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I vaccini sono unillusione .pdf



Nome del file originale: I-vaccini-sono-unillusione.pdf
Titolo: I Vaccini Sono Un'Illusione
Autore: Tetyana Obukhanych

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I VACCINI
SONO UN’ILLUSIONE
VACCINE ILLUSION

«Non possiamo risolvere i nostri problemi
con lo stesso tipo di pensiero che
abbiamo usato per crearli».
Albert Einstein

TETYANA OBUKHANYCH - IMMUNOLOGA
Dottorato di ricerca presso la Rockefeller University di New York
e post-dottorato presso la Harvard Medicai School di Boston

I VACCINI
SONO
UN’ILLUSIONE
VACCINE ILLUSION
LA VACCINAZIONE COMPROMETTE
IL SISTEMA IMMUNITARIO NATURALE
COSA POSSIAMO FARE
PER RICONQUISTARE LA SALUTE

Cesena • Parigi • Montreal • Barcellona • Madrid

www.gruppomacro.com

Il CISE, Centro per l’Innovazione e lo Sviluppo Economico, ha attribuito al Gruppo Macro,
il marchio di Impresa Etica
Avvertenza
Il Gruppo Macro non dispone di notizie o dati diversi da quelli qui pubblicati. Le
informazioni scientifiche, sanitarie, psicologiche, dietetiche e alimentari fornite nei nostri
libri non comportano alcuna responsabilità da parte dell’editore circa la loro efficacia e
sicurezza in caso di utilizzo da parte dei lettori. Ognuno è tenuto a valutare con buonsenso
e saggezza il percorso psicologico, curativo e nutrizionale più appropriato.
Ognuno è tenuto ad assumere tutte le informazioni necessarie, confrontando rischi e
benefici delle diverse terapie e regimi dietetici disponibili.
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Quest'opera è protetta dalla Legge sul diritto d'autore. È vietata ogni duplicazione, anche
parziale, non autorizzata.
Per maggiori informazioni su questo argomento visitate il sito
www.laveritasuivaccini.it
Per maggiori informazioni sull'autrice e sulla stessa collana visitate il nostro
sito www.gruppomacro.com
Titolo originale: Vaccine Illusion
Copyright©2012 by Tetyana Obukhanych, Ph.D.
pubblicato in lingua originale da Tetyana Obukhanych, Ph.D.
coordinamento editoriale

Sara Broccoli

traduzione

Paola Barberis

revisione

Valerio Pignatta

editing

Danila Ganzerla, Valentina Pieri

copertina e progetto grafico

Roberto Monti

I edizione eBook

ottobre 2017

collana

Ciò che i Dottori non dicono

ean

9788893196208

© 2017 Macro
un marchio del Gruppo Editoriale Macro

Via Giardino, 30 - 47522 Cesena (FC)
www.gruppomacro.com
ebook@gruppomacro.com
eBook by ePubMATIC.com

INDICE

Introduzione: La mia prospettiva sulla vaccinazione e l’immunità naturale
Capitolo 1. Come abbiamo sposato l’idea dei vaccini
Capitolo 2. Il mistero dell’antisiero equino
Capitolo 3. Immunità naturale al tetano: che sorpresa!
Capitolo 4. Il doppio standard nell’indagine scientifica
Capitolo 5. Smitizzazione della memoria immunologica
Capitolo 6. Il cavallo di Troia dei vaccini
Capitolo 7. La vaga definizione della sicurezza dei vaccini
Capitolo 8. La falsa prova di immunità
Capitolo 9. Il paradosso dei vaccini: invece di prevenire, complicano
Capitolo 10. La roulette russa dei vaccini influenzali
Capitolo 11. Vincere le battaglie ma perdere la guerra
Capitolo 12. Un nuovo rapporto con i germi
Capitolo 13. Perché l’omeopatia è meglio del paracetamolo
Capitolo 14. Prendere una decisione
Capitolo 15. L’immunità di gregge si può ottenere tramite la vaccinazione di
massa?
Capitolo 16. Lettera aperta al governatore della California sulle credenze
fuorvianti relative all’immunità dei vaccini
Postfazione
Appendice
Glossario
L’Autrice

