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LeFilleRougeLibro .pdf



Nome del file originale: LeFilleRougeLibro.pdf
Autore: alberto esse

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PROLOGO
“E' proprio una bella famiglia!”
Così si autocompiace Learco, la famiglia a cui si riferisce è la sua. Oggi poi è
un gran giorno. Il 20 dicembre 1942, il giorno in cui lui compie 70 anni. La
tavola è imbandita pronta ad aspettare commensali e pietanze, e tra poco tutti i
suoi parenti saranno al suo cospetto. Il primogenito Roberto e le moglie
Rebecca sono arrivati per primi. Rebecca era stata di famiglia anche prima di
sposare suo figlio. Era cresciuta come una sorella con Paola e Luisa, le altre sue
due figlie, e sposare Roberto non poteva esserne che una felice conseguenza.
Peccato solo che sia ebrea, ma questo Learco non lo avrebbe mai detto
apertamente.
Learco sente le figlie vociare dalla cucina. In realtà di voce ne sente una sola,
quella di Luisa, visto che al contrario della sorella ha la cattiva abitudine di usare
un tono di voce non adatto ad una signorina. Luisa una ‘signorina’ non lo è mai
stata e adesso gli ha portato in casa quel Laio, un ragazzo di chiare simpatie
socialiste. In casa sua. Di Learco Sermonti un monarchico di ferro. A quel solo
pensiero Learco comincia a maltrattarsi la candida barba riccioluta come gli
capitava sempre quando si innervosiva.
“Papà, smettila di tormentarti la barba lo sai che poi la pelle ti diventa tutta
rossa. E tu, Luisa va a prendere dei fiori, li voglio mettere in tavola belli freschi.”
La voce di Paola rispecchia la sua corporatura, piccola e sottile.
“Ma perché non li vai a prendere tu!” Luisa ha una voce più acuta, quasi
tagliente.
“Si può sapere perché devi sempre contraddire tua sorella?”
“Io vado, ma poi se prendo dei fiori che a voi non piacciono non datemi la
colpa!”
Giusto in quel momento un leggero bussare annuncia l'arrivo di due ospiti.
“Buongiorno a tutti, papà ma cosa aveva da sbuffare Luisa?” Roberto, il
primogenito, entra con al braccio sua moglie Rebecca.
“Affari di fiori.” Taglia corto il capofamiglia “Mi avete portato le paste della
pasticceria Bertuzzi?” I suoi occhi si sgranano come quelli di un bambino che
chiede qualche cosa che di solito gli è negata.
La mano di Rebecca gli porge il pacchettino ricoperto di carta rosa pallido.
“Certo! Sapendo quanto le desiderava non potevamo esimerci.”
“Ecco ho raccolto questi, vi piacciono?”
“Ma che fiori hai preso? Non vedi che sono tutti smorti?” Paola provava una
sottile soddisfazione nel riprendere la sorella.
“Io lo sapevo che non andavano bene.” In risposta Luisa butta in fuori le
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labbra come faceva da bambina quando combinava qualche marachella.
“Ma sì, ma sì, che vanno bene, adesso va a prendere il vaso che c'è in
camera.”
“Volo!”
“Allora Signor Learco come vanno le lezioni di Italiano che impartisce?”
“Caro Roberto oggi è festa, non voglio parlare di lavoro, comunque non c'è
speranza, sono tutti asini! Luisa com'è che il tuo fidanzato è sempre l'ultimo ad
arrivare?”
“Lo sai che con il lavoro che fa, non si sa mai quando finisce!”
“Guardate chi ho trovato qui fuori.” Pia con i suoi quasi vent'anni è sempre
una ventata fresca.
“Ciao Pia, di a tua madre Paola che non son capace di scegliere i fiori!”
“Buongiorno a tutti, belli e brutti!” Finalmente è arrivato anche Laio.
“Ma che maniere sono!” brontola Learco “Almeno mi hai portato un regalo?”
“Ho portato me stesso, perché non basta?”
“Giusto in tempo, sto portando il mangiare in tavola.” Paola interrompe
sapientemente il borbottio del padre.
Aspettando che tutti i commensali si siedano Learco fa passare lo sguardo su
ognuno di loro. Per ognuno ha un pensiero, in alcuni casi positivo in altri meno.
L'unico vero rammarico sono i due posti che sebbene apparecchiati sa che
rimarranno vuoti. Uno, al suo fianco è in memoria di sua moglie Mariolina che
il tifo si è portata via troppo presto e l'altro, tra sua figlia Paola e sua nipote Pia,
è riservato a Patrizio, marito della prima e padre della seconda al momento di
stanza in Libia. Lui sì che è un buon genero, non come Laio. Uno come lui non
lo voleva proprio!

3

GENNAIO
P
Licenza N° 1678524 del 19 febbraio 1911 intestata a Ludovico Bartucci.
Detta licenza era stata acquisita presso il Segretario Comunale di Vernasca dal
futuro suocero di Paola. Gli serviva per aprire un esercizio alimentare in
Cantone Battista, proprio di fianco a Piazza Vittoria, luogo con molto traffico
di persone e merci ai piedi di Pieve San Colombano. Il negozio, stretto e lungo,
non era molto grande, ma in compenso traboccava di alimenti. Piastrelle
esagonali color bordò si alternavano ad altre bianche più piccole. Il bancone di
legno era diviso a metà da una bilancia da tavolo a due piatti, di fianco alla
bilancia una cassettina di legno conteneva i pesi di diverse misure, dietro al
bancone per tutta la lunghezza correva una scaffalatura. Il negozio non aveva
una grande vetrina ma il profumo che ne scaturiva, specialmente d'estate
quando la porta d'ingresso rimaneva aperta, serviva da efficace richiamo.
Dentro padre e figlio riempivano l'aria con la loro parlantina fatta di battute e
complimenti vari. Solo una volta era calato il silenzio ed era accaduto quando
era entrata la prima volta Paola. L'abituale affabulare con il quale Patrizio
abitualmente intratteneva le clienti si era sopito per un istante prima di
ricominciare ancor più vorticoso. Ancora non lo sapevano ma fu in quel
momento che le loro vite avrebbero cominciato ad intrecciarsi. Qualche anno
dopo era arrivate Pia.
Poi la guerra aveva cambiato tutto.
Il fervente interventismo che aveva portato in Africa Patrizio, in Somalia
prima e Libia poi, era scemato velocemente. A casa era rimasta Paola che,
dovendo abbandonare i locali vernaschini, aveva trasferito negozio e licenza
nella propria cucina in borgo Castelletto, sempre in comune di Vernasca. Niente
vetrina, bancone o scaffalatura, solo il tavolaccio della cucina su cui esporre la,
poca, mercanzia in vendita.
“Ciao Paola, ci vediamo più tardi.”
Domenica saluta la padrona di casa imboccando l'uscio. Domenica è una
ragazza dal viso tondeggiante, i capelli crespi e dall'andatura incerta che tutti i
pomeriggi allieta l'intero vicinato con la sua musica. Domenica è un'arpista che
nonostante la guerra deve allenarsi tutti i giorni per non perdere il tocco.
Uscendo la ragazza incrocia un'anziana.
“Siura Paola ha un po' di latte? Dobbiamo fare del burro!” La signora anziana
si chiama Lina ed è entrata con la sua solita camminata fatta di passi piccoli e
veloci. La signora Lina, sfollata da Piacenza da quasi sei mesi, ha trovato
ricovero presso suo cugino Luigino che abita a Castelletto da sempre. Luigino in
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realtà all'anagrafe è iscritto come Rodolfo ed è grande e grosso, ma si porta
addosso quel nomignolo a causa del padre che, lui sì, era magro e piccolo di
statura. Luigino abita un paio di cascine più in là e ha mandato la cugina dalla
Paola solo perché vuole togliersela dai piedi almeno per un po'.
“Buongiorno, Lina, quanto ne vuoi di latte?”
“Fai tu, mi fido, ieri con quello che mi ha dato l'Ernesto non sono mica
riuscita a fare il burro, spero che oggi vada meglio. Sai ho sempre vissuto in città
io! e certe cose non le so fare.”
“Magari non era colpa tua. L'Ernesto è un imbroglione, scommetto che nel
darti il latte si è tenuto la panna. E' con quella che si fa il burro!”
“Ecco, se fossi morta ieri questa cosa non l'avrei saputa.”
“Allora meglio così! Come sta tuo figlio?”
“In Russia al freddo come altri disgraziati, e tuo marito?”
“Lui sta al caldo, in Libia, ma a Dio piacendo potrei rivederlo presto. Mi ha
scritto che lo rimpatriano per mandarlo non so dove, però intanto forse due
giorni di licenza glieli danno. E tua figlia Mariolina?”
“Cosa vuoi, ha 12 anni e per lei è quasi tutto un gioco, per fortuna che tuo
padre gli da un po' di lezioni di Italiano, Greco e Latino così almeno tiene la
mente occupata e viva. Spero solo che non gli dia troppi pensieri!”
“Figurati, a mio papà fa molto piacere, è andato in pensione poco prima della
guerra e tenersi occupato gli piace.”
“Tua figlia come sta?”
“Pia lavora come sempre alla miniera di petrolio a Montechino. E’ faticoso
però le piace.”
“Ma si è fidanzata?”
“Non ancora! Ormai vanno avanti da più di un anno e se non dirò bello e
tondo a lui di decidersi sul da farsi, mi sa che ne passerà un altro!”
“Qualche giorno fa ho incontrato a Fiorenzuola tua sorella, com'è che si
chiama?”
“Luisa.”
“No! L'altra...Rebecca. E' una bella ragazza.”
Paola sorride toccandosi lo sfilacciato nastro rosso che tiene al polso come se
fosse un prezioso bracciale.
“In realtà non è nostra sorella...”
“Oh scusa, che gaffe. E' che lo sembrate quando vi si vede assieme.”
“Non preoccuparti Lina, è un effetto che facciamo a tanti. Noi tre siamo
cresciute insieme da quando eravamo piccole piccole, ed è come se lo fossimo
davvero. Anzi, pensandoci forse papà vorrebbe più lei come figlia, che Luisa.”
“Ma cosa dici!?!”
“Non fraintendermi, mio papà vuole molto bene a Luisa, ma sopporta poco
il suo modo di fare ribelle, la vorrebbe più accondiscendente, adesso poi che si
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accompagna a Laio...”
“Perché? Cos'ha che non va? A me sembra un bel ragazzo, posato e gentile.”
“Il problema è che il suo tempo non lo passa all'osteria ma con certi suoi
amici, bolscevichi come lui, che mio padre non sopporta.”
Un colpo di vento freddo partito dal Monte Menegosa prima di proseguire
verso valle fa vibrare i vetri della cucina. Come la campanella che annuncia la
fine della ricreazione, quel colpo di vento fa ricordare alle due donne che prima
del sorgere del sole hanno mille fccende da sbrigare. Lina fa segnare il latte sul
quaderno dei debiti e salutando cordialmente torna a far imbestialire suo cugino
Luigino.
L
“Vado io!”
Tre paia di occhi si girano verso Luisa. Uno appartiene a sua nipote Pia e gli
altri due alle sue sorelle, Paola quella reale e Rebecca quella putativa. La mattina
in casa Sermonti era cominciata esattamente con le incombenze che
caratterizzano tutte le mattine. Luisa si era alzata come al solito mezz'ora prima
di suo padre Learco e come al solito aveva preparato il suo amato thè, poi si era
dedicata ad alcune faccende domestiche. Suo padre si era appena infilato nel suo
studio quando le tre ragazze erano entrate in casa. Rebecca ha un problema e
anche se sperano che Luisa dia loro una mano per risolverlo non credono che
quella sia la soluzione.
“Ma sei matta? E' troppo pericoloso!”
“Devi portare o no un biglietto a tuo cugino? Ci penso io.”
Rebecca è rimasta talmente scioccata che non riesce a reagire subito.
“Tua sorella ha ragione, per te è troppo pericoloso. Noi pensavamo che
potesse farlo Laio, con il mestiere che fa non dovrebbe sollevare sospetti.”
“Il problema è che Laio è bloccato qualche giorno a Milano per un lavoro, ma
non preoccupatevi, ci penso io! Dammi quel foglietto.”
Rebecca consegna quella che una volta era la pagina di un quaderno a righe
alla sua amica Luisa.
'Lo zio ha trovato un passaggio sul piroscafo Italia per la Merica. Per noi
ebrei il pericolo aumenta di giorno in giorno. Prepara i bagagli, non più di una
borsa, e tienti pronto per abbandonare amici e parenti. Non dire niente a
nessuno'.
Luisa aveva letto varie volte il biglietto per imprimersi quelle parole nella
mente, poi lo aveva gettato nella stufa.
“Ma che fai!” Quasi in coro Paola e Rebecca si sono lanciate verso la sorella.
“E' più sicuro, così se mi dovessero fermare corro meno rischi.”
“Luisa, come tua sorella maggiore ti proibisco di correre un pericolo simile.”
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“Paola, se voglio non ubbidisco neanche a mio padre, figurati se ubbidisco a
te!”
Per un attimo le tre donne si scambiano sguardi di paura e di speranza.
“Non possiamo dare il messaggio a qualche amico di Laio?” Rebecca le
prende il polso come a fermare idealmente l'azione che vuole fare Luisa.
“Meno persone ne sono a conoscenza meglio è, e poi è più facile che
sospettino di un uomo che di una donna.”
“Si, ma come donna rischi di più, sei già conosciuta come simpatizzante
comunista, se ti becca qualcuno della banda Bertuzzi rischi che ti violentino.”
“Non se mi concio come mi voglio conciare, Paola.”
Luisa esce sorridente dalla cucina seguita dalle due donne. A passi veloci le tre
si dirigono in quella che una volta era la camera matrimoniale e che da un po'
ospita solo Learco Sermonti. Quando Paola e Rebecca entrano nella camera da
letto Luisa ha già spalancato le ampie ante dell'armadio settecentesco. Sul
bastone che attraversa tutto l'interno sono appesi alcuni vestiti della defunta
madre. Più di una volta avevano implorato loro padre di liberarsi di quegli
indumenti ma Learco non aveva voluto. Adesso venivano buoni. Le mani di
Luisa prendono quelli più sgualciti e li indossa. La scelta cade su un'ampia
gonna di seta nera, ormai logora, un camicione grigio scuro dalle spalle a sbuffo
ed un foulard ancora più nero della gonna da mettere in testa.
“Scusi bel giovine mi sa dire da che parte devo andate per dove devo
andare?” Luisa si è chinata in avanti mettendosi la mano destra sulla schiena e
ha simulato una voce da vecchia. “Vedete? Basta poco e posso sembrare una
vecchia che si è persa.”
“E' impressionante come somigli a nostra mamma!”
“Come tutte le volte che la imitavo da ragazzina. Adesso non resta che sapere
dove devo portare il messaggio.”
“Cascina Faggiani.”
“Dov'è?” Luisa si vanta di conoscere ogni singola frazione della zona, ma
questa cascina propria non sa dove sia.
“E' dopo Lugagnano, appena fuori da Pallastrelli.”
Vedendo l'espressione persa di Luisa, date le poche informazioni arrivate da
Paola, Rebecca decide di spiegarle esattamente la strada.
“Devi prendere il sentiero per Ferrai, poi ti conviene prendere quello sulla
sinistra che va in mezzo ai campi e che sbuca a Mariani, poco prima la strada fa
una curva a gomito, da lì parte un altro sentiero che a Case sparse Rizzolino si
divide in due, prendi ancora a sinistra, da lì vai sempre dritto e ci arrivi.”
“Insomma devo andare a sempre a sinistra? Questo mi riesce bene.” Luisa
sorride alle sue due sorelle.
“Mi sembra che la prenda un po' troppo alla leggera, forse è meglio se
sentiamo qualcun altro.”
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“Non preoccuparti Rebecca, sarà meglio partire verso sera, non credo che
incontrerò nessuno su quei sentieri a quell'ora.” Luisa era tornata subito seria.
“Vedi di tornare tutta intera, se ti succede qualche cosa mi ammazzo.”
Rebecca sussurra queste parole stringendo in un abbraccio avvolgente l'amica.
In quel momento Paola rinuncia a convincere la sorella ben conoscendo la sua
testardaggine.
R
“Con questo galanino assomigli proprio a tuo padre Learco.” Rebecca
raddrizza il farfallino nero di suo marito e finalmente sono pronti ad entrare nel
salone principale.
“Invece tu per me hai la stessa cura che aveva mia sorella Paola da piccolo.”
La voce di Roberto esce come un sussurro e si infila nell'orecchio della moglie
cercando la sua complicità.
Un attimo dopo un maggiordomo in livrea bianca annuncia l'arrivo dei due
sposi a Fausto e Clementina Bertuzzi. Fausto, oltre ad essere il padrone di casa,
è anche il diretto superiore di Roberto. Fausto Bertuzzi è un tipo piccolino,
rotondo, con due paia di baffi che ricordavano vagamente quelli di Athos, anche
se vista la stazza i più maligni lo paragonano a Porthos. Se Roberto Riccardi
non ha mai portato a conoscere sua moglie ai coniugi Bertuzzi il motivo c'è:
Rebecca è un'ebrea, o come avrebbero detto loro con una punta di disprezzo:
una giudea. Roberto non è sereno e avrebbe fatto a meno di portarla con sé, ma
il Bertuzzi aveva insistito talmente tanto che non aveva potuto sottrarsi.
Clementina, la moglie di Fausto, prende sotto braccio Rebecca facendola
accomodare sul divano.
“Quindi voi siete originaria di Vernasca? Come vi invidio!”
Rebecca non riesce proprio a credere che chi viva a Piacenza in un palazzo
sontuoso invidi chi come lei abbia vissuto a Vernasca.
“Si, sono originaria di Vernasca, anche se da quando ho sposato Roberto mi
sono trasferita a Fiorenzuola.”
“Chissà che bello la mattina alzarsi con il suono degli uccellini senza parlare
delle passeggiate che si possono fare in mezzo alla natura...” Clementina parla e
parla e parla, intanto Rebecca ne approfitta per guardarsi attorno. La sala che sta
osservando Rebecca è semplicemente maestosa. Soffitti alti come non ne ha
mai visti, decorati con affreschi floreali e stucchi dorati. Dal centro scende un
immenso lampadario a gocce. Rebecca prova tre volte a contare quante sono,
ma per tre volte deve rinunciarvi. “...e poi avere la possibilità di mangiare ciò
che si coltiva, trovo che sia un'esperienza impagabile...” Due lunghi divani
ricoperti di pelle scamosciata beige poggiano i loro piedini su un tappeto di
gusto orientaleggiante, facendo da contorno ad un tavolino con un complesso
intaglio a mosaico che riproduce sul piano il cesto di frutta del Caravaggio.“...
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senza contare che qui in città ormai l'odore delle automobili ha reso l'aria
stomachevole.”
Rebecca si rende conto che Clementina ha una visione bucolica, quasi
favolistica, della vita in collina e non vede perché rovinarle questa idea.
“Avete ragione, nonostante ormai viva in pianura cerco di tornare dalle mie
parti appena posso!”
Rebecca ogni tanto lancia delle occhiate ai due uomini che intanto parlottano
tra loro.
“Oh lasciateli stare, credo che stiano parlando di lavoro, io non riuscirei a
lavorare, mi annoierei a morte, ogni tanto mio marito mi racconta di quello che
succede in ufficio e io annuisco anche se in realtà mi concentro sul mio lavoro a
maglia.”
“E cosa state facendo in questo momento di bello?”
“Calzine, calzine colorate di tutti i colori per gli orfani della guerra. Faccio
sempre qualche cosa per i più bisognosi, mi fa sentire bene, a voi cosa piace
fare?”
Rebecca avrebbe voluto dirle che ago e filo li prende in mano solo quando c'è
da rammendare qualche cosa. Ma se ne guarda bene.
“Devo confessarle che non amo molto lavorare a maglia, mi piace molto
leggere, specialmente i classici.”
“Uh! come 'Origine e dottrina del Fascismo' di Gentile!”
“Ma veramente non so se si può già chiamare classico...” Prova timidamente a
ribattere Rebecca.
“Non lo è ma di certo lo diventerà! Però non chiedetemi di cosa parla perché
in realtà non l'ho letto.”
Neanche Rebecca lo ha letto, non è proprio il suo genere. In quel momento
riesce solo a pensare a cosa avrebbe detto la sua interlocutrice se avesse saputo
che la sua grande amica Luisa le aveva dato una mano a far scappare un ebreo.
Mentre continuano amabilmente a chiacchierare i due uomini si appartano nello
studio. Clementina non se ne accorge, Rebecca invece si.
Lo studio è piccolo accogliente con un'ampia scrivania contornata da tre
eleganti sedie e due poltroncine.
“Si accomodi, si accomodi, le piacciono queste poltroncine? Sono delle Luigi
XII.”
Roberto rimane sconcertato dall’affermazione del suo capo ma fa finta di
niente.
“Roberto caro, l'occasione che ti si offre è di quelle che capitano una volta
nella vita.”
“Me ne rendo conto ma sapete benissimo che a me piace molto il lavoro che
faccio.”
“Qui non si tratta di piacere o non piacere, qui si tratta della carriera, e tu
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grazie alla tua dedizione, hai le qualità per farne una con i fiocchi. Tu sai quanto
ti ammiri!”
“Lo so, e questo mi lusinga. Ma io non chiedo molto dalla vita: una bella
moglie, un bel lavoro e quando Dio vorrà tanti bei bambini.”
Fausto decide di essere più diretto quindi piega il suo enorme peso verso
Roberto e comincia a parlare con un tono ancora più confidenziale:
“Non ci siamo capiti, io ho dato la mia parola a sua Eccellenza il Prefetto di
Milano. Gli ho detto che sei la persona ideale per un incarico delicato come
quello. Ti ripeto: ho dato la mia parola e non posso rimangiarmela!”
Roberto capisce che il suo superiore ha già deciso per lui. “Se credete che sia
la cosa migliore...”
“Credo, credo. Ma c'è un altro problema. Anche se tu pensi che io non lo
sappia in realtà so benissimo che tua moglie è una giudea, non ho mai detto
niente perché mi sei sempre stato prezioso. Ma adesso le cose devono
cambiare.”
“Devono cambiare?”
“Devono cambiare, devono cambiare! Non puoi certo andare da Sua
Eccellenza il Prefetto di Milano con una moglie così.”
“Ma cosa potrei fare?”
“Devi trovare un modo per liberartene, magari poi potresti sposarti con un
buona ragazza cristiana.”
“Signori il pranzo sta per essere servito.” Il maggiordomo in livrea bianca
interrompe il loro parlottare facendo spostare le due coppie nella sala da
pranzo.

