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Attacco al Lavoro .pdf



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La demolizione dei pilastri del lavoro
Il sistema lavoristico al di là dei diritti riguardanti lo svolgimento del rapporto di lavoro, poggia
su due pilastri, due “aspettative”: quella di trovare un lavoro (cioè l’”occupabilità”) e quella di
avere un lavoro stabile (cioè la “stabilità”).
Queste due aspettative incidono fortemente nel prgetto di vita dei lavoratori e nell’economia
generale del Paese. L’attuale situazione storico-sociale ci dimostra infatti come, se non si trova
un lavoro o non si ha una stabilità del lavoro, le giovani coppie non fanno figli, deprimendo la
natalità e rendendo ingestibile – nel tempo – la spesa pubblica per pensioni, sanità e assistenza
(non a caso l’Italia e la Spagna hanno il più alto tasso di denatalità e scontano i più alti interessi
sul debito pubblico dell’eurozona). Senza prospettive di un lavoro durevole nel tempo, inoltre,
i lavoratori in età matura (che generalmente hanno una maggiore disponibiltà di reddito) non
spendono, deprimendo i consumi interni e il gettito fiscale (non a caso l’Italia è un grande Paese
esportatore).
Non si può certo sostenere che queste aspettative siano le cause esclusive dell’attuale
situazione socio-economica, ma si può comunque ragionevolmente ipotizzare un loro ruolo di
“co-fattori”.
Voglio ripercorre la storia della tutela dell’occupabilità e della stabilità lavorative in Italia, con
una consapevole semplificazione in 3 fasi - che non hanno, però, alcuna matrice hegeliana –: la
fase di tutela prevalente dell’occupabilità, la fase di rafforzamento della tutela della stabilità e di
smantellamento di quella della occupabilità, e la fase di smantellamento anche della tutela della
stabilità.
I FASE
In una prima fase della storia repubblicana, il sistema lavoristico si preoccupava, almeno a livello
normativo, di tutelare maggiormente l’aspettativa di lavorare che non la stabilità del lavoro.
Il collocamento, in particolare, manteneva l’assetto del periodo fascista ma veniva comunque
difeso dal movimento sindacale della prima fase repubblicana che, da un lato, lo riteneva idoneo
a “gestire” l’alto tasso di disoccupazione e, dall’altro, lo riteneva comunque in linea con l’art.
4 della Costituzione. Tale collocamento si basava sulla c.d. “chiamata numerica”: i lavoratori
dovevano iscriversi alle liste di collocamento come maestranze o impiegati e “salivano” in lista
in base alla loro anzianità di iscrizione. Per procedere ad una assunzione, il datore di lavoro
doveva rivolgersi agli uffici pubblici del collocamento che avviavano il lavoratore in base al suo
ordine di anzianità di iscrizione nelle liste. Fulcro del sistema era l’art. 13 L. 264/1949: “chiunque
intenda assumere lavoratori deve farne richiesta al competente Ufficio nella cui circoscrizione si
svolgono i lavori ai quali la richiesta si riferisce”.
Sul fronte della stabilità, invece, la L. 604/1966 disponeva una tutela indennitaria di ultima
istanza per il licenziamento illegittimo (tra le 8 e le 14 mensilità), mentre la Legge 230/1962
stabiliva che l’assunzione dovesse avvenire “a tempo indeterminato, salve le eccezioni appresso
indicate”, così sancendo il carattere del tutto eccezionale del contratto a termine. Le eccezioni
ammesse in via generale riguardavano le sole prestazioni che, a priori e per loro natura, si
davano come necessariamente temporanee: lavori stagionali, sostituzione di lavori assenti,
esecuzione di un appalto, una attività di manutenzione straordinaria o uno specifico progetto.
II FASE