INTRODUZIONE
LA MIA PROSPETTIVA SULLA VACCINAZIONE*
E L’IMMUNITÀ* NATURALE

IL MIO VIAGGIO VERSO LA DISILLUSIONE

Q

uando ci si approccia alla tematica della vaccinazione, ci si scontra con
un muro di credenze eretto diligentemente dalle autorità mediche. La
maggior parte delle persone, inclusi i professionisti sanitari stessi, accetta
queste credenze come un dato di fatto.
Siamo stati tutti informati riguardo agli enormi benefici che il programma
di vaccinazione* infantile apporta rispetto ai trascurabili effetti collaterali*.
Tuttavia, non siamo invece stati informati del fatto che studi sistematici e
scientificamente rigorosi non sono riusciti a dimostrare che questo
presupposto sia effettivamente un dato di fatto.
Ci è stato detto più e più volte che i vaccini* hanno salvato innumerevoli
vite e hanno provocato danni solo in rarissimi casi. Tuttavia, non ci è stato
detto che la protezione immunologica conferita dal latte materno è in grado di
salvare innumerevoli vite di neonati senza mettere a repentaglio la salute di
nessun altro.
Siamo stati condizionati a pensare che i genitori che si rifiutano di
vaccinare i propri bambini attenendosi rigorosamente al programma
raccomandato dai Centri per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie*, o
che si rifiutano di vaccinarli del tutto, mettono in qualche modo in pericolo
l’intera società. È arrivato tuttavia il momento di rendersi conto che
sottoporre tutti i bambini al calendario di vaccinazione raccomandato non può
evitare il pericolo implicito del ritorno di malattie infantili quasi del tutto
estinte.

Ho un dottorato in immunologia*, quel campo della scienza che ha
inventato i vaccini. Ho scelto questo campo nella mia tesi di ricerca quando
ero una fedele sostenitrice della vaccinazione. Credevo ostinatamente che la
teoria immunologica riconosciuta fornisse una base scientifica molto solida e
una giustificazione razionale alla pratica della vaccinazione di massa. Sulla
base di questa visione inculcatami tramite i libri, non vedevo alcun motivo di
analizzare o mettere in discussione le virtù dei programmi di vaccinazione.
Fino al giorno in cui ho dovuto fare i conti con la presa di coscienza
personale e illuminante del fatto che la teoria dell’immunità permanente*
data dal vaccino non ha riscontro nella vita reale e che la mia posizione
professionale sui vaccini era stata costruita sulla falsità.
Quasi come se volesse farmi aprire gli occhi, Madre Natura mi ha fatto
contrarre il morbillo* e la pertosse* nonostante mi fossi già vaccinata contro
quelle malattie infantili. Né la teoria immunologica né la mia lunga
formazione acquisita durante la ricerca immunologica in laboratorio mi
avevano preparato sufficientemente per capire perché questo fosse successo a
me, una persona senza apparenti difetti nella produzione di anticorpi* né
carenze immunitarie. E non mi consideravo soddisfatta finché la mia
esperienza fosse rimasta senza spiegazioni.
Con mio grande sgomento, ho scoperto in seguito che la letteratura
medica ed epidemiologica è piena di numerosi casi ben documentati di
individui vaccinati correttamente che hanno contratto ugualmente malattie,
ma questi casi sono stati probabilmente liquidati come difetti marginali dei
vaccini, invece di essere resi oggetto di ulteriori studi per comprendere le
proprietà reali della protezione fornita dai vaccini.
Con mio grande sgomento, ho scoperto che il titolo anticorpale* decresce
dopo la vaccinazione e per questo motivo la protezione fornita dal vaccino
non dura tutta la vita, come la mia formazione in immunologia mi aveva
portata a credere.
Con mio grande sgomento, ho scoperto che dopo essermi assunta tutti i
rischi associati ai vaccini, per quanto piccoli o grandi essi siano, dovevo
comunque essere preparata anche a gestire la possibilità di ammalarmi.
Mentre studiavo immunologia professionalmente, non mi sono sforzata di
studiare i meccanismi di autodifesa naturali che ci permettono di affrontare le
infezioni senza incorrere in successive complicazioni. Ho dovuto acquisire
queste preziose conoscenze per conto mio, dopo aver finito il mio dottorato,
dato che le autorità mediche ufficiali non ritenevano che fosse necessario