10

FEBBRAIO
P
“Licenza finita!”
Due sole parole. Che ti cambiano la vita. Non che Paola non lo sapesse. C'è la
guerra e i giovani che non sono al fronte sono imboscati, come direbbe suo
padre. Paola ha sempre saputo che prima o poi suo marito sarebbe dovuto
partire, ma quelle due parole la fanno sprofondare comunque.
La mattina era cominciata bene, il sole splendeva in un bel cielo terso e Pia
aveva annunciato di volersi fidanzare con il garzone del paese. Adesso sono in
cucina e Paola dopo aver attinto dal loro piccolo orto, sta cercando di preparare
qualcosa da mangiare.
Poi sono arrivate quelle due parole.
“Licenza finita!”
Paola ha bloccato il coltello a mezz'aria, ha chiuso gli occhi e dopo aver
inspirato lungamente è riuscita a dire un'unica cosa:
“Sai dove ti mandano?”
“Me lo diranno quando arriverò in caserma, ma secondo Luigi si parla del
Regno d'Albania.”
Lei gira il busto e lo guarda.
“Almeno questa volta sono più vicino e non rischierò un'insolazione come
l'anno passato.” Prova a scherzare lui.
“L'Albania non è la Somalia ma è sempre brutta!” Se Paola si è rigirata
riprendendo il suo lavoro è perché non vuole farsi vedere piangere.
Patrizio si alza e la abbraccia da dietro: “Devo essere in caserma domani
sera.”
“Allora fino a quel momento sarai qui con noi.” Lei si gira e gli stampa un
bacio a labbra chiuse come tutti quelli che gli dava. “Due giorni sono troppo
pochi!”
“Se fosse per me mi farei dare una licenza da qui fino alla fine della guerra.”
“Va beh, basta parlare di cose brutte, cosa vuoi di contorno?”
Per il resto della giornata avevano deciso di non discuterne più, farlo avrebbe
solo acuito il loro malessere. Sono ormai le sette di sera quando la loro figlia
rientra dal lavoro.
“Com'è andata oggi alla miniera?”
“Papà, non vedo l'ora che la guerra finisca così voi uomini tornate in fabbrica
e noi donne torniamo a fare i lavori di casa.”
“Se ti sentisse tua sorella Luisa ti salterebbe in testa.”
“Ma mio padre sarebbe sicuramente d'accordo!” Paola si sforza di sorridere.
“Allora bambina mia, com'è andata?”
“Il solito! Sembra che al marito di Michela abbiano dato una licenza premio.”
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“C'è chi arriva e c'è chi parte.” Patrizio alza le spalle in segno di
rassegnazione.
Pia lo abbraccia stringendolo forte: “Ma fino a quel momento sei con noi.”
“Ma pensa, è la stessa cosa che ha detto tua madre.”
“Lo sai che io e la mia bambina siamo sempre state in perfetta sintonia.”
Visto che il giorno seguente è domenica decidono di passarlo come una
famiglia senza guerra. La mattina indossano le loro scarpe da montagna e
partono che il sole non è ancora sorto: direzione Monte Lesima. Prima che
cominciasse il conflitto capitava spesso, Patrizio aveva trasmesso la sua passione
per le camminate nel bosco alla figlia Pia, Paola invece non ne è mai stata
entusiasta ma si è sempre adeguata, stare con suo marito e sua figlia è la sua
felicità maggiore. Come il giorno prima era una bella giornata anche se un'aria
gelida pizzicava l'interno delle narici.
Alla fine della camminata, stanchi ma appagati riportano a casa i loro
scarponi nel primo pomeriggio con qualche chilo di terra in più. Una volta a
casa Pia comunica a mamma e papà che deve vedersi con alcune sue amiche, ma
forse è solo una scusa per lasciare spazio alla loro intimità e se tra nove mesi
fosse arrivata una sorellina o un fratellino, tanto meglio.
Paola Patrizio e Pia sono già arrivati quando alle 18 precise entra nella piazza
principale del paese la corriera, una vecchia Alfa romeo 500 azzurrina. La
corriera carica poche persone, una giovane donna con il figlio neonato, avvolto
da una coperta marroncina, un commerciante nel suo vestito beige di
rappresentanza che scende a Piacenza da suo fratello per prendere un treno
l'indomani ed un giovane uomo con indosso il suo vestito grigio militare:
Patrizio. Sul selciato della piazza rimangono solo in due Paola e Pia, Patrizio
non avrebbe voluto, in questi casi è meglio uno strappo violento che una lunga
agonia, ma mai si sarebbe permesso di dir loro niente. Quando la corriera
riparte con due o tre grosse sgasate Patrizio vede un giovane dai capelli corvini
e il portamento fiero raggiungere sua figlia, non c'è che dire Pia si è scelta
proprio un bel fidanzato.
R
“Ciao amore, io esco, ci vediamo quando torno.”
A queste parole Roberto ha fatto seguire un abbraccio e un bacio. Entrambi
insolitamente lunghi. Non è certo la prima volta che Roberto va giocare
all'osteria dei Tre Angeli, se c'è qualcosa di insolito sta nell'orario insolitamente
tardo dell'uscita soprattutto per un pantofolaio come lui. E poi ci sono stati quel
bacio e quell'abbraccio. Così insolitamente lunghi. Non che fosse strano che lui
la baciasse o l'abbracciasse anche in modo prolungato, Roberto tra le mura di
casa sa essere molto passionale però in quel momento questo tipo di effusioni
avevano qualche cosa di strano. Rebecca non riesce a capire che cosa, però
12

