artigianato ecc.) sui Celti.
Ma portiamoci in Italia. Ritengo sia arduo, se non impossibile, stabilire quale popolo, tra gli
Etruschi, gli Umbro-Sabini, gli Ausoni, i Pelasgi, i Greci, abbia maggiormente influito nella
formazione del pantheon della maggior parte dei popoli della penisola in questione.
Personalmente ritengo che gli Umbro-Sabini, oltre ad imporre a gran parte dei popoli dell’Italia,
perlomeno inizialmente, la loro lingua, abbiano forse anche imposto la loro religione. Tuttavia,
come vedremo, ciò non è affatto certo. Distinguere infatti tra divinità ausonie e divinità
umbro-sabine risulta poco districabile, se non indistricabile. Credo inoltre che gli Etruschi, di
provenienza forse anatolica, oltre ad aver ricevuto ascendenti linguistici italici (con rifermento ai
‘secondi italici’) abbastanza forti, abbiano anche accolto nel loro pantheon la maggior parte delle
divinità umbre. Gli Umbri abitavano infatti l’Etruria prima del loro arrivo.
Quando i Celti erano ancora stanziati nelle loro sedi danubiane, avrebbero fatto proprie alcune
divinità greche come Artemide e Caronte. Artio è infatti una dea irlandese legata alle selve e alla
caccia proprio come Artemide. E proprio come quest’ultima è associata all’orso.
13

cfr. G. Dumézil, La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà, Bur, Milano 2007.
cfr. M. G. Bruno, I Sabini e la loro lingua, Forni Editore, Bologna 1969.
15
cfr. F. Palmegiani, Rieti e la regione sabina, Secit Editrice, Rieti 1988.
16
cfr. M. Michaeli, Memorie storiche della città di Rieti e dei paesi circostanti, vol. 1, Rieti 1897.
17
cfr. AA. VV., I Sabini. La vita, la morte, gli dèi, Armando Editore, Roma 1997.
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