fornire queste informazioni nei piani di studio accademici per formare i futuri
professionisti.
Ho riscontrato che gran parte della saggezza sulla salute naturale viene
convalidata nelle pubblicazioni della ricerca moderna.
Le famiglie orientate verso le cure naturali hanno adottato pratiche per
rafforzare il proprio stato di salute, come l’allattamento al seno,
un’alimentazione di alta qualità, la riduzione dell’uso di medicine e del
consumo di cibi contenenti pesticidi o confezionati, probabilmente senza
rendersi conto che i benefici di questa loro scelta per il sistema immunitario*
sono pienamente sostenuti da studi scientifici.
L’opinione corrente rappresenta la tecnologia dei vaccini come il trionfo
dell’Umanità sui disegni intrinsecamente difettosi di Madre Natura. Ma
l’evoluzione naturale non produce meccanismi difettosi. Madre Natura non ci
delude quando soddisfiamo le esigenze richieste dai suoi meccanismi. Sono
sospettosa riguardo all’insufficiente enfasi data dalla medicina convenzionale
nei confronti della necessità di soddisfare le esigenze delle difese immunitarie
naturali a partire dall’infanzia.
L’allattamento al seno è il metodo di protezione immunologica
specificamente adatto alle esigenze dei neonati. La scienza moderna ha
scoperto come numerosi componenti bioattivi* del latte materno conferiscano
una determinata protezione immunologica. Così come il latte in polvere non
può competere con il latte materno dal punto di vista nutrizionale, allo stesso
modo i vaccini non possono competere con il latte materno dal punto di vista
immunologico.
La qualità dell’alimentazione continua a essere un fattore cruciale nel
determinare la funzionalità delle difese immunitarie nei bambini più grandi e
negli adulti (in particolar modo nelle neomamme che allattano), mentre la
comune pratica medica di soppressione della febbre ostacola i naturali
meccanismi immunitari di protezione proprio quando questi sono più
necessari. La scienza moderna ha dimostrato come alcuni principi nutritivi,
scarsi già in partenza nella dieta americana standard* [ormai simile alla dieta
standard di molti italiani; N.d.R.] e successivamente soggetti a deplezione*
(ulteriore diminuzione) in conseguenza dell’uso di farmaci, siano
fondamentali invece per il corretto funzionamento delle difese immunitarie
naturali.
Studi fatti durante lo scorso decennio hanno cominciato a delineare i
meccanismi immunologici che permettono di capire come l’esposizione a

determinati ingredienti dei vaccini, per esempio l’alluminio e il timerosal*,
sia incompatibile con il funzionamento ottimale del sistema immunitario. La
maggior parte delle pubblicazioni scientifiche che si dichiarano in disaccordo
con le pratiche di vaccinazione comunemente raccomandate è sotto gli occhi
di tutti, ma questi studi non vengono divulgati dalla medicina convenzionale.
Credo che sia importante colmare questa lacuna e discutere con i
neogenitori, con i professionisti e gli operatori del settore della salute
riguardo a quelle scoperte scientifiche che confermano la possibilità di godere
di ottima salute senza ricorrere ai vaccini.
TETYANA OBUKHANYCH