qualcosa hanno. Rebecca decide che tutto sommato non ha senso stare a
scervellarsi troppo e ricomincia a sferruzzare nel tentativo di creare una
sciarpina per i bisognosi. Se lo fa la moglie del superiore di suo marito, forse
deve provare a farlo anche lei. Provare, perché riuscirci è un altro discorso. La
signora Maria, la vedova del secondo piano, le aveva detto che per chi è alle
prime armi iniziare con una sciarpa è la cosa migliore. Ma forse l'ha solo presa
in giro, Rebecca ha come la sensazione di non starle molto simpatica...
Un forte battito proveniente dalla porta d'ingresso la distoglie dal suo lavoro.
“Sì? Chi è?” Chiede timidamente tenendo la porta chiusa.
“Guardia Scelta Cosimini, signora dovrebbe seguirmi in Commissariato. Non
si preoccupi, è cosa da poco.”
Dieci minuti dopo la Guardia Scelta Cosimini la sta scortando al Comando di
Fiorenzuola. Per tutto il tragitto era stato in silenzio, Rebecca aveva cercato più
volte di chiedere quale fosse il problema, ma la Guardia Scelta si era limitato a
ripeterle:
“Il Brigadiere la ragguaglierà appena sarà al suo cospetto.”
Alla terza volta che si è sentita rispondere la stessa frase, decide che non
valeva la pena preoccuparsi, in fondo anche se lei era ebrea si era sempre
comportata bene e non aveva mai creato problemi.
Il Brigadiere del Commissariato di Fiorenzuola è grande e grosso, ha due
baffi lunghi e neri che continua a tormentarsi con l'indice e il pollice della mano
sinistra, una grande pelata e un grosso naso.
“Voi siete la signora Rebecca Riccardi di fu Marisa e Antonio Righi?”
“Sì, signore.” Rebecca tiene la borsetta stretta a se e gli occhi più bassi che
può.
“E' di vostra proprietà questa borsetta?”
Rebecca alza gli occhi e vede che sì, la borsetta che il Brigadiere ha
appoggiato sulla scrivania è la sua. Senza dire una parola annuisce.
“Fu rinvenuta presso il civico 42 di via della Stazione da un netturbino di
nome Gagliardi Michele, lei conosce il Gagliardi Michele?”
Certo che no, lei non lo conosce e perché mai dovrebbe conoscere questo
Gagliardi Michele. Rebecca scuote leggermente la testa.
“Eravate a conoscenza di aver smarrito tale oggetto?”
No non se ne era neanche accorta, ma quella borsetta la usava assai di rado.
Altra scossa della testa.
“Quindi non siete a conoscenza di quando avete smarrito tale oggetto?”
Rebecca scuote per la terza volta il capo. Una cosa però la sa, non può averla
smarrita lei. Non si può perdere una borsa mentre si è in giro e non
accorgersene, oltretutto tutti gli oggetti che le occorrono e che normalmente
porta con sé sono nella borsetta che tiene in grembo. Quando ha finito di
formulare questo pensiero solleva leggermente gli occhi e ribadisce con un tono
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che vuole essere il più neutro possibile:
“No, non lo so!”
Avrebbe voluto aggiungere altro ma non osa.
“Voi probabilmente vi rallegrate dell'efficienza dei Regi Carabinieri.
Ricuperare oggetti ancor prima che il legittimo proprietario ne accerti l'assenza
in suo possesso è segno dell'innato dinamismo che ci caratterizza.”
“Mi rallegro della vostra efficienza.” Nonostante la naturale soggezione che
Rebecca prova cerca di allungare la mano per recuperare la sua borsa. Lesto il
Brigadiere la sposta al di fuori della sua portata.
“E si rallegrerà ancora di più quando saprà che abbiamo sventato un'attentato
al nostro beneamato Duce ben prima che venisse messo in atto. Voi non ne
eravate a conoscenza, immagino?”
“No, perché dovrei? Mio marito...”
“Non tiri in ballo suo marito, sappiate che è a nostra conoscenza il fatto che
voi siate coinvolta nell'azione criminosa!”
Con un gesto rapido il Brigadiere tira fuori dalla borsetta un pacco di
volantini. Sul primo spiccavano le parole:
MORTE AL PORCO FASCISTA
FAREMO SALTARE L'AUTOVETTURA DEL DUCE
Rebecca si sente sprofondare.
“Non sono miei! Non sono miei, li avrà messi qualcun altro, magari quel
netturbino.”
“Non gettate discredito su un valente servitore della Patria, è lui che ci ha
segnalato la presenza del materiale bolscevico.”
“Ma non sono miei, io amo il nostro beneamato Duce, non potrei mai volere
la sua morte.” Parole uscite quasi in un soffio con quel poco fiato che le è
rimasto.
“Dare la colpa agli altri non vi aiuterà, ma ci penserà chi di dovere a cavarvi
quello che avrete da dire e vi posso assicurare che parlerete! Guardia Scelta
Cosimini, la signora con noi ha finito, consegnala agli uffici della Spire!”
Rebecca non sa che cosa sia questa Spire, non l'ha mai sentita nominare, ma
sa che di certo non può essere niente di positivo. Di un'altra cosa Rebecca è
cosciente che quella a cui ha assistito è una messinscena fatta apposta per lei. Si
rende conto in quel preciso momento che il suo destino era già segnato quando
la Guarda Scelta Cosimini aveva bussato alla sua porta. Anzi quando suo marito
l'aveva salutata con un bacio e un abbraccio insolitamente lunghi.
L
“Il Re è il Re e non si discute, se ha fatto quello che ha fatto avrà avuto i suoi
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buoni motivi!”
Che Learco Sermonti sia veramente alterato lo si può notare solo dalle gote
insolitamente rosse mentre il tono della voce rimane quello di sempre, le vene
del collo non sono ingrossate così come gli occhi rimangono tranquilli dietro i
suoi occhiali di finta tartaruga. Alle figlie non è capitato quasi mai di vederlo
inalberarsi, ma quando gli toccano Re Vittorio Emanuele III di Savoia, Learco
Sermonti diventa una belva.
Lui è seduto alla sua scrivania di rovere, lei è in piedi sotto lo stipite della
porta con ancora lo strofinaccio in mano. Lei ovviamente è sua figlia Luisa, la
ribelle dalla lingua veloce quasi quanto il pensiero.
“Ma papà, come fai a dire una cosa del genere? Ma hai sentito cosa ti ho
detto?”
Learco non vede l'ora di tornare alla sua traduzione dell'Eneide dal greco
antico. Sua nel senso che la sta scrivendo lui.
“Ma cosa vuoi sapere di politica tu! Il Re è una grande persona...”
“Ma se è alto 1,55?”
Suo padre la fulmina con lo sguardo, non tollera neanche le ironie sul suo
amato Re. Luisa deve smorzare sul nascere il sorriso che le stava spuntando.
“Il Re è una grande persona! A 31 anni ha preso le redini della nostro Regno.”
“Ci ha anche portato in guerra, però!”
“Perché? Cosa c'è di male nella guerra? Io sono andato volontario...”
“...sul Carso, lo so, papà! Ce lo hai raccontato un sacco di volte, però se non
ricordo male hai visto morire il tuo caro amico Riccardino in guerra.”
Luisa sapendo di aver toccato un tasto dolente si è seduta di fronte al padre.
Learco e Riccardino erano cresciuti insieme e insieme avevano fatto le prime
marachelle, poi le strade si erano divise, Learco all'università come suo padre e
Riccardino nei campi come il suo. I due erano talmente legati che quando
Learco aveva deciso di andare volontario in guerra Riccardino aveva seguito il
suo esempio.
“Lascia stare Riccardino! Lui è morto da martire della Patria e gli devi il
massimo rispetto.”
“Sai benissimo che io rispetto la sua memoria esattamente come rispetto la
scelta di Patrizio. Il problema è che le alte sfere se ne fregano dei poveracci che
vanno in guerra!”
Learco non sopporta parole come 'fregano' o 'poveracci' riferito ai soldati
morti per nobili ideali e fulmina nuovamente con lo sguardo la figlia che questa
volta non abbassa il suo di sguardo.
“La guerra è un massacro di persone che non si conoscono per conto di
persone che si conoscono ma non si massacrano.”
“E questa chi te l'ha detta, il tuo caro Laio?”
“Quasi! Quello che voglio dire è che io rispetto moltissimo chi combatte la
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guerra, un po' meno chi ce li manda.”
“Certe decisioni sono colpa di Mussolini, sono sicuro che il Re le ha solo
subite.”
Luisa è esterrefatta, non riesce a capire come suo padre, fine conoscitore di
greco e latino, laureato con il massimo dei voti con una tesi sul Petrarca, possa
essere così ottuso quando si parla di Vittorio Emanuele III.
“E chi lo ha messo a Capo del Consiglio dei Ministri?”
“Ti ricordo che i Fascisti hanno fatto la Marcia su Roma, se il Re non avesse
ceduto avrebbero messo la città a ferro e a fuoco.”
“Ma cosa dici papà! Ma se il Re ha praticamente steso un tappeto rosso a
Mussolini rifiutando di firmare lo Stato d'Assedio di Roma.”
Learco abbassa lo sguardo sul foglio bianco riempito di parole solo per metà.
“Non ho voglia di discutere con te, voglio tornare alla mia traduzione.”
Luisa sconsolata si alza e si dirige verso la cucina, ma a metà del corridoio
torna indietro decisa a non abbandonare la battaglia.
“E le leggi razziali? Difendi il tuo Re anche sulle leggi razziali? E adesso
grazie a Roberto c'è andata di mezzo anche Rebecca!”
“Non nominarmi più quel nome, quello che ha fatto è ignobile. Ma poi cosa
c'entra! Le leggi razziali le ha volute Mussolini per fare un piacere al suo amico
Adolf.”
“Sì, ma il Re le ha sottoscritte! Secondo me in fondo in fondo lo ammira
anche, Mussolini.”
Inconsciamente Learco sta strapazzando il foglio adesso quasi del tutto
riempito con le parole dell'Eneide, probabilmente dovrà riscriverlo.
“O forse no!” continua sua figlia. “Forse ne è solo succube, o magari ha
paura del grande potere che gli ha dato e teme che Mussolini elimini la
Monarchia.”
“Ma che succube! Ma che paura! Mussolini non avrà il coraggio di toccare la
Monarchia.” Le parole sono uscite quasi urlate, poi dopo un istante di silenzio
Learco riprende usando un tono più basso, più tagliente: “Tu dovresti essere
contenta se il Regno d'Italia cessasse di essere tale.”
“Ma non voglio mica che diventiamo uno Stato fascista, come fai a difendere
le leggi razziali?”
“Io non le difendo, dico solo che non entreranno pienamente in vigore
giacché sono solo di facciata. Adesso lasciami in pace che devo riscrivere gli
ultimi versi.”
Luisa se ne torna in cucina ben sapendo che nulla avrebbe fatto cambiare
parere a suo padre sul Re mentre Learco intinge il pennino nel calamaio ricolmo
di china e con mano ferma riprende la sua traduzione dell'Eneide dal greco
antico.
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MARZO
R
A vederlo Alvaro Lopena è un tipo insignificante. Non tanto alto ma magro
come un picchio sempre vestito in maniera elegante e sobria e sempre
perfettamente sbarbato, pettinato e impomatato. Alvaro Lopena è tutto casa
chiesa e lavoro, e pazienza se la casa è anche quella Chiusa di via Borghetto al
123. Devoto di San Lazzaro, non passa domenica che si confessi prima della
messa di Don Cristiano. Che cosa debba confessare è un mistero per tutti,
anche per il parroco della cattedrale cittadina. In realtà qualche comportamento
non proprio cristiano lo avrebbe, ma siccome avviene sul lavoro più che fatti di
Dio sono fatti di Duce, quindi al parroco non devono interessare. Il suo lavoro
è al numero 10 di via Borghetto dove ha sede la “SPIRE” e anche se dall'aspetto
si può pensare che Alvaro Lopena sia solo un contabile di basso rango, non si
può essere più lontani dalla realtà.
Rebecca lo ha già conosciuto e lo sa bene.
Mentre Alvaro Lopena sta entrando nell'edificio dove lavora, Rebecca ci si
trova già. Sono 12 giorni che Rebecca si trova al 10 di via Borghetto, in una
delle celle destinate a chi trama contro il regime.
“Portatemi la prigioniera!” Il tono che usa Alvaro Lopena è basso ma deciso,
Alvaro Lopena a sempre un sorrisino stampato in faccia quando parla, ma
nessuno si sognerebbe mai di partecipare alla sua gaiezza.
La prigioniera indossa ancora i vestiti di quando è stata arrestata. La gonna
appare assai sgualcita, la camicetta è tutta lacerata, il golfino bordò
probabilmente in questo preciso momento è sulle spalle di qualche amante del
Lopena, sparito come i pochi monili che indossava Rebecca. A lei dei gioielli
non importa molto, quello a cui tiene è il nastro rosso legato al polso e quello
non glielo hanno portato via.
“Siediti! Ti ostini a non parlare?”
Rebecca non sapendo cosa dire, non dice niente.
“Quelle come te fanno una brutta fine, lo sai che se solo volessi potrei
lasciarti in balia dei Mongoli? Sono cattivi i Mongoli e saprebbero come
divertirsi con te.”
Rebecca sa che non è vero, un'altra detenuta le ha detto che le violenze
sessuali sono le uniche che qui rimangono fuori dal portone. Anche Lopena lo
sa, ma gli piace troppo infondere terrore nelle sue vittime.
“E così non vuoi parlare, e sì che ti basterebbe poco per essere libera. Se mi
fai qualche nome ti lascio tornare dal tuo dolce maritino.”
Falso. Rebecca sa che non sarebbe stata lasciata libera. Mai!
“Non mi credi?”
Rebecca continua a stare muta.
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“E fai bene a non credermi. Sai chi ti ha denunciata?”
Roberto, suo marito.
“Roberto, tuo marito! Continui a non dire niente?”
Non c'è niente che Rebecca possa dire per salvarsi e lo sa bene.
“Sai perché ti ha denunciata?”
Rebecca scuote la testa.
“Perché non ti ama, sospetto che abbia una biondina per le mani e
probabilmente adesso si sta divertendo con lei.”
Falso. Molto probabilmente. Rebecca non può esserne sicura al cento per
cento, ma crede di conoscere suo marito e lo reputa troppo debole per
intraprendere una storia con un'altra durante il loro matrimonio.
“Magari non è per questo, magari lo ha fatto per avanzare di grado.
Evidentemente per lui sei meno importante della sua carriera.”
Sì, questo poteva anche essere più vero.
“Ma tutto sommato non è poi così importante.”
Rebecca fa un lungo sospiro per farsi forza.
“Ho una buona notizia per te.”
Rebecca solleva gli occhi e per la prima volta da quando è entrata, lo guarda.
“Domani uscirai di qui.”
Rebecca sospira nuovamente perché sa che prima o poi arriverà il conto.
Alvaro Lopena è famoso per i colpi di coda.
“Ti mandiamo a Fossoli, a Modena, in un allegro Campo di Concentramento
dove quelli della tua razza vengono trattati come meritano. Male, molto male.”
Rebecca chiude gli occhi e una solitaria lacrima le riga la guancia destra. Non
sa esattamente che cosa la aspetti, ma di sicuro i giorni felici sono
definitivamente finiti.
“Portatemela via! Sono stufo di vedere gente che piange!”
Alvaro Lopena si accende il tabacco francese che lo aspetta adagiato nel
calderone della sua amata pipa e chiude gli occhi pregustando già lo stufato che
sua moglie gli servirà tra qualche ora.
P
“09\03\43 XXI.
Carissima Paola e carissima Pia sono partito da poco e sento già la lontananza. Benedico
ogni giorno le Regie Poste che mi permettono di comunicare con voi. Il viaggio è andato bene.”
Madre e figlia si scambiano uno sguardo che vuole togliere loro un grosso
peso. Entrambe sedute intorno al tavolo della cucina con accanto quasi tutta la
famiglia. Aspettavano da diversi giorni quella prima lettera con un misto di
speranza e angoscia, quasi che il viaggio fosse più pericoloso della guerra in sè.
La lettera era arrivata al padre, abitando in paese è più facile, e adesso si
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trovavano riuniti intorno al tavolo perché la prima lettera di Patrizio
dall'Albania, terra al tempo stesso così vicina e così lontana, è un evento che li
coinvolge tutti.
“Perché ti sei fermata Pia? Va avanti!”
“Sì nonno.
“Sono nella mia nuova sede di Tirana e vi scrivo per raccontarvi del viaggio. Sono partito
ieri mattina a bordo di un aereo da Foggia insieme a diversi miei commilitoni e siamo arrivati
a destinazione dopo un volo di circa due ore. Su quell'aeroplano era rappresentato tutto il
nostro beneamato Regno, dalla Calabria alla Valle d’ Aosta. Nessuno di noi aveva voglia di
parlare tranne Carlo, detto Carlino. Deve essere un tipo simpatico anche se forse è un po’
troppo caciarone ma visto che nessuno di noi gli dava corda dopo un po' ha dovuto smettere
anche lui. Spero di recuperare la voglia di chiacchierare nei prossimi giorni.”
La campana di di San Colombano Abate a Vernasca batte quattro colpi forti e
tre più leggeri. Pia alza nuovamente gli occhi dalla carta gialla della lettera per
guardare in direzione di quel suono, ma a causa delle nuvole basse non può
vedere niente. Sua madre pone delicatamente una mano sul quella della figlia
che con un sospiro ricomincia.
“Il volo è stato un po’ impressionante a causa del tempo non troppo buono e della vista del
mare in burrasca, ma nonostante tutto ciò, si è concluso ottimamente. Una volta atterrati mi
sarebbe piaciuto andare subito a visitare questa città, voi sapete quanto sia curioso, invece
l'unica cosa che ho visto è stata questa caserma.”
“Chissà com'è volare, io non l'ho mai fatto.”
“Nessuno di noi lo ha mai fatto e credo che tu non lo farai mai, Luisa.”
“Non si può mai dire, caro il mio Laio.”
“Le donne non dovrebbero volare, dovrebbero solo stare in casa a crescere i
figli.” Il vocione di Learco emette la sua sentenza.
“Non vorrai metterti ancora a discutere con papà come il mese scorso,
spero.” Paola aveva bloccato la risposta che di sicuro sua sorella aveva in gola.
Non era quello il momento di fare polemiche. Quello era il momento di
ascoltare ciò che suo marito ha da dire.
“Tirana non deve essere una città con doti eccezionali da quello che ho potuto vedere
dall’alto, ma con questo non voglio dire che non sia bella, dovrò prima vederla per giudicarla.
Ho solo potuto vedere che alcuni edifici, che poi ho scoperto essere ministeri e casa del fascio,
insieme al viale principale di Tirana, non casualmente somigliano molto al nostro beneamato
Fascio Littorio.”
Appena sentite queste parole Learco sorride sornione con il petto gonfio
d'orgoglio. Le sue due figlie, contrariamente al padre, sanno che l'aggettivo
usato da Patrizio non può che essere ironico. Anche a Luisa scappa un mezzo
sorriso, che subito cerca di soffocare.
Pia continua la lettura.
“A Tirana non resteremo molto tempo, ma l’indirizzo sarà sempre quello che unirò a
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questa mia presente. Le mie condizioni fisiche sono ottime ed anche il viaggio di ieri non mi
ha causato il minimo malore, sebbene sia la prima volta che provo simili emozioni.”
All'ennesima interruzione di Pia, la madre le prede la lettera dalle mani e
continua lei.
“Il mio nuovo Capitano è un trentino che di cognome fa Folgheraiter e da pronunciare è più
difficile che da scrivere. Ha alle spalle diverse campagne, è un tipo grande e grosso che parla
poco, ma quel che dice è sempre degno di massimo rispetto.
Salutatemi caldamente il mio caro suocero e tutti gli altri parenti, ovviamente.
Moglie cara dai un bacio da parte mia alla mia bimba.
Sempre vostro Patrizio”
“Non c'è niente da fare, ho quasi vent'anni e mi chiama ancora bimba, mi
domando se lo farà anche quando sarò sposata.”
“Rassegnati, lo sarai sempre.” A Luisa piace molto stuzzicare la nipote.
Intanto Paola ha ripiegato la lettera e l'ha messa al sicuro, insieme alle altre nel
cassetto della credenza.
Nel vedere lo sguardo un po' perso della sorella, Luisa ne intuisce i pensieri:
“Domani, gli risponderemo, oggi sì è fatto troppo buio.”
“Lo so Luisa, lo so.”
“Sarà meglio che io vada, prima che il sole sia calato del tutto.”
“Laio, non avrai mica paura delle streghe?”
“Certo che no, Luisa, ho solo paura dei briganti!” e nell'alzarsi fa di proposito
cadere un fazzoletto rosso, giusto per dar noia a Learco.
Pian piano la riunione famigliare si scioglie ed ognuno torna ai suoi impegni
normali. Normali quanto possono essere in tempo di guerra. Laio si avvia a
piedi verso il paese. Di chiedere un passaggio al carretto che riporta a casa Luisa
e Learco, neanche da pensarlo. Troppo testardo il vecchio e troppo orgoglioso
lui.
L
Una Opel 6 si ferma nella piazza del paese. La croce imperiale tedesca su
sfondo maculato indica che gli occupanti sono militari, militari tedeschi. Ed è
proprio un militare tedesco che scende dal predellino. Dal cappello escono
biondi capelli fini, mandibola squadrata e sguardo nascosto da occhiali scuri
nonostante il poco sole. Chi riempie il cappotto in panno castorino è di certo
un alto ufficiale. Lo sguardo del tedesco spazia su chi occupa la piazza che
probabilmente per lui ha lo stesso valore dei personaggi del presepe. Una
coppia di anziani che esce da bar, una giovane donna con un bambino per
mano, una vecchia signora dal capo cinto di nero di ritorno dalla quotidiana
visita cimiteriale, un ragazzone senza un braccio che non sa come far passare il
tempo e poi altri personaggi decisamente meno interessanti per il tedesco. Il
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motivo per cui hanno scelto Vernasca per la sosta non si sa, forse il motore ha
bisogno di riposarsi dopo la serie di tornanti che precedono il paese o forse gli
occupanti hanno bisogno di sgranchire le gambe dopo il lungo viaggio.
“Non so perché ti tengo come compagno per la briscola. Se giochi la matta
alla penultima mano, ci fai perdere!”
“Buongiorno siura Pinuccia, come sta il suo Giancarlo?”
“Ha una tosse che non vuol passare.”
“Sei contento di andare al parco giochi?”
Voci sparse che il militare capisce poco. Sorride, forse immagina di essere ad
un safari. Il suo sguardo si ferma sulla giovane con bambino. Il bambino sta
succhiando un pezzo di pane nero e duro. La coppia si sta avvicinando a lui e
vedendo il bambino pensa al suo Hans che ha più o meno la stessa età, è tanto
che non lo vede. Entra in macchina ma solo con il busto e prende dal suo
borsello una piccola stecca di cioccolato. “Fatevi vedere buoni dagli italiani”.
Così gli aveva detto il Maresciallo solo qualche giorno prima. E lui vuole farsi
vedere buono dando quel cioccolato al bambino che gli ricorda tanto il suo
Hans.
“Pane solo niente buono. Prendi cioccolato!” E gli allunga la piccola stecca
avvolta in carta argentata.
“Non prenderla!” La donna tira a se il bambino.
Al tedesco sparisce il sorriso, sembra molto contrariato. Lo è!
“Prendi e mangia, tua mamma molto stupida!”
Il bambino, impaurito si stringe alla gamba della donna.
“Non lo vuole!”
Lei lo guarda con uno sguardo per niente intimorito. Sa che se solo volesse il
tedesco potrebbe farla fucilare seduta stante.
“Se tu non volere, mangia io!”
Il militare libera dall'involucro la dolce stecca e la mangia con grandi morsi.
Un po' di cioccolato gli si ferma sull'angolo destro della bocca, in compenso è
tanta la foga che qualche triangolino di carta stagnola gli si infila in gola. Il
tedesco fa grandi smorfie, sono smorfie grottesche di chi vuol enfatizzare la
bontà del cibo che sta mangiando. Ma sono smorfie che fanno ancora di più
paura al bambino, alla faccia di quello che gli aveva detto il maresciallo.
“Starte das auto und lass uns gehen!”
Il bambino lascia la coscia della donna solo quando l'auto sparisce dietro una
curva.
“Ma sei matta Luisa, sai cos'hai rischiato? Si può sapere cosa ti è saltato in
mente?”
Le parole di Mariella sono veramente preoccupate.
“Loro sono il nemico e da loro non dobbiamo accettare neanche il cioccolato.
Il pane è buono anche da solo, è vero Baldo?”
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“Se fai così rischi di far compagnia al mio povero Enrico.” Le mani di
Mariella partono per due veloci segni della croce come succede sempre quando
nomina suo marito.
“Prima o poi dovremo deciderci a combattere questi tedeschi. E non solo
loro!”
“Ma non pensi a Baldo, forse è meglio che stia con sua madre!”
“Sua madre è stata costretta ad andare in prefettura a Piacenza e mi ha
chiesto se le tenevo il bimbo visto che suo marito è disperso in Russia grazie
anche a quelli li!”
“Ed è così che te ne prendi cura, facendolo ammazzare?”
Su questo ha ragione, finché rischia lei può anche andare bene, ma non deve
mettere in pericolo altri. Questo pensa Luisa che però per non darla vinta
all'anziana trascina via Baldo.
“Vieni dai che l'altalena ti aspetta.”