La seconda fase del sistema lavoristico vede una inversione del peso della tutela
dell’occupabilità rispetto al peso della tutela della stabilità del lavoro. L’inizio di tale fase può
farsi coincidere con la L. 300/1970 (lo “Statuto dei Lavoratori”), mentre la tappa conclusiva del
ribilanciamento si ebbe con la L. 223/1991.
Nel 1970 si chiudeva un decennio in cui i tassi di disoccupazione si sattestavano stabilmente
al di sotto del 6%. La L. 300/1970, con l’art. 18, introdusse una generalizzazione della c.d. tutela
reale (reintegra nel posto di lavoro) in luogo della tutela indennitaria (pagamento di una somma)
previgente mentre, con l’art. 34, limitò la chiamata numerica ai soli operai ed agli impiegati di
ordine.
Il processo di ribilanciamento delle due tutele si concluse, poi, con la L. 223/1991 che, da un lato
estese la tutela reale anche ai licenziamenti collettivi illegittimi (le famose riduzioni di personale)
e, dall’altro, sancì definitivamente l’abbandono della chiamata numerica nell’impiego privato,
stabilendo che “i datori di lavoro privati che, ai sensi della legge 29 aprile 1949, n. 264 sono
tenuti ad assumere i lavoratori facendone richiesta ai competenti organi di collocamento, hanno
facoltà di assumere tutti i lavoratori mediante richiesta nominativa”.
Negli anni ’90, dunque, il sistema lavoristico italiano era ormai basato sulla totale liberalizzazione
e privatizzazione del collocamento ma anche su una solida garanzia di stabilità del rapporto
di lavoro. La situazione economica e sociale, però, era ormai profondamente mutata rispetto
a quella del 1970: la disoccupazione si attestava (e continuerà ad attestarsi per un ulteriore
trentennio) tra il 10 ed il 12% (cioè ad un livello doppio rispetto a quello che si registrava nel
1970).
L’aumento della disoccupazione generò una crescita delle tensioni sociali e richiese ulteriori
interventi normativi, ma il contesto internazionale era ormai mutato: l’Italia scontava
ormai i vincoli normativi dell’ordinamento comunitario e aveva assunto il dovere politico di
liberalizzazione per rafforzare e completare il mercato unico. Il discorso politico, dunque, si
sviluppò nel senso della maggiore flessibilità e furono portate a termine profonde riforme, dal
2000 in poi, essenzialmente finalizzate a smantellare anche la tutela della stabilità del lavoro.
III FASE
In questa fase si colloca un graduale smantellamento anche della tutela della stabilità, senza
alcun tentativo (se non abbozzi poi abortiti) di re-introduzione della tutela dell’occupabilità.
Si preferì non aggredire subito l’art. 18 - divenuto ormai una icona della tutela dei lavoratori e
del frutto delle battaglie sindacali - ma si scelse la tattica di estendere, nei fatti e gradualmente,
la platea dei lavoratori che si ponevano al di fuori della tutela reale, cioè i lavoratori a termine, i
somministrati ed i collaboratori a partita IVA.
Il D. Lgs. 368/2001, così, iniziò liberalizzando i contratti a tempo determinato: “l'apposizione di
un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere
tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” ed abrogando la legge 230/1962. Seguì il D.
Lgs. 276/2003 (noto come Legge Biagi) che introdusse la somministrazione lavoro e i contratti
a progetto. Queste riforme furono rimaneggiate varie volte nel corso degli ultimi 20 anni,
ma l’effetto reale ed incontrovertibile fu certamente quello di marginalizzare gradualmente il
contratto a tempo determinato, almeno per le nuove assunzioni (cioè tendenzialmente quelle
dei giovani e dei disoccupati). Il Ministero del Lavoro ha certificato che poco meno del 70% dei
contratti di lavoro stipulati nel 2018 sono contratti a termine e, quindi, al di fuori della tutela

reale.
Sebbene i contratti a termine siano, ormai da tempo, la forma prevalente dei contratti stipulati,
essi non sono da soli sufficienti ad abbattere la tutela reale e, infatti, presentano dei limiti di
utilizzabilità: da un lato, scontano ancora alcune restrizioni normative e numeriche, dall’altro, non
si adattano a quei posti di lavoro in cui la produttività dipende molto da esperienza e formazione
(cioè, tendenzialmente, il lavoro operaio specializzato e impiegatizio di concetto).
La crisi economica del 2008, seguita dalla crisi dei debiti sovrani nella zona Euro nel 2012, hanno
offerto la contingenza storica per completare il superamento della tutela reale e reintrodurre
la tutela indennitaria per i licenziamenti. La famosa riforma “Fornero” (L. 92/2012) ed il Jobs
Act (D.Lgs. 81/2015), rispettivamente, hanno: limitato i casi di applicazione della tutela reale
ad alcuni vizi del licenziamento e reintrodotto la tutela indennitaria generalizzata per tutti i neo
assunti.
Ultima modifica: 12:40


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