CAPITOLO 1

COME ABBIAMO SPOSATO
L’IDEA DEI VACCINI

P

er comprendere la radice del problema dei vaccini, la prima domanda che
occorre porsi è come sia nata la scienza dell’immunologia. Tutto risale
all’antica pratica popolare della variolizzazione*, ossia l’inoculazione* in un
individuo sano del pus* estratto da una pustola* di vaiolo* di un malato.
Questa pratica era intesa a indurre una forma più blanda della malattia al fine
di prevenire un contagio naturale, ma era un intervento poco sicuro e la sua
efficacia non era adeguatamente documentata.
Alla fine del XVIII secolo, un medico britannico di nome Edward Jenner
cercò di rendere un po’ più sicura la variolizzazione sostituendo il pus estratto
da una lesione di vaiolo umano con quello di una pustola di vaiolo vaccino.
Per distinguere la sua nuova procedura dalla variolizzazione, Jenner la
denominò vaccinazione (dal latino vaccinīum, a sua volta derivato da văcca),
un termine che inizialmente era riferito solo a questa particolare procedura da
lui messa a punto. I moderni vaccini hanno adottato questo termine, benché
non abbiano niente a che vedere con i Vaccinia virus.
Il vaiolo vaccino era simile a quello umano, ma era generalmente
attenuato, e le persone che lo contraevano naturalmente (di solito le
mungitrici) risultavano in seguito immuni al vaiolo umano. L’idea di Jenner
era che lo stato di immunità naturale al vaiolo che faceva seguito alla malattia
naturale del vaiolo vaccino poteva essere ottenuto con la vaccinazione
eludendo la malattia vera e propria.
Per collaudare la propria idea, Jenner vaccinò soggetti sani senza
precedenti di vaiolo. Subito dopo la vaccinazione inoculò in questi soggetti il
pus di una lesione da vaiolo umano, come nella procedura della
variolizzazione. Senza la somministrazione del vaccino, questi soggetti

normalmente svilupparono le pustole dovute al vaiolo umano indotto dalla
variolizzazione. Ai soggetti vaccinati, invece, questo non capitò. Jenner
concluse che i suoi soggetti vaccinati erano immuni al vaiolo umano
esattamente come le mungitrici che contraevano quello vaccino. Convinse poi
le autorità britanniche a fare buon uso dell’invenzione del vaccino. Il resto è
storia.
Tuttavia Jenner fu ingannato dall’apparente successo del suo esperimento:
sottopose infatti a controllo i soggetti vaccinati solo rispetto alla resistenza
alla variolizzazione, ma non ne verificò la resistenza al vaiolo naturale. Se
avesse attuato questo passo, avrebbe scoperto che la protezione offerta dal
suo vaccino si esauriva nel giro di qualche anno, e si limitava a posporre la
suscettibilità del soggetto al vaiolo senza tuttavia eliminarla in modo
definitivo come invece fa l’esperienza naturale della malattia. Si dà il caso
che la breve durata della protezione caratterizzi anche altri vaccini virali vivi
attenuati* attualmente in uso.
La sopravvalutazione dell’immunità conferita dal vaccino di Jenner
potrebbe essere all’origine di una terribile epidemia* di vaiolo in comunità
interamente vaccinate nell’Inghilterra della fine dell’Ottocento e nelle
Filippine dell’inizio del Novecento. Ai fini dell’eradicazione* del vaiolo, la
quarantena*, una misura di sicurezza successivamente affiancata alla
vaccinazione a livello mondiale, potrebbe avere avuto un’efficacia maggiore
di quella attribuita alla vaccinazione stessa (per le fonti relative alla storia
delle campagne di vaccinazione, vedi l’Appendice).
Poiché i limiti dell’approccio vaccinale alla prevenzione delle malattie
sono stati così grossolanamente ignorati, la prima lezione importante che è
sfuggita alla nostra comprensione è che vaccinazione non è sinonimo di
immunità. Ciononostante, gli scienziati hanno proseguito le ricerche e
l’elaborazione dei vaccini partendo dal presupposto che i due termini fossero
equivalenti. La scienza dell’immunologia è stata fondata con lo scopo
primario di studiare ciò che accade nell’organismo in seguito all’inoculazione
di materiale estraneo infetto o innocuo con il falso pretesto di studiare
l’immunità. Ogni nuova generazione di immunologi viene iniziata a questa
illusione e senza averne la consapevolezza porta la ricerca immunologica in
una direzione che si allontana sempre più dal comprendere la vera base
dell’immunità.