22

APRILE
R
“Dai, andiamo a vedere i prigionieri.”
Ninetto capeggia una banda di ragazzini che in quella domenica di un aprile
fresco si aggira per le vie di Carpi con poco da fare. Come capita in questi casi
inforcano le rispettive biciclette per percorrere correndo i cinque chilometri che
li separavano dal Campo di Passaggio di Fossoli.
Il Campo di Fossoli è uno dei quattro presenti sull'italico suolo. Attivo dal
1942 ha ospitato, loro malgrado prigionieri di guerra, ebrei e dissidenti politici.
Il Campo è situato ai margini di un'area bonificata da qualche decennio ed
essendoci intorno quasi solo risaie ha una scarsa presenza di alberi. A poca
distanza la cittadina di Carpi è posta sulla ferrovia Modena-Mantova e con essa
si può raggiungere, via Verona, il Brennero. In definitiva essendo un'area isolata
rende facile tenere sotto controllo un gran numero di prigionieri e avendo buoni
collegamenti sia in direzione Nord-Sud con la ferrovia che Est-Ovest con la via
Emilia, l'area di Fossoli è l'ideale per la costruzione di un Campo. Il Campo si
divide in campo nuovo, più piccolo, e campo vecchio, più grande.
Rebecca era arrivata al Campo alle 4 di un martedì pomeriggio dopo un
cammino di tre chilometri che era cominciato appena era stata scaricata alla
stazione di Carpi. Qualche settimana dopo dallo stesso cancello vide arrivare
altri futuri internati. Di sicuro la prima cosa che avrebbero notato al loro arrivo
sarebbero state le persone che parlavano tra di loro ai due lati della rete di filo
spinato che circonda il campo. Le aveva notate anche Rebecca. Erano i parenti
degli internati che cercavano di parlare con i loro cari. Non avrebbero potuto
ma erano tollerati dai guardiani che dalle loro torrette tenevano sotto controllo
tutto. Com'era capitato a Rebecca anche loro appena scesi dal camioncino
fecero conoscenza con l'odore del Campo di Fossoli. E' un odore acre che ti
raschia la gola, l'odore delle cimici cotte nell'autoclave.
Poi anche per loro inizia la cerimonia d'arrivo.
Rasatura a zero dei capelli mediante macchinetta.
Consegna dei pagliericci e di una coperta a testa.
Consegna della gamella e del bicchiere.
Visita medica, sommaria.
Disinfestazione degli abiti tramite autoclave.
Nel frattempo: Doccia.
Poi: in segreteria per declinare le proprie generalità e ricevere il numero di
matricola.
Poi: il Capo del Campo dà le istruzioni sulle regole del Campo.
Poi: sistemazione della baracca.
Poi: il Capo Baracca dà le sue istruzioni.
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Poi: non rimane che sperare di sopravvivere.
E' a quello sparuto gruppo di persone intirizzite dal freddo e dalla paura che
Rebecca pensa quella sera prima di addormentarsi. Per prepararsi ha
ridistribuito con le mani il pagliericcio che le fa da materasso e si è messa sotto
la coperta in posizione fetale per disperdere meno calore possibile.
Poi aveva cominciato a pensare.
'Poveri! Anche loro come me dovranno capire che prima riescono ad adattarsi
alla vita del Campo meglio sarà. Io ormai sono qui da molti giorni e dovrei
essermi abituata a tutto. A tutto tranne alle pulci. E alle cimici. Pulci e cimici
fanno a gara tra loro e di certo l'intelaiatura del letto offre loro molti posti dove
nascondersi per fare agguati. E sì che scegliendo il letto più in alto speravo di
essere il più lontano possibile da quelle bestiacce. Dalla finestrella riesco a
vedere una piccola porzione di cielo, adesso sembra sia nuvolo. La luce che
filtrerà domani mattina non riuscirà a svegliarmi, ci fanno alzare troppo presto
perché succeda. Eccone un'altra cimice. Se ci fosse Ludovico si divertirebbe a
studiare i loro movimenti di guerra, ricordo che gli piaceva osservare le strategie
d'attacco dei vari insetti. Qui ci sono due tipi di cimici, quelle grosse che
sembrano mezzi corazzati e che si muovono agilmente e quelle che si
arrampicano sui montanti e poi si lanciano in picchiata sulle loro prede.'
“Sono bestie! Questa mattina hanno ammazzato Giacomo” Maria Luce aveva
interrotto i suoi pensieri. Le piace Maria Luce, le ricorda sua madre.
“Lo so! Non lo conoscevo molto, era poco che era arrivato.”
Parlano sottovoce, Rebecca e Maria Luce, non vogliono farsi scoprire. Loro
due sono capaci di parlare per ore senza farsi scoprire.
“Ma tu lo conoscevi?”
“Solo di vista. Era delle mie parti. Brava persona sempre disponibile a darti
una mano, anche se a volte combinava disastri.”
Quella mattina il Capo Campo, un italiano dall'aspetto taurino, aveva appena
finito il controllo degli internati coadiuvato dal suo vice, il Tenente delle SA
Regis Haage, e aveva incominciato a chiamare gli internati che quel giorno
dovevano lavorare. Giacomo aveva ritardato a rispondere e il Tenente delle SA
Regis Haage non aveva esitato a sparargli. Un minuto dopo gli altri lavoratori si
erano allontanati in silenzio.
Così era morto il Geometra Giacomo Piacentini nato a Vercelli da 63 anni,
grande appassionato di musica sinfonica e di giardinaggio.
L
“Grazie zia che mi hai portato con te.”
Appena scese dalla corriera zia Luisa e nipote Pia vengono investite da
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un'onda d'aria fredda che per un istante toglie loro il respiro, per fortuna è solo
un attimo, il tiepido sole primaverile ricomincia a scaldarle quel tanto che basta
per farle dire di essere definitivamente fuori dall'inverno. Le due donne sono
felici. Pia è molto contenta di passare qualche ora con la sua zia preferita, così
ribelle e così decisa nelle sue azioni da non aver paura di dire quel che c'è da
dire. La gaiezza di Luisa è più prosaica, Laio le ha annunciato che al massimo tra
un mese sarebbe successa una cosa importante. E' quasi sicura che le chiederà di
sposarlo. Sono due settimane che Laio fa il misterioso e questo non fa che
aumentare il suo desiderio, così ha deciso di scendere a Piacenza per
approfittare del mercato settimanale ha deciso di dare fondo ai suoi risparmi per
acquistare qualche cosa, anche se non ha ancora deciso cosa, forse uno scialle,
un coprispalle o qualche cosa di simile.
“E io sono contenta che tu abbia accettato, lo sai che Piacenza mi mette un
po' d'angoscia, io sto bene a Vernasca.”
“Sono proprio felice che ti chieda di sposarti.”
“Speriamo che sia così, con Laio ho imparato che fino all'ultimo può
sorprenderti.”
“Mi sta molto simpatico Laio. Peccato per quel nome strano.”
“Ho chiesto al nonno da dove viene quel nome e mi ha fatto una lezione di
un'ora di cui non ho capito niente.”
“Lo so! E chi lo ferma più quando può parlare di greci o latini.”
“Guarda quello scialle che bello, dai provalo, secondo me ti sta bene.”
“Questo scialle starebbe bene anche alla moglie del podestà talmente sarà
costoso.”
“Bella signorina le faccio un prezzo di favore, al prezzo che glielo vendo, ci
perdo.”
“Lasci stare, non ho voglia di perdere tempo e di farlo perdere a lei.”
Allontanatesi un po' dal banco Pia tira a sé la zia.
“Ma perché non lo provi? Te lo vendeva anche a costo di rimetterci.”
Luisa mette benevolmente una mano sulla testa della nipote.
“Loro non ci perdono mai, non devi credere a tutto quello che dicono i
commercianti. Per venderti una coperta sarebbero capaci di dire che al sole c'è
freddo.”
Le due donne continuano la loro passeggiata sottobraccio tra i banchi del
mercato. C'è un'altra cosa che Luisa deve acquistare e quando vede la bancarella
del pastore Alvaro ci si accosta. Alvaro avrà vent'anni anche se guardandogli il
viso sembra averne quaranta. A rivelare la sua vera età è lo sguardo timido e il
continuo tormentarsi le mani. Chi fa una vita solitaria come la sua non è molto
abituato a stare in mezzo alla gente, questa volta ha dovuto fare violenza sulla
sua indole. Di solito è sua moglie Mariuccia ad andare in giro con il carretto a
vendere i loro prodotti ovini, ma il piccolo Ettore deve avere le classiche coliche
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che spesso i neonati hanno quindi mamma e figlio al caldo in casa mentre lui al
freddo nelle piazze di paese. Peccato perché sua moglie è davvero brava a
vendere, sa come descrivere la bontà di ogni alimento che, adagiato sulla parte
finale del carretto su di un canovaccio bianco, aspetta di cambiare proprietario.
Lui no! Lui è fondamentalmente timido, non gli piace stare a contatto con la
gente. Gli piacciono le sue pecore e il suo caro cane Rufus. Alvaro sa come fare
la ricotta, non come venderla, però una cosa la sa: le sue ricotte sono buone,
molto buone, probabilmente le migliori della provincia.
“Quanto viene questa ricotta?”
Pia tira da parte sua zia e parla a bassa voce per non farsi sentire dal pastore.
“Ma perché non la prendi dalla mamma, sono sicura che ti fa un buon
prezzo.”
Anche Luisa le risponde sottovoce.
“Perché voglio farle una sorpresa, niente di che, solo una crema a base di
ricotta. Allora? Quanto viene?”
“E’ la ricotta più migliore che possa trovare in sul marchè. L'é fata cul lat del
mi pegur, chi fan al lat pò se bon a dla val.”
“Si, ma quanto costa?”
Alvaro ci pensa un po', sua moglie gli ha detto di venderle a 11,20 lire al chilo,
ma a lui sembra troppo poco per delle ricotte così buone.
“Fanno 25 lire al chilogrammo.”
“A quanto le vende lei queste ricotte?”
Un ragazzone grande e grosso vestito di grigio aveva spostato bruscamente
Luisa e si era intromesso. Il ragazzo sembra alterato.
“Lire 25 al chilogrammo, ma lei chi è?”
“Agente della squadra Annonaria Silvano De Vitis. E lei deve venire con me
in Questura. Il prezzo fissato per la ricotta è di lire 11,20! Lei è in arresto e la
sua merce sequestrata!”
P
“Lo devo fare papà!”
“Ma non sai quanto costa?”
E' da un po' che Paola e suo padre discutono. Fuori piove ormai da undici
giorni e secondo un detto popolare doveva essere l'ultimo.“Piöva par vöi, set o
öindas dé, po' lasa lé!” Paola aveva appeno messo piede nella casa paterna,
senza riuscire a scrollarsi di dosso, tutta la pioggia che suo padre l'aveva investita
con la sua verve. Era dal giorno prima che quelle parole gli erano rimaste in
gola, da quando la sua primogenita gli aveva detto quello che voleva fare. E
quello che la figlia voleva fare, se non proprio grave, era quantomeno serio.
Learco più che il padre di famiglia riteneva di esserne il padrone, pertanto non
26

glielo poteva permettere.
“Di la verità: è tua sorella che ti ha messo queste idee balzane in testa?”
“Luisa non centra niente, l'idea è mia! Ma perché ogni volta che c'è qualche
cosa con cui non sei d'accordo la devi tirare in ballo?”
“E me lo chiedi?”
Learco è fuori di sé.
“Papà guarda che a te non chiedo niente, i soldi li metto io!”
Paola non è da meno.
Fuori la pioggia picchietta sul vetro della finestra e il vento cerca un varco tra
gli infissi. A dare tanto fastidio a Paola non è che suo padre non la appoggi, ma
il fatto che secondo lui sua figlia debba essere la sua copia perfetta sia nei
sentimenti che nei pensieri.
“E' pericoloso, sono guai se la banda Bertuzzi lo viene a sapere, quelli sono
capaci di dire che è un atto sovversivo!”
“So benissimo che può essere pericoloso, ma non mi importa, è una cosa che
devo fare!”
Senza aggiungere altro si avvia nella camera dove sa che sua sorella sta
ripiegando i panni dopo averli stirati.
“Vai, vai da tua sorella, prima o poi ti farà ammazzare!” Learco usa un tono di
voce sufficientemente alto da non poterlo definire borbottio, ma non
abbastanza da farsi sentire dalle sue due figlie.”
“E brava sorellona, l'idea mi piace proprio tanto, se hai bisogno di aiuto conta
su di me.” Poi aggiunge supplichevole: “Intanto però dammi una mano con
questi, lo sai che ripiegarli mi annoia molto.”
“A proposito, spero che mia figlia non ti abbia dato troppa noia quando è
venuta con te a Piacenza!” Le mani di Paola cominciano a piegare una maglia
della salute ora diventata giallina. E' la prima di una lunga serie ad essere
ripiegata.
“Ma figurati, lo sai che stare con lei mi piace molto. Invece scommetto che il
vecchio avrà detto che l'idea te l'ho data io!”
“E non chiamarlo così! E' sempre nostro padre.” La rimprovera Paola “Però
hai ragione. A volte non lo capisco, sembra quasi che si debba sempre pensarla
come lui!”
“Da quando la mamma è morta, gli siamo rimaste noi due, è normale che si
preoccupi!”
“E beh! Cos'è? Sei rinsavita tutto in un momento?”
“Ma quando mai? Se fosse vero non ti aiuterei nel fare quello che vuoi fare.”
“La cosa più difficile sarà trovare un panetto di...”
“Zitta! Non parlare! Il nemico ci ascolta. Haia!” Luisa si era presa uno
scappellotto, bonario, da sua sorella.
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“Adesso ti riconosco!” Paola appoggia i mutandoni appena ripiegati nella pila
destinata a suo padre. “Pensavo di chiedere a quel bolscevico del tuo fidanzato.”
“Non credo che ti possa aiutare, quelle cose non le tratta.”
“Magari sa a chi posso chiederlo.”
“Posso provare a sentirlo.” Luisa fa una lunga pausa per far capire alla sorella
che vuole cambiare argomento e tono. “Sai come sta Roberto?”
“Nostro fratello ora vive a Milano.”
“Sinceramente dopo quello che ha fatto non so se considerarlo ancora nostro
fratello.”
“Denunciare Rebecca! Sua moglie!”
“Senza contare che è come se fosse nostra sorella per come siamo cresciute
insieme. Spero solo che non si faccia più vedere da queste parti!”
“Ogni tanto mi scrive, io gli rispondo solo perché è nostro fratello maggiore.”
“E Rebecca? Chissà che fine ha fatto!”
“Non bella di sicuro!”
Altra pausa, stavolta più breve.
“Però un panetto di burro mi sembra un po' tanto.”
Quando le due sorelle si spostano in cucina vedono che sul tavolo è poggiato
un involucro non molto grande di carta di giornale.
“Fatti bastare questo!” Sono le uniche parole che suo padre le rivolge prima
di dirigersi nello studiolo.
Paola sorride, avrebbe voluto saltare al collo del padre per abbracciarlo, ma sa
che lui non avrebbe gradito.
“Sorellona, quello che vuoi fare mi sembra un atto di ribellione bello e
buono.”
“E perché non rivoluzionario? Ti voglio bene, Luisa, ma io non sono come
te. In fondo non voglio fare chissà che cosa, voglio solo preparare dei biscotti
per far passare, per quanto possibile, una buona Pasqua ai bambini di
Castelletto. Giusto per distrarli dalla guerra.”
Quest'anno la Pasqua sarebbe arrivata il 25 aprile e non c'è molto tempo per
trovare gli ingredienti per i biscotti. Paola già pensa ai pacchettini che avrebbe
preparato con della carta crespa, recuperata da sua figlia chissà dove, e alla
felicità che avrebbero provato i bimbetti della sua frazione vedendo quel regalo
tanto prezioso in tempo di guerra.
Paola prende quel cartoccio e dopo averlo avvolto in uno strofinaccio per
non farlo bagnare se lo infila nella tasca del giaccone. Fortunatamente la
temperatura che la attenderà lungo il tragitto sarà sufficiente a non farlo
diventare troppo molle.

28

MAGGIO
L
“Ma tu sei matto! E io ancora di più visto che ti ascolto!”
Luisa era veramente furibonda. Tutto si sarebbe aspettato da Laio ma non
questo. Era tutto il giorno che aspettava questo momento, da quando la mattina
lui si era precipitato in casa sua per dirle che finalmente il momento tanto atteso
era arrivato, che finalmente quella sera avrebbero potuto festeggiare. Lei si era
presentata con quello scialle di seta dai mille colori che ora giaceva a terra tra
loro gettato da Luisa con tutta la sua forza. Luisa per l'occasione si era anche
messa un velo di trucco, cosa che le capitava poche volte all'anno. E dire che le
premesse erano buone. Lui l'aveva portata con la sua bicicletta Bianchi nera da
uomo in un punto da dove si dominava la pianura, gli uccelli notturni che
cominciavano ad uscire dalle loro tane intonavano un concerto soave e la luna
iniziava a spuntare nonostante il cielo fosse ancora chiaro.
“Ma non sei contenta?”
No! Luisa non è contenta, avrebbe voluto spingerlo via, girare i tacchi e
tornarsene a casa, ma ha i nervi talmente a pezzi che non riesce a muovere
neanche un muscolo.
“Amore, mi spiace che ci sia rimasta male, per me è una cosa importante. Ma
cosa speravi?”
Laio cerca di tirarla a se per abbracciarla, ma Luisa sguscia via come
un'anguilla.
“Cosa speravo? E secondo te cosa può sperare una ragazza in età da marito
quando il fidanzato gli annuncia che le deve dire qualche cosa di importante.”
“Ma il matrimonio è per i borghesi e noi non siamo borghesi! Mio padre...”
“Cosa vuoi che mi importi in questo momento di tuo padre e del vostro
anello.”
“Ma amore..”
“E non chiamarmi amore!”
Laio sta per chiamarla Genoveffa, secondo nome di Luisa, ma sapendo
quanto lei odi questo nome decide di non peggiorare la situazione.
“Luisa...” Laio si ferma un istante per vedere se ci sono reazioni, non ce ne
sono e lui continua. “Luisa, cerca di capire, quello non è un anello qualsiasi, è
l'anello di famiglia ce lo tramandiamo da diverse generazioni ed è importante
che sia passato a me.”
L'anello in questione è un anello d'oro da uomo con la parte alta piatta con
due lettere “L” e “S” incise intrecciate tra di loro. La “S” sta per Sgorbati e la
“L” per Laio. L'omonimo nipote di quel Laio Sgorbati che ora si trova di fronte
a Luisa.
“Posso anche capire che per te sia molto importante, ma cosa centro io?”
29

Luisa si è allontanata qualche passo, vorrebbe farne di più ma una radice
nascosta le fa lo sgambetto e la fa finire a gambe, veste e sottoveste all'aria.
“Luisa! Ti sei fatta male?” Laio appare preoccupato.
Lei alza una gamba come fanno i gatti quando vogliono respingere chi è
troppo vicino a loro.
“Lasciami stare. Non ho bisogno di te!”
Lui le allunga una mano ma lei la rifiuta. E' troppo orgogliosa per chiedergli
aiuto. Preferisce fare da sola.
“E io che avevo comprato quello scialle per ricordarmi di questo momento.”
“Beh a me piace, ti sta bene.” Laio prende delicatamente il foulard e lo
avvolge con dolcezza attorno alle spalle della sua amata.
“Che stupida che sono, conoscendoti dovevo immaginare una cosa simile. Tu
non ti vuoi sposare, chissà quante donne hai col fatto che sei sempre in giro per
lavoro.”
Lui la avvolge con le sue braccia, le toglie una ciocca di capelli dalla fronte e
gliela bacia: “Ma così mi offendi! Lo sai che per me ci sei solo tu!”
Luisa gli pianta le mani sul petto e lo respinge con tutta la forza che ha. Non
è ancora pronta a perdonarlo e l'arrabbiatura che poco prima si era sopita ora
riparte.
“Se poi vogliamo dirla tutta c'è anche quell'altra faccenda che mi ha dato
fastidio!”
L'espressione di Laio è eloquente: sembra abbia un punto interrogativo che
partendo dalla sopracciglia destra e passando intorno all'occhio sinistro termini
la sua corsa sulla punta del naso. Il punto è la bocca rimasta semiaperta.
“Ti sei già dimenticato di quello che è successo il mese scorso?”
Sul viso di lui scompare il punto interrogativo.
“So che avrei dovuto spalleggiarti, ma lo sai che tuo padre mi mette
soggezione e quando mi trovo in quelle situazioni non so cosa dire.”
Luisa si blocca guardandolo con aria di sfida, l'unica cosa a muoversi è il
nastro rosso che le avvolge il polso e le cui estremità compongono ghirigori
nell'aria.
“Eccone un altro che fa il Don Rodrigo anche se è Don Abbondio.”
“Ma non vuoi proprio sapere perché mio padre mi ha passato l'anello?”
“Ma cosa vuoi che me ne importi!”
Lo scialle scivola nuovamente a terra.
“Non crederai mica che una mattina si sia alzato dal letto e abbia deciso di
darmelo?”
“Quale sarà mai questo fantomatico motivo importante? Sei riuscito a fare
Vernasca Milano in bici in giornata?”
“Quasi. In realtà me lo ha dato quando ha saputo che volevo chiederti di
sposarmi.”
30