CAPITOLO 2

IL MISTERO DELL’ANTISIERO* EQUINO

D

opo il vaccino del vaiolo, la successiva scoperta di rilievo nella ricerca
immunologica è venuta dall’uso dell’antisiero equino per combattere la
difterite* e il tetano* da parte di Emil von Behring e Shibasaburo Kitasato.
Questa scoperta fu ritenuta così importante da procurare allo scienziato
tedesco, nel 1901, il primo premio Nobel per la fisiologia e la medicina della
storia. Stranamente, il suo collega giapponese che, per quanto ci è noto, fornì
un uguale contributo al loro lavoro comune, non impressionò altrettanto
positivamente il comitato del Nobel, che lo escluse dal premio.
Oggi la difterite e il tetano sono malattie molto rare rispettivamente
associate ai batteri Corynebacterium diphtheriae e Clostridium tetani. I
sintomi di queste malattie sono causati non dai batteri* stessi, ma dalle
tossine* che essi secernono in condizioni molto specifiche. Tali tossine
possono essere estratte dai mezzi di coltura in cui i batteri vengono fatti
sviluppare.
Von Behring e Kitasato avevano documentato una proprietà sorprendente
del siero* (la componente liquida del sangue) prelevato da animali cui erano
stati inoculati mezzi contenenti tossine: il siero aveva acquisito proprietà
antitossiche. Se somministrato a pazienti con difterite o tetano, il siero
antitossico (per brevità antisiero) portava alla guarigione da queste malattie:
agiva come un antidoto alle tossine.
Il metodo originale della produzione di antisiero per uso terapeutico
prevedeva il ricorso ad animali grandi come il cavallo, cui veniva
inizialmente inoculata una frazione minima di una dose letale della tossina
della difterite e del tetano. La dose di tossina veniva gradualmente aumentata
con ogni successiva iniezione, finché alla fine ai cavalli veniva inoculata la
quantità che sarebbe stata letale, se la somministrazione graduale non li

avesse resi tolleranti alla tossina. Il loro siero veniva poi raccolto e usato
come terapia della difterite o del tetano nei soggetti umani.
Benché il metodo originale dell’antisiero per la terapia della difterite e del
tetano, pur non validato da un test clinico controllato con placebo*, fosse una
scoperta degna del premio Nobel, poneva comunque un enorme problema
pratico: il siero animale non era ben tollerato da molti soggetti umani e
spesso generava gravi effetti collaterali definiti “malattia da siero” o
“reazione da siero”. Si imponeva così l’impiego di un antisiero di origine
umana, ma inoculare a futuri donatori umani di antisiero dosi crescenti di
tossine avrebbe richiesto tempi molto lunghi e posto possibili rischi.
Nel 1924, un fortunato immunologo avrebbe trovato una scorciatoia: si
era scoperto che se le tossine della difterite o del tetano venivano trattate con
la formaldeide* (una sostanza usata come agente reticolante*), non
causavano gli stessi sintomi della malattia anche se inoculate in una sola dose
elevata. Le tossine trattate con la formaldeide erano state denominate
tossoidi* ed erano diventate la base per i vaccini contro il tetano e contro la
difterite1 e per la produzione del prodotto terapeutico a base di antisiero
umano denominato immunoglobulina* antitetanica (TIG).
Ora la domanda da porsi è la seguente: l’inoculazione delle tossine
modificate (tossoidi) induce uno stato di tolleranza alle tossine naturali nei
soggetti umani in maniera analoga a quanto faceva il metodo originale von
Behring-Kitasato nei cavalli? Gli immunologi non lo sanno con esattezza, ma
suppongono che sia così. Quali sono esattamente le loro convinzioni?
Gli immunologi attribuiscono gli effetti antitossici della terapia von
Behring-Kitasato dell’antisiero equino a entità molecolari dette anticorpi (o
immunoglobuline), ossia molecole con una forma a “Y” che possono legarsi
a una gran varietà di tossine e di microrganismi patogeni*. Gli immunologi
ritengono che grazie alla loro capacità di legame, gli anticorpi neutralizzino le
tossine, cioè impediscano a queste sostanze di provocare i sintomi della
difterite o del tetano. Poiché in laboratorio gli anticorpi delle tossine non sono
distinguibili dagli anticorpi dei tossoidi, gli immunologi non vedono motivo
di dubitare che le inoculazioni di tossoidi inducano una produzione di
anticorpi in grado di fornire sufficiente protezione contro le tossine naturali
corrispondenti, esattamente come faceva l’antisiero equino originario.
L’anello più debole in questa catena di ipotesi, tuttavia, è l’assenza in tutta la
storia della ricerca immunologica di qualunque prova sperimentale attestante
che l’effetto di antidoto dell’antisiero equino sulle tossine dipendesse davvero