Colpita e affondata. Solo in questo momento Luisa si rende conto quanto il
suo amato l'abbia presa in giro negli ultimi minuti. Laio aspetta la reazione che
tarda ad arrivare.
“Ma hai capito che cosa ti ho detto?”
Luisa riprende lo scialle e con un gesto lento se lo avvolge attorno alle spalle,
dovrà pure fagliela pagare per lo scherzo che le ha fatto. La 'vendetta' non dura
che pochi secondi, la felicità invade Luisa in tutti i suoi pori e non riesce più a
trattenerla. Con un balzo gli salta in groppa, le gambe avvinghiate al busto di lui
e le braccia intorno al collo e gli stampa un bacio sulla bocca che lo lascia di
stucco con uno sbaffo rosso sulla guancia.
R
“Du washst mein kleider!”
Alto quasi due metri, biondo come si confà ad un appartenete alla pura razza
ariana il tenente Regis Haage nato a Dussendorf 36 anni prima, incuteva timore
al solo guardarlo. Regis Haage è il vice comandante del campo e funge da anello
di collegamento tra l'esercito italiano e quello tedesco. Quando a Rebecca era
stato intimato di presentarsi nel suo alloggio le erano tremate le vene dei polsi.
Sul tenente Regis Haage giravano molte voci, tutte molto paurose e quasi tutte
vere. Da bambina gli amichetti di Rebecca si divertivano a spaventare con
racconti del terrore lei e le sua amiche quando si trovavano intorno ad un falò
nel bosco. Ma quelli erano racconti di mostri finti. Regis Hagge invece è vero e
in questo momento se lo trovava davanti.
“Du washst mein kleider! Tu lava mia roba!”
Stranamente il tono di lui non è severo, anzi tutto il contrario, sembra quasi
che Regis voglia scusarsi per aver parlato in tedesco invece che in italiano.
“Io lava, io stira, io fa tutto.” Rebecca non conosceva l'idioma germanico ma
cerca di parlare in modo semplice per farsi capire.
“Mein vestita, là!”
Seguendo il lungo dito ossuto del tenente, Rebecca vede che indica il bagno e
dopo aver fatto un cenno d'assenso con la testa vi ci si dirige. Nel bagno, più
precisamente nella vasca, la aspettavano diversi indumenti: magliette, mutande,
camice e i pantaloni grigi della divisa con una vistosa macchia, probabilmente di
grasso, su una gamba.
“Se tu lavora gut, io fa venire oft.” Regis si ferma un attimo per cercare la
parola giusta “Venire... tanto.” Regis non è ancora soddisfatto. “Venire spessa.
Spesso. E tu nutzen, fantaccio.”
Mentre lui va e viene tra il bagno e la camera Rebecca inginocchiata davanti
alla vasca da bagno frega con forza il sapone di marsiglia sui vestiti. E' un lavoro
faticoso nel quale lei non è un'esperta, non le era capitato spesso di doverlo fare.
31

L'unica volta che sua madre le aveva spiegato come lavare degli indumenti era
stato poco prima del matrimonio. Poi le era capitato di lavare qualche vestito del
marito solo in casi d'emergenza. Adesso con il bordo della vasca che le preme
sul petto e le mani che entrano ed escono ripetutamente dall'acqua, spera di
lavare meglio che può i vestiti del Tenente delle SA. Ogni tanto lui allunga la
testa per guardare le operazioni nelle quale lei è immersa.
“Non fare caso me, io no quarda te per steuerung, controllo, me piace quarda
arbeitende menschen, gente che lavora con mani. Io non capace lavora con
mani.”
“Niente fastidio, lei Fürer.”
“Tu sa tetesco? Gut.”
“Un poco, mio zio insegnava tedesco università... universität Milano. Adesso
non insegna più.”
“No? Pecato, come mai?”
Rebecca non può dire che essendo un ebreo era stato cacciato dalla sua aula
durante una lezione e i suoi libri strappati.
“Pensione.”
“Gut pensione. Lecce bücher, lipri, pesca forelle und lachs. Come dite voi.
Trote und salmone.”
Rebecca lo guarda e sorridendo scuote la testa come a dire 'più o meno'.
“Tu dofe fieni...Vieni?”
“Piacenza, beh vicino, Fiorenzuola.”
“Io non conosce Firenzuola, conosce Piacenza. Bella Firenzuola?”
Mentre Regis le parla sta appoggiato allo stipite della porta del bagno
continuando a passare dalle mani nelle tasche dei pantaloni alle braccia
incrociate. Sembra quasi emozionato, anche se Rebecca non riesce a capirne il
motivo.
“Fiorenzola a me piace, non è molto grande, io nelle grosse città mi perdo.”
Rebecca si era fermata un istante ma subito riparte a fregare gli indumenti.
Spera di non aver irritato il Tenente ma sbirciando con la coda dell'occhio
l'espressione di lui, sembrava di no.
“Piacenza bella, io conosce pene. Molto pelli pferde, cafallo Mochi. zwei
statuen molto gut, majestaäisch.”
Il tedesco si era gonfiato il petto allargando un po' le braccia, a lei sembrò che
intendesse dire che erano maestosi.
“Me piace arte, sculture, quadri, affreschi, foi italienisch maestri. Foi ama
belezza, foi ezzere belezza.”
Rebecca ha come l'impressione che quest'ultima affermazione sia diretta a lei.
Rallenta per un'impercettibile frazione di secondo lo strizzaggio di una
maglietta, poi sorride verso di lui.
“Quasi finito!” si limita a dire. Mancano solo i pantaloni dell'uniforme da
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strizzare ma non sa come fare. Regis se ne accorge.
“Do io mano te per meine hosen, pantaloni. Poi offre pausa per bere. Sa che
fino vor zwei jahren, due anni fa io no bere vino, solo bira, poi conosciuto vino
e innamorato vino. Barolo, chianti, bonarda. Foi italienisch ama manciare pene e
pere pene.”
Rebecca si stupisce sentendo quelle parole e si stupisce maggiormente
quando qualche minuto dopo il tedesco mantiene la parola data offrendole un
bicchiere di malvasia amabile. Parlano parecchio loro due. A Rebecca sembra
strano che un Tenente così duro possa essere un amante dell'arte e del buon
vivere, però si deve ricredere. Il pomeriggio passa velocemente tra lavori da fare
e chiacchiere in una strana lingua metà tedesca e metà italiana.
Quando Rebecca finisce tutti i lavori che deve fare, Regis la accompagna
nell'ingresso aprendole anche la porta con un gesto di alta galanteria.
“Avrò ancora bisogno di voi. A presto.”
“Allora, a presto.”
P
Grossa, dall'andatura ondeggiante e due baffi da far impallidire Luigi
Castellazzo, l'Antonia Cozzi potrebbe attirare facili prese i giro dai ragazzi che
girano tra le aie di Castelletto, se non fosse che è la moglie del Podestà e in
quanto tale è meglio lasciarla stare. Antonia Cozzi è nata da queste parti e da
sempre ha un'autentica venerazione per le galline della Mariolina Sermonti, la
madre di Paola, e anche se Mariolina è passata a miglior vita, ogni tanto le piace
arrampicarsi su questi monti per prendere qualche 'ovettu', come li chiama lei.
Paola preferirebbe non averla tra i piedi, ma dovendo mantenere la licenza che
stanno cercando di mantenere, nonostante tutto, non può certo mandarla via.
L'Antonia poi le tira di quelle intortate da far paura come se lei, Paola, non
avesse niente da fare come lei, Antonia.
Quella mattina la moglie del Podestà si era alzata molto presto visto che alle 9
gironzola già in frazione.
“C'è qualcuno in casa?” Il suo vocione trapassa i muri, pur spessi,
dell'abitazione di Paola.
Antonia entra senza né bussare né aspettare risposte e quando varca la soglia
della cucina vede schierate sul ligneo tavolo della cucina: 4 uova, 2 cespi
d'insalata, 3 cavoli verza, qualche patata e poco altro, oltre all'immancabile 'La
Scure, quotidiano fascista di Piacenza'.
“Buongiorno signora Antonia, non la aspettavo così presto.” Paola entra in
cucina trafelata asciugandosi le mani con il canovaccio che tiene stretto in vita.
“Ha sentito? Le nostre formidabili truppe hanno distrutto o catturato più di
cento carri armati giù in Tunisia!” Antonia si è già seduta su una vecchia sedia
33

impagliata producendo tanti e tali scricchiolii da far preoccupare la padrona di
casa.
“Così dice 'La Scure'” afferma sconsolata Paola.
“E se lo dice sarà vero! Secondo mio marito, quando vinceremo la battaglia
sull'Atlantico vinceremo la guerra, i nostri alleati giapponesi stanno infliggendo
gravi danni alla flotta anglosassone.”
'Speriamo che il bollettino di guerra sia finito.' E' questo quello che pensa
Paola, anche se invece dice: “Suo marito il Podestà avrà sicuramente ragione.
Cosa le posso dare?”
“Dammi il solito ovettu, anzi dammene 2 e quel bel cespo di insalata e un po'
di ricotta. A proposito, sa che il mese scorso hanno arrestato un pastore che
voleva vendere le sue a 25 lire al chilo? Quando tutti hanno letto su 'La Scure'
che il prezzo non può essere più di 11,2. Ben gli sta così impara a fare il furbo!”
Paola vorrebbe dirle che lo sa perché sua figlia era presente. Sa anche che è
pura utopia sperare che Antonia non parli mentre lei avvolge le uova con un
foglio de “La Scure,” rivelando così il vero motivo della presenza di quel
giornale sul tavolaccio.
“Questa gliela devo proprio raccontare, sa cosa è successo ieri a Milano?” La
sedia su cui siede Antonia continuava a scricchiolare.
“Succedono molte cose a Milano, non credo si possa sapere tutto.”
“Qualche sera fa alcuni agenti della questura in Piazza Fontana stavano
fermando due giovani meretrici, mi spiego?” La moglie del Podestà è partita in
quarta ed è impossibile fermarla. Paola conosceva la storia visto che era stata
pubblicata qualche giorno prima sul quotidiano locale, ma tanto che lei la
conoscesse o meno, all'Antonia non importava “E insomma, si ferma un
piacentino in sella ad una bici e grida prendendo le difese delle meretrici. E
quando il Vice Commissario gli ha chiesto perché si intromettesse in affari
altrui, questo 'galantuomo' ha risposto che lui poteva permettersi il lusso di
parlare essendo Avvocato, ma quando il questurino gli ha chiesto i documenti...”
Ogni tanto la padrona di casa cercava di interloquire, magari aspettando i
momenti in cui Antonia doveva prender fiato, ma era tutto inutile, ripartiva
sempre talmente di slancio che le era impossibile.
“... il 'sedicente' Avvocato se l'è data a gambe in sella al suo velocipede. Ma
non ha fatto i conti con il Vice Commissario che essendo un ottimo podista,
l'ha prima raggiunto e poi bloccato.” Sembrava di sentire una cronaca dell'EIAR
“Una volta portato in questura addosso al piacentino non solo hanno trovato
lire 5.000 che non ha saputo giustificare, ma si è anche scoperto che la bici era
rubata. Capito il furbacchione? La prossima volta ci penserà due volte prima di
intervenire a sproposito!”
“Sa che cosa mi raccontava la mia vicina...”
“Invece a Caorso i Regi Carabinieri hanno ricuperato 800.000 lire di refurtiva
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che avevano rubato ad un magazzino. 800.000 lire non sono mica poche!”
“Dicevo che la mia vicina mi ha raccontato che un suo cugino stava...”
“Il 4 maggio vicino a Piazzale Roma hanno inaugurato il cinema Roma. Era
ora che lo aprissero, sono 3 anni che ci lavorano. Sul giornale c'era scritto che lo
ha realizzato Francesco Leonardi! Mio marito mi ci porterà presto, spero di
vedere il film 'Colpi di timone' di Gennaro Righelli, ci recita Gilberto Govi, che
per me è bravissimo.”
“Dicevo, suo cugino stava guidando il camion quando dopo aver fatto una
curva...”
“E sa che a Castel San Giovanni due fratelli sono stati arrestati a perché sono
stati sorpresi ad ascoltare alla radio comunicazioni del nemico? Ovviamente
l'apparecchio è stato sequestrato!”
“Suo cugino ha investito un tizio in motoretta al quale è volata via una gamba
lui disperato è sceso dal camion dicendogli che lo avrebbe portato subito da un
dottore ma lui ha risposto che non aveva bisogno di un medico ma di un
falegname essendo la gamba una protesi di legno.” Tutto d'un fiato e il più
velocemente possibile, così Paola è riuscita a comporre una frase intera.
Antonia la guarda un po' sbigottita e, dopo aver lasciato i soldi accanto alle
patate, esce con l'eco di un saluto generico. Paola si avvicina al tavolo per vedere
quanto le avesse lasciato. 2,80 lire. Non c'è che dire sarà una rompiscatole ma
almeno paga, e paga bene.

35

GIUGNO
R
“E' giugno! E' proprio arrivata l'estate!”
Così sta parlando Gustavo, un ebreo di Torino magro e con i baffetti alla
Hitler perché come diceva lui “Ho cominciato a farmeli nell'estate del 23
quando Adolfo non era ancora nessuno e non li taglierò solo perché se li è fatti
lui!” Con quei baffetti aveva anche sperato di svicolare con le leggi razziali, ma
la Brigata Nera che lo aveva fermato non era d'accordo che un ebreo portasse
quei baffetti e glieli aveva strappati. Lo avevano arrestato e mandato a Fossoli. E
lui se li era fatti ricrescere. Gustavo è un 'misto', un ebreo con nelle vene anche
sangue non giudaico. E forse anche per questo aveva sperato di non essere
destinato alla deportazione.
Mentre Gustavo le passa davanti, Rebecca si gode gli ultimi raggi del giorno
che sono anche i primi veri e caldi dell'anno. Seduta, con la schiena appoggiata
alla baracca numero 17 e gli occhi chiusi per far finta di essere in un altro posto
ascolta le voci che provengono dal piazzale. Come tutte le sere dopo cena il
piazzale del campo si riempie di gente, sembra quasi la piazza centrale di
Vernasca. Rebecca apre gli occhi e scorge Simona e Franco che come molte
altre coppiette camminano avanti e indietro. Sono giovani Simona e Franco,
molto giovani. Sono stati arrestati pochi giorni dopo il loro matrimonio. Non
erano neanche riusciti a consumare come si deve. La prima notte di nozze erano
troppo stanchi per godersi appieno il loro momento d'amore. La seconda notte
di nozze non era mai arrivata. Si amano molto Simona e Franco e stanno
cercando il modo di corrompere una guardia per farli stare un po' da soli nella
baracca del magazzino. Chissà se ci riusciranno, per ora sperano.
Poco più a destra Attilio suona una mazurca con la sua fisarmonica. Ha
imparato da suo nonno Anselmo, a suo padre invece piaceva suonare il clarino
ereditato dallo suocero. Attilio è originario di un paesino del veneto da dove era
partito per la “Merica” nei primi giorni del '900. Attilio più per fame che per
amore era entrato nel glorioso esercito americano che non lasciava nessuno
indietro a meno che non fosse italiano o irlandese o nero o membro di tante
altre minoranze. Da poco era stato catturato in Sicilia e spedito a Fossoli. Attilio
è un tipo sempre solare, il tipo che sa trovare il lato positivo anche nella
peggiore situazione. Quando sarà deportato a Bergen Belsen, ne passerà
parecchi di momenti duri. Intanto suona valzer e mazurche per chi vuole
ascoltare e per chi vuole ballare.
Lo sguardo di Rebecca arriva ancora più lontano, alla Baracca 20A. Le sembra
di sentire quasi le preghiere, anche se vista la distanza non è possibile, ma sa che
come tutte le sere la Baracca 20A si trasforma in una cappelletta. Dentro una
squadra di venti vicentini cattolici fino al midollo recitano il rosario e cantano le
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litanie della Madonna mentre uno sta sempre di guardia alla porta della baracca,
perché non si sa mai.
Sembra proprio di essere nella piazza di San Colombano a Vernasca o in
Piazza Molinari a Fiorenzuola. Una leggera brezza le accarezza il viso mentre il
sole le scalda le palpebre richiuse. Tutto sembra placido, forse anche per questo
si accorge dell'arrivo di Maya solo all'ultimo momento.
“lo so che sei stata tu! E' inutile che fai la santerellina!”
Rebecca apre gli occhi e all'inizio non capisce se ce l'ha con lei.
“Ehi! Dico a te, Rebecca! Lo so che sei stata tu!”
Rebecca frastornata non riesce a profferire parola e questo imbestialisce di
più Maya.
“Sei tu che mi hai rubato il burro!”
“Che burro? No, non ho usato il tuo burro.”
“Non dire balle!” Maya è molto alterata. “Ti ho vista uscire dalla mia baracca!
Ne avevo nascosto un po' in un punto fresco e adesso non c'è più!”
“Prima di tutto calmati. Così attiri l'attenzione.”
“Frega niente a me se attiro l'attenzione. Tira fuori il mio burro!”
“Forse a te non interessa, ma a me si! Se i guardiani se ne accorgono, sono
guai!”
Rebecca guardandosi intorno si accorge che qualcuno li sta guardando, ma
per ora nessuna guardia in vista.
“Rivoglio il mio burro!”
Rebecca la tira per un braccio al riparo tra due baracche.
“Calmati! Io non ti ho rubato niente, però posso fare in modo di fartene
arrivare un po'.”
Maya si calma di botto.
“Certo che me lo ridai! E non fare la furba con...”
Maya non riesce a concludere la frase a causa di un ceffone che le arriva da
dietro. Neanche Rebecca si è accorta che Regis si era avvicinato. Il tedesco
trascina Maya in un punto dove li possono vedere tutti e le rifila un calcio. Poi
un altro, poi un altro ancora.
“Questo è mein feld e in mein campo stare gut, buoni. Capito?”
Maya non ha la forza di rispondere.
“Capito?” Regis alza ancora di più il tono della voce. Maya annuisce.
“Du Kommst! Viena hier, qui!”
Regis si avvicina a grandi passi a Rebecca e molla anche a lei un ceffone così
forte che in un attimo si trova con la faccia a terra. Quando Rebecca alza gli
occhi vede che Regis sta portando via Maya tirandola per i capelli. Lo sguardo di
lei sta dicendo: 'Non farmi niente, starò buona.' Quello di lui 'Scusami Rebecca,
ho dovuto picchiare anche te per non destare sospetti.'
37

P
“Carissima moglie e carissima figlia,
ho ricevuto la vostra lettera in data 2 Giugno, sono lieto di sentirvi in buona salute e posso
assicurarvi che così è anche di me. La notizia che tuo cugino Stefano deve pagare la tassa del
celibato è stata per me poco soddisfacente e sul momento mi ha fatto scrivere una lettera, che
poi, dietro parere dei miei superiori, non ho spedito. Mi sono informato e il mio Capitano mi
ha detto che ai militari non spetta pagarla, figuriamoci se il suo caso potrà fare eccezione, se
non ricordo male dai vent’anni ai ventisei è sempre stato sotto le armi.
Intanto vi informo che da qualche giorno io e la mia compagnia siamo stati assegnati
d'istanza a Korça, una bella cittadina nel sud dell'Albania. Le montagne che la circondano
mi ricordano molto quelle intorno a Vernasca, in calce alla lettera vi scriverò il mio nuovo
indirizzo.
La vita quaggiù sapete pressappoco come può essere, non di certo divertente, ma neppure
tanto gravosa, vi dirò anche che ho cominciato a fare un po’ di servizio con la mia nuova
carica. Per fortuna che con me c'è sempre il Carlino, con lui le lunghe marce volano che è un
piacere. Non so se a tuo padre piacerebbe, secondo me lo definirebbe un 'paiàss', però sono
convinto che tu ne andresti matta. Ci ha già invitato a casa sua in Abruzzo quando la
guerra sarà finita. Dice che da lui ci sono montagne che noi non abbiamo idea.
Mentre scrivo sono solo, perché son distaccato con la stazione radio; ho anche un compagno
più anziano, Gerardo, ma se n’è andato in libera uscita.
Ieri sono uscito per la prima volta e quello che ho visto mi ha fatto molta impressione.
Avevo già visto in Africa la povertà, ma vederla in un Regno così vicino al nostro mi fa più
impressione. Qui usano molto gli asini come mezzo di trasporto e non è raro vederli cavalcati
dai contadini o trainare carretti. In compenso la gente, almeno con noi soldati, sembra ben
disposta, non dico che ci amino ma direi piuttosto che ci sopportano. Stando alle voci che
girano sembra che nutrano sentimenti astiosi verso chi ci comanda. Come dare loro torto visto
che ci vedono come invasori? Ciò non di meno, dobbiamo stare molto attenti visto che anche
qui intorno sono attive delle bande di ribelli, che chiamano 'partizani'.
Cara moglie dai un bacio da parte mia alla mia piccola Pia.
Sempre vostro Patrizio.”
“Vernasca, 25 giugno
Carissimo maritino mio, come sempre le parole che mi scrivi mi lasciano un
misto di piacere e di preoccupazione. Sono contento che tu stia bene. Io tutte le
sere prego Iddio per farti ritornare sano e salvo. Qui le cose vanno bene, certo
non ce la passiamo benissimo, ma tra il lavoro di nostra figlia e l'orto che dà
qualcosa per noi e per il nostro 'negozio', tutto sommato non mi posso
lamentare troppo.
Riferirò le rassicurazione dei tuoi superiori a mio cugino Stefano e sono
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sicura che gli saranno di conforto.
C'è una grossa novità: da quasi un mese è cambiato il parroco. Don Umberto
Daturi è stato nominato a Gragnano e al suo posto arriverà un certo Don
Alessio Scotti che era a Piozzano. Pare che sia già stato curato di Santa Teresa a
Piacenza e sembra che abbia 'ottime qualità di mente e di cuore' come scrive la
nostra beneamata 'Scure'.
E bello sapere che lì le montagne ricordano le nostre, così guardandole mi
passerà, almeno un poco la nostalgia che ho di te, e tu puoi fare lo stesso.
Nostra figlia insiste nel dire che si vuole sposare, la capisco è giovane e non
pensa alle brutture della guerra, io per ora cerco di non darle corda, vorrei che
fossi tu a portarla all'altare. Sono sicura che lo vorrebbe anche lei ma ha paura
che finiscano per richiamare anche il suo fidanzato, nonostante suo fratello sia
morto sul Carso nella Grande Guerra.
Mi fa piacere che la gente di lì non abbia per te e i tuoi commilitoni troppo
astio, probabilmente capiscono che siamo poveri cristiani come loro, però tu
non fidarti troppo, non si sa mai.
La chioccia ha fatto qualche pulcino, io li sto curando come posso e spero
molto che qualcuno sopravviva così da assicurarci qualche uovo in più.
Sono contenta che con te ci sia Carlino, sono sicura che sarà bello conoscerlo
anche se dubito che le loro montagne siano più belle delle nostre, spero solo
che ci piaccia il loro cibo, quei mezzi terroni mangiano cose strane.
Non vedo l'ora di vedere i tuoi disegni di Korça, immagino che starai
riempiendo ogni singolo pezzo di carta che riuscirai a trovare con i tuoi schizzi.
Ho baciato nostra figlia per conto tuo anche se ovviamente non vede l'ora
che sia tu a baciarla e ad abbracciarla. Il papà è sempre il papà.
Ti abbracciano fortissimo tua moglie e tua figlia (e tua moglie non vede l'ora
di poterti baciare come il giorno della tua partenza).
Scrivici presto tue notizie.”
L
“Ti piace questo infuso rinfrescante? L'ho fatto con alcune erbe che crescono
qui intorno.”
Luisa stava sorseggiando un liquido verdognolo dal vago sapore di menta
nella cucina della sua amica Ivana. La sua amica Ivana è una ragazza bionda dal
viso abbondante e gli occhi contornati dalle rughe di chi ha cominciato a
lavorare molto presto. Luisa è affezionata ad Ivana, è grazie a lei che aveva
scoperto la sua anima ribelle, non a caso suo padre Learco non la può soffrire.
La cascina dove abita Ivana è la classica cascina a corte, con gli alloggi sulla
destra, la stalla con sopra il fienile sulla sinistra, il ricovero degli attrezzi e la
latrina di fronte. La parte della corte che Luisa vede dalla finestra è sovrastata
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dalle chiome del vicino bosco. Lo sguardo di Luisa passa velocemente da quelle
fronde finalmente rigogliose al liquido verdastro che tra poco sorseggerà.
Mentre aspetta che le foglie finiscano di colorare del tutto l'acqua fredda ne
approfitta per rinfrescarsi la fronte con la tazza. Luisa è già alla sua terza tazza.
“Questo infuso ha un sapore strano, però è buono. Sei sicura di non aver
usato erbe tossiche?”
“Solo il ranuncolo. No, scherzo! Uso questo infuso da non so quante estati e
sono ancora tutta intera.” Ivana sorride con quel suo sorriso che tanto piace alla
gente, è capace di infondere serenità anche al più nervoso quel sorriso.
“Il piccolo Stefano dorme?”
“Per ora sì, ma meglio non dirlo ad alta voce, mi preoccupa solo che non
digerisca il mio latte!”
“Hai provato diluendo quello di capra? Con il figlio dell'Annalisa ha
funzionato.”
Luisa sorseggia nuovamente l'infuso che sta diventando di un bel color verde
scuro.
“E tuo padre, come sta?”
“Bah, finché il nostro caro Re sta in buona salute, mio padre starà sempre
bene.”
“Sempre monarchico?”
“Sempre dannatamente monarchico.”
“E tua sorella?”
“Lei fa quel che può per mantenere la licenza del negozio. Qualche giorno fa
ha dovuto servire la moglie del Podestà, avrebbe voluto mandarla a quel paese,
ma come si fa...”
“E con Laio va sempre bene? Ho saputo che ti ha chiesto di sposarlo?”
“Certo. Sono felicissima! Se tutto va bene dovremmo sposarci a settembre!”
“Che bello! Mi inviterai al matrimonio, spero?.”
“Ma secondo te? Certo, tu non puoi mancare.”
Ivana sta per controbattere quando da fuori si sente un gran sferragliare e
qualche secondo dopo qualcuno entra impetuosamente nella cucina della
cascina.
“Presto, Ivana, nascondimi, c'è un gruppo di fascisti che mi vuole fare la
pelle!”
Ludovico, un ragazzo secco come una porta vista di costa, che dimostra
quarant'anni pur avendone dieci di meno è visibilmente spaventato. Se dice che
un gruppo di fascisti lo vuole ammazzare ci si deve credere per due buone
ragioni: primo perché Ludovico è un tipo serio, per qualcuno fin troppo, poco
avvezzo a frizzi e lazzi e secondo perché è un noto comunista molto presente in
zona e che per le sue attività dà molto fastidio al Podestà e ai suoi camerati.
Tempo ce n'è poco, questo le due donne lo sanno. Subito si guardano attorno
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per trovare un nascondiglio sicuro. Senz’altro la banda di fascisti avrebbe
guardato ovunque quindi armadi e bauli sono da escludere. Anche il resto della
casa è a rischio. Senza perdere un attimo di tempo Ivana prende per mano
Ludovico e lo trascina fuori mentre Luisa li segue a ruota.
“Nasconditi nella latrina!”
“Ma è piccola, ci guarderanno sicuramente!”
“Non preoccuparti Ludovico, dietro c'è una scaffa che non si nota a meno
che non ci guardino bene!”
“E se ci guardano bene?”
I tre si bloccano, i loro sguardi si incrociano, sembra quasi che vogliano
leggersi i pensieri vicendevolmente. Da fuori cominciano a sentirsi i motori
rombanti di alcune moto. Sono quelle dei fascisti. Non c'è tempo. Luisa prende
per un braccio Ludovico e con lui si infila nella latrina.
“L'ho visto! L'Ho visto è entrato qui dentro.”
“Non può scappare, adesso gli facciamo la festa!” Un tipo magro è saltato
dalla moto ancor prima che si fermasse del tutto. Poco dopo anche altri due
ragazzotti ben messi scendono dal loro sidecar. I tre indossano la divisa da
camerata: giacca nera con spalline rosse, fascia di pelle con fondina alla cintola,
pantaloni da motociclista e fez.
“Sappiamo che il bastardo è qui, lo abbiamo visto entrare.” A parlare è quello
che sembra il capo, il più mingherlino. “Tu va in casa e tu guarda nella stalla, il
posto migliore per un maiale dove nascondersi è la porcilaia.”
Che non ci siano né maiali né porcilaie al capo banda non interessa.
“Tu! Stiamo cercando tale Ludovico Rossi, nemico della Patria che ha osato
spargere ignobili volantini che gettano discredito sui nostri eroici soldati che
stanno sconfiggendo sonoramente lo straniero in terra d'Africa.”
“Senti camerata, la tua retorica puoi risparmiartela per i comizi del tuo caro
Duce, qui non s'è visto nessuno!”
“Stai attenta a quello che dici che prima o poi veniamo a cercare anche te!
Cosa c'è lì?”
“E solo la latrina!” Ivana avrebbe voluto tentare di fermarlo ma il fascista
mingherlino è stato più veloce di lei e con un colpo secco spalanca la porta.
“E allora! Non si può neanche pisciare in pace, adesso?”
Luisa seduta sull'asse di legno forata che fa da gabinetto guarda dritto negli
occhi un fascista visibilmente imbarazzato. In quel momento i suoi due compari
escono nella corte.
“Niente in casa!”
“Neanche nella stalla!”
“Sarà andato per i boschi, chi è quel cretino che ha detto di averlo visto
entrare qui!”
Ivana avrebbe voluto rispondere: tu.
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Come erano arrivati i tre spariscono sollevando una nuvola mista di polvere e
gas di scarico.
Facendo attenzione, Luisa apre lentamente la porta.
“Ero quasi sicura che vedendomi si sarebbe imbarazzato.” Sorride all'amica
“E poi con tutto quell'infuso che mi hai fatto bere, avevo proprio bisogno di
andare al gabinetto!”