dagli anticorpi.
Come mai non siamo in possesso di prove sperimentali di un postulato
così importante dell’immunologia? La risposta è che verificare correttamente
tale postulato richiederebbe che ci si procurasse l’antisiero mediante il
metodo originale von Behring-Kitasato in animali incapaci di produrre
anticorpi. Grazie all’avanzata tecnologia nel campo dell’ingegneria
molecolare, oggi siamo in grado di produrre topi geneticamente carenti nella
produzione di anticorpi. Però fino a oggi era impossibile produrre animali di
questo tipo, perciò il postulato è nel frattempo diventato un dogma senza che
nessuno abbia mai cercato di verificarlo adeguatamente.
La supremazia del dogma degli anticorpi è tale che chiunque osasse
suggerire di verificarlo oggi, sarebbe considerato un eretico. Io stessa ho
commesso questo errore, quando ho suggerito a uno dei miei supervisori di
farmi verificare il requisito degli anticorpi. Il docente mi ha inveito contro,
intimandomi di continuare a occuparmi rigorosamente di scienza “della
pagnotta” (per approfondimenti su questo argomento vedi la Postfazione).
Ciononostante, infrangendo il tabù, possiamo affermare che l’effetto
terapeutico dell’antisiero equino originario (basato sugli anticorpi o meno)
rimane a tutt’oggi un mistero misconosciuto. Gli immunologi scommettono
sull’immunità mediata dagli anticorpi. Se si trattasse di una scommessa priva
di fondamento, il metodo moderno per la prevenzione e la cura del tetano e
della difterite basato sui tossoidi potrebbe essere del tutto inutile. Ma
l’interrogativo più importante è perché l’immunologia sia così riluttante a
rivalutare e reintegrare le sue teorie. Quale tipo di scienza preclude il libero
pensiero e la libera sperimentazione?

CAPITOLO 3

IMMUNITÀ NATURALE AL TETANO:
CHE SORPRESA!

O

ltre alla terapia dell’antisiero di von Behring-Kitasato, che concentrava
l’attenzione soprattutto sulla terapia antitetanica, un’altra linea di
indagine perseguita da un gruppo di ricercatori non altrettanto famosi si
occupava dell’immunità naturale al tetano. Questi esperimenti erano stati
pubblicati negli anni Venti del Novecento su una prestigiosa rivista medica, il
«Journal of Experimental Medicine». Fino all’era digitale, tuttavia, queste
pubblicazioni hanno preso polvere nei sottoscala degli istituti di medicina, e
non c’era alcuna possibilità concreta di localizzarli. Grazie alla
digitalizzazione di queste vecchie pubblicazioni di archivio, sono finalmente
riuscita a recuperarle online.
Quanto ho rinvenuto mi ha lasciato sbalordita: questi esperimenti
dimostrano che l’immunità naturale al tetano può essere acquisita e che non
ha niente a che vedere con gli anticorpi della tossina stessa.
Anzitutto, prendiamo in esame le proprietà del C. tetani, il batterio che
produce la famigerata tossina del tetano. Esistono molti ceppi differenti di
questo batterio, ma tutti producono lo stesso tipo di tossina detta
tetanospasmina. Se quest’ultima entra nel sistema nervoso centrale degli
animali o degli esseri umani, inibisce l’attività del neurotrasmettitore* acido
gamma-amminobutirrico (GABA). Questa inibizione dà luogo ai sintomi
della malattia: spasmi e irrigidimento muscolare, rigidità della mandibola,
sorriso sardonico* e convulsioni generalizzate.
Il batterio C. tetani normalmente vive nel letame e nell’intestino degli
animali senza causare la malattia: per essere attivo richiede condizioni
anaerobiche*, ciò significa che non può sopravvivere in presenza di
ossigeno, perché a contatto con l’ossigeno dell’aria si trasforma in una