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LUGLIO
L
“E i rossi se ne vanno!”
E giù a ridere! A ridere sono tre ragazzi in camicia nera e fez che sudano per
il caldo ma che fanno finta di niente. Quando Luisa sente quelle parole è appena
uscita di casa per recarsi presso la famiglia Prati dove sarà impegnate per le 4
ore successive nelle faccende domestiche. Tutto sommato Luisa si trova bene
alle dipendenze della famiglia Prati, certo Gabriella, l'anziana capofamiglia, a
volte è un po' pignola, però non si può lamentare, suo marito invece parla poco
e con lui non si riesce mai a intavolare una conversazione. In Piazza Vittoria il
sole ha già cominciato da alcune ore a rosolare anche i camerati. La loro
esortazione è rivolta ai coniugi Barani, Silvana e Romeo, e al loro figlio Michele
ma non è a causa del color dei capelli che caratterizza pressoché tutti i
componenti della famiglia ma dalle loro idee politiche.
“Abbiamo dovuto incendiarvi la casa per convincervi a sloggiare.”
“Che peccato era così bella quella credenza.”
“Però ha preso fuoco bene.”
Intanto madre e padre cercando di far finta di niente procedono nel caricare il
carretto con le poche cose che avevano salvato dall'incendio, mentre il figlio
accarezza il muso di Ugo, il vecchio cavallo che trainerà il carretto.
Luisa è uscita presto da casa e adesso può permettersi il lusso di osservare la
scena. Le sarebbe piaciuto andare a salutare Silvana e Romeo, voleva bene a
quella coppia, sono simpatici ed è bello trovarsi a fine giornata a chiacchierare
con chi ha qualcosa di interessante da dire.
Tutto sembra relativamente tranquillo forse anche per quell'afa che ti
appiccica i vestiti alla pelle e i capelli al collo. Si fa fatica a respirare tanto l'aria è
rarefatta, sembra quasi di vedere le goccioline di umidità sospese a mezz'aria.
Poi tutto cambia.
In quell'atmosfera quasi soporifera qualcuno grida.
“I rossi se ne vanno e i locchi restano.”
Da principio non si capisce da dove venga quella voce, sembra quasi
un'allucinazione sonora. Ma non lo è, tutti fanno scorrere lo sguardo intorno a
loro. I coniugi Barani si guardano, Luisa dopo aver strappato un lungo filo
d'erba se lo passa sulla fronte. I tre camerati cominciano ad agitarsi. Quello che
sembra il capo scatta in piedi, non ha più voglia di ridere, vuole solo sapere chi
ha osato sfidarli. Gli unici indifferenti sono Michele e il vecchio ronzino.
“Chi sei! Codardo fatti vedere!”
Lo smilzo comincia a sudare copiosamente, non per il caldo, non solo
almeno, ma anche per la pressione che gli si sta alzando a dismisura.
Poi lo vede.
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E' là, la parte alta del corpo è l'unica cosa che spunta attraverso la finestra
spalancata, busto nudo e mani sui fianchi in segno di sfida. Luisa non si
aspettava che un uomo mite come il signor Prati potesse sfidare in modo così
plateale il gruppo di camerati.
“Andiamolo a prendere, diamogli una lezione.”
Mentre quello magro aspetta in piazza gli altri due si lanciano sulla preda.
“Bastardo di un vecchio rosso, ti insegniamo noi a fare il furbo!”
“Ti facciamo passare noi la voglia!”
Luisa li sente continuare ad inveire mentre si infilano nell'uscio quasi
abbattendo la porta. Dopo qualche istante li vede inquadrati dalla finestra
spalancata mentre cercano di portare via l'anziano. Il signor Prati dal canto suo
oppone resistenza con tutta la, poca, forza che l'età e gli acciacchi gli
permettono. Purtroppo non può fare molto di fronte a due giovani atletici.
Luisa sente del trambusto, colpi accidentali dati dai tre al mobilio e qualche
soprammobile che si infrange a terra. Si sente anche strepitare la moglie di Prati.
“Vi prego lasciatelo stare. E' vecchio! Ormai non c'è più con la testa! Vi
scongiuro!”
Se la scena non fosse drammatica sarebbe quasi comica. Due baldi giovani
che cercano di portare al centro della piazza un anziano con un'anziana signora
che aggrappata al braccio di uno dei due li fa incespicare. Ma nessuno ha voglia
di ridere.
“Vieni qui vecchio e sta fermo!”
L'unico a parlare è il capo.
“Tu va a prendere il boccione!”
Quello con l'anziana attaccata al braccio si stacca e con uno scrollone la fa
cadere a terra, poi sparisce nel portone di casa sua. Nessuno sa a cosa si riferisca
il camerata ma, sapendo che non può essere vino, tutti hanno un timore.
Quando il ragazzo rimette piede sulla terra della piazza notano che il liquido
contenuto nel boccione è trasparente. Il timore diventa realtà. E' olio di ricino.
“No! Cosa volete fare!” Mentre l'uomo rimane impassibile la donna è sempre
più disperata.
“Boia chi molla!”
“Non lo mollo, non lo mollo.”
“Hai preso l'imbuto?”
“Cazzo me lo sono dimenticato, aspetta che lo vado a prendere!”
“Si però muoviti questo si dimena e non so se riesco a tenerlo ancora!”
Il capo si avvicina e tira un cazzotto nello stomaco del signor Prati.
“Se non ci penso io...”
Intanto arriva il camerata con l'imbuto.
“E il boccione dov'è?”
Il camerata si guarda sconcertato la mano vuota.
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“Cazzo l'ho lasciato sul tavolo!”
Pochi minuti dopo esce nuovamente con entrambe le mani occupate. Il capo
gli strappa di mano l'imbuto lo infila nella bocca dell'anziano, intanto l'altro apre
il boccione e comincia a versare il liquido trasparente nell'imbuto. L'anziano si
dimena, ma i tre camerati lo tengono stretto.
“Bevi! Bevi vecchiaccio!”
Il 'vecchiaccio' beve, non può fare altro, e per i tre giorni successivi non potrà
più mangiare a causa della diarrea continua. E non c'è niente da ridere.
P
“Attenzione! Attenzione! Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le
dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di
Stato presentate da sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato
Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato sua eccellenza
Cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio.”
Paola e sua figlia Pia avevano ascoltato in silenzio la voce gracchiante dello
speaker dell'EIAR.
Per le due donne la notte era passata quasi insonne. Luisa pensando che il suo
innamorato forse non avrebbe rischiato di partire e Paola pensando che il suo
Patrizio potesse essere in procinto di tornare.
La mattina successiva Paola raggiunge Fiorenzuola con la corriera per
svolgere alcune faccende per sé ed altre per suoi compaesani. La corriera era la
stessa Alfa Romeo 500 azzurrino sulla quale aveva visto partire Patrizio ma oggi
il clima è profondamente diverso da quello di febbraio. Oggi c'è euforia in
cabina perché “Finalmente il nostro Re ha dato un calcio in culo a quel
tanghero di Mussolini!” come aveva detto suo padre dopo aver sentito
l'annuncio dell'EIAR. Almeno così le aveva raccontato sua sorella Luisa. Paola
non è sicura che suo padre si sia espresso proprio con quelle parole.
Appena scesa dalla stazione Paola si rende conto che l'atmosfera dentro la
corriera è simile a quella che c'è fuori. Il Fascismo è finito e presto sarebbe
finita anche la guerra. Molti se lo ripetono e senza saperlo si ingannano.
Se Paola si tiene stretta con la mano destra il colletto del vestito color kaki,
che rigorosamente finisce ben sotto il ginocchio, è perché ha un po' di timore
nel vedere quello che la circonda. Oggi si sarebbe volentieri risparmiata qual
viaggio a Fiorenzuola ma doveva assolutamente recuperare della stoffa per
sistemare, per l'ennesima volta, il vestito verde a fiori che tanto le piace.
Uscita dalla merceria è soddisfatta e sorridente per quello che ha trovato. Fatti
pochi passi, però, assiste ad una scena che la sconvolge. E il suo umore muta
presto.
Tutto ha inizio quando in via De Sisti all'altezza del civico 153 nel tratto di
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muro tra due portoni un ragazzo ha quasi finito di scrivere 'MUSSOLINI
PORCO'. Gli manca solo la 'O' finale ma l'azione viene notata da un signore in
doppio petto al quale non piace.
“Eh tu ma cosa fai, mascalzone!”
“Mascalzone sarai tu e il tuo compare Benito.”
“Ma non ti vergogni! Non sai che ha fatto molte cose buone? Non sai che ha
prosciugato le paludi, creato le colonie elioterapiche per i bambini meno
fortunati? Senza contare che ci ha dato l'Impero!”
“Io non mi vergogno!” Il ragazzo è furibondo. “Dovresti vergognarti tu, in
Africa, nelle nostre cosiddette 'colonie' il tuo amico Mussolini ha fatto cose
meschine, mio zio mi ha raccontato storie che ti farebbero ricredere, vecchio!”
“Vecchio? Ho 52 anni io, e ti faccio vedere!” Prende con forza il pennello
dalla mano del ragazzo, trasforma la 'P' in 'F', la 'C' in una 'Z' e aggiunge la 'A'
finale. Dopo di che fa un passo in dietro per rimirare il suo capolavoro:
'MUSSOLINI FORZA'. Anche se la 'F' si distingue poco e la 'Z' è un po'
pasticciata, il fascista in doppio petto ha un'espressione che esprime
soddisfazione.
In quel momento alcuni ragazzotti svoltano da via Bevilacqua gridando “Viva
il Comunismo e abbasso il Fascismo!” E per l'uomo non si mette bene.
“Hei tu, stupido! Cosa stai facendo?”
“Stupido a me? Giovanotto io merito rispetto! Io ho combattuto nella
Grande Guerra e mio figlio è morto combattendo per il Duce e per la Patria!”
“Ti faccio vedere io il rispetto che abbiamo per te, Alfonso tira fuori l'arma!”
Paola se la sarebbe ricordata molto a lungo quella scena. Sempre più
impaurita si infila in un portoncino che è rimasto socchiuso. Non vuole vedere
un uomo morire accoltellato o sparato.
L'arma che Alfonso estrae non è né un coltello né una pistola, ma si rivela
essere un piccolo boccettino nero.
“Cosa volete farmi?”
“Farti assaggiare un po' del tuo caro fascismo!”
Due ragazzi bloccano il cinquantaduenne mentre Alfonso apre il boccettino e
ne versa un'abbondante dose in un cucchiaio che successivamente ficca nella
bocca dell'uomo.
“Tieni! Prendi un po' di olio di ricino. I tuoi amici squadristi me lo hanno
fatto prendere molte volte.”
Liberatosi dalla presa l'uomo scappa alla chetichella sputacchiando quel
liquido disgustoso.
Qualche ora dopo Paola è sulla corriera che la riporta a Vernasca e sta
giochicchiando con il nastro rosso che porta al polso destro ripensando alla
scena a cui aveva assistito nel pomeriggio. Fino a poco fa erano i fascisti che
perseguitavano i comunisti, adesso le parti si sono invertite. Accanto a lei un
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uomo sonnecchia con in grembo un giornale che lei non ha mai visto.
“Posso vedere un attimo il giornale?”
“Faccia pure tanto ormai io l'ho letto.” La risposta arriva senza che l'uomo
apra gli occhi.
DOPO LE DIMISSIONI DI MUSSOLINI
BADOGLIO ASSUME IL GOVERNO MILITARE
CONSEGNA CHIARA E PRECISA
Così legge su 'La Voce del Mattino'. Paola non si è stupita del fatto che 'La
Scure' abbia cambiato nome, conosceva l'opportunismo del giornale locale, ma
si aspettava di ritrovare la 'Libertà'. Paola dovrà aspettare solo qualche giorno
per riaverla in mano, salvo poi rivederla tornare 'La Scure' dopo il 9 settembre
(ma questo lei ancora non lo sa).
R
“Tu, vieni con me! E vedi di muoverti!”
Quando il Capo Baracca qualche minuto prima aveva sbattuto con livore la
grossa porta di legno, dai letti si erano zittiti tutti. Non era usuale che il Capo
Baracca entrasse a quell'ora e quando succedeva il motivo era serio. Il Capo
Baracca non amava doversi alzare dalla sua branda e se avevano costretto a farlo
era per una faccenda grave. Il Capo Baracca era un tipo tozzo e con i muscoli di
chi è abituato a lavorare duro fin dalla tenera età. Da sempre sognava la vita
militare, si vedeva bene a comandare truppe di soldati e se non era per quel lieve
soffio al cuore probabilmente ci sarebbe anche riuscito. Così aveva dovuto
rinunciare ai suoi sogni di gloria e si era dovuto accontentare di diventare Capo
Baracca. Le falcate con le quali attraversava lo stanzone esprimevano tutto
l'astio e la frustrazione che teneva in corpo. Arrivato a destinazione tutti gli
occupanti della baracca ripresero a respirare. Tutti tranne una, Rebecca.
“Ehi dico a te! Vuoi muoverti? Non ho tempo da perdere con voialtri!”
Rebecca scivola fuori dal suo giaciglio più velocemente che può, intanto il
Capo Baracca è già tornato sui suoi passi. Per risparmiare tempo Rebecca non
indossa le sue calzature, non sa cosa pensare. Mentre cammina dietro al Capo
Baracca, Rebecca passa in rassegna tutte le azioni che aveva compiuto quel
giorno alla ricerca di qualcosa che possa giustificare quell'uscita. Forse quella
risposta che aveva dato a quel militare non era stata giudicata abbastanza
ossequiosa? Magari qualcuno, o qualcuna, l'aveva denunciata? Non che ci
fossero motivi, lei è sempre molto attenta a quello che fa, ma si sa che in un
Campo come quello se non c'è un motivo per una delazione lo si può sempre
inventare.
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“Alt, fermati qui! E non ti muovere!”
Il Capo Baracca sparisce dentro l'angolo di un casottino di legno. 'Che
aspettasse pure quello là', tanto se arriva in ritardo può sempre dare la colpa a
lei.'
Dietro l'angolo lo aspetta un internato.
“Tenga Capo, queste sono per lei.”
“Ma come fai a trovare questa roba?”
“Io posso trovare tutto.”
“Sì, però se non ci fossi io che ti do una mano a farla entrare nel campo, tu
non potresti fare niente.”
“Se non ci fosse lei, non potrei fare niente.”
“E in cambio cosa ti chiedo? Niente! Solo qualche pacchetto di sigarette
americane o qualche prosciutto.”
“Le sigarette mi arrivano direttamente da un mio cugino di Napoli, ma non
mi chieda come riesco a farle passare la linea Gotica.”
“Sinceramente non me ne frega un cazzo di come fai, l'importante è che ogni
tanto me le fai arrivare. Adesso vattene, devo portare questa qua al crucco.”
“Buona sera, eccellenza!”
Il Capo Baracca risponde al saluto mugugnando un insulto tra i denti.
Rebecca non capisce se l'insulto è diretto all'altro internato, al crucco o al
mondo intero. Una qualsiasi delle tre risposte può essere giusta.
Riprendendo a camminare il Capo Baracca comincia a pregustarsi la sigaretta
che terrà tra le labbra di lì a poco. Per il momento si limita a stringere il
pacchetto nella tasca della giacca. Intanto Rebecca serra i denti cercando di non
ascoltare il dolore che le arriva dalle piante dei piedi. Camminare scalza non le
era mai piaciuto figurarsi farlo su quel pietrisco. Il supplizio finisce quando
arrivano alla baracca numero 3, quella del magazzino.
“Aspetta qui!” Il capo Baracca l'ha lasciata fuori dalla porta. Rebecca si chiede
se quella è la destinazione finale o solo una stazione intermedia.
Il suono della voce del Capo Baracca attraversando la porta di legno del
magazzino le arriva alle orecchie in modo ovattato. Non riesce a capire quasi
niente di quello che dice.
“...è colpa sua se.... ritardo... fatto prima che potevo...qui fuori... capiterà più.”
Più che un discorso sembra un monologo e dal tono che tiene il Capo
Baracca Rebecca capisce che sta parlando con un suo superiore.
Qualche istante dopo la porta si riapre.
“Dentro muoviti! Buona sera Eccellenza.”
Rebecca varca la soglia tenendo gli occhi bassi.
Lui le si avvicina con i pesanti passi che lei conosce bene.
“Alza occhi e quarda me. Tu no paura di tuo Regis.”
Rebecca alza gli occhi e lo vede sorridere.
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“Du bist schön. Tu Belizzima.”
Delicatamente lui passa la sua mano sulle gote di lei e lei inclina la testa verso
la sua mano per far durare di più quel contatto.
“Essen, è für dich, per te!”
Su un piatto di porcellana la aspetta un generoso pezzo di formaggio caprino
e una grossa fetta di pane nero.
“Von jetzt an, da adesso, io farà manciare più di altri, qvesto è manciare che
spetta me e io felice di condifidere con te.”
Rebecca non ama il formaggio di capra, ma ricordandosi cosa diceva sua
mamma: “La fame è il miglior condimento” si avventa su quel cibo ringraziando
sia mentalmente che verbalmente il 'suo' Regis.

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