spora* molto resiliente* e longeva. Le spore stesse sono inattive e non
producono tossine. Tuttavia, se nuovamente esposte a condizioni
anaerobiche, le spore germinano ritrasformandosi in cellule batteriche in
grado di produrre tossine.
Il rischio di contrarre il tetano viene dalle ferite contaminate da spore o
batteri di C. tetani, non dal proverbiale chiodo arrugginito. Se non sono ben
curate, queste ferite creano condizioni anaerobiche che permettono alle spore
di C. tetani di germinare e di cominciare a produrre la tossina. Se poi le
molecole della tossina riescono a penetrare nei nervi periferici del sistema
nervoso centrale, insorgono i sintomi del tetano. Ma la storia non finisce qui.
Negli esperimenti documentati negli anni Venti, i ricercatori riuscirono a
conferire alle cavie di laboratorio lo stato di immunità, al punto che anche
dopo aver intenzionalmente introdotto delle spore di tetano in ferite che non
venivano curate in modo adeguato, gli animali immuni, a differenza degli
animali di controllo, non sviluppavano i sintomi del tetano
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19869129). L’immunità naturale al tetano fu
ottenuta semplicemente somministrando agli animali del cibo contenente
spore di C. tetani. Si trattava tuttavia di un’immunità naturale ceppospecifica, giacché gli animali sviluppavano comunque i sintomi del tetano, se
le loro ferite venivano contaminate con le spore di un ceppo non
corrispondente.
Dopo aver assunto con la dieta le spore del C. tetani per sei mesi, gli
animali sviluppavano anticorpi naturali a queste spore (agglutinine*), e
alcuni di essi sviluppavano anche anticorpi antitossina. Tuttavia, i livelli di
anticorpi antitossina, anche quando erano presenti, non corrispondevano
all’immunità naturale al tetano così come era garantita dalle agglutinine
ceppo-specifiche. Altri articoli scientifici riferivano che anche i soggetti
umani potevano ospitare spore di C. tetani nelle feci e produrre agglutinine al
C. tetani e anticorpi antitossina in soggetti che non avevano mai contratto
questa
malattia
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19868740
e
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19868669).
Poiché questa importante linea di ricerca sul tetano è scomparsa da lungo
tempo dai radar dell’immunologia, non abbiamo avuto la possibilità di
imparare che l’immunità naturale al tetano è possibile, e ci è rimasta soltanto
la fallace idea che i vaccini a base di tossoidi rappresentino la nostra unica
salvezza.

CAPITOLO 4

IL DOPPIO STANDARD
DELL’INDAGINE SCIENTIFICA

C

ome sappiamo che il vaccino a base di tossoide tetanico attualmente in
uso è efficace nella prevenzione del tetano? In realtà non lo sappiamo. Il
modo scientifico per verificarlo (secondo la scienza basata sull’evidenza)
consiste nel condurre studi clinici controllati randomizzati (RCT*). Il vaccino
a base di tossoide tetanico non è stato sottoposto a un RCT per verificarne
l’efficacia nella prevenzione del tetano: è stato introdotto nella popolazione
civile statunitense nel 1947 semplicemente perché il suo impiego
nell’esercito degli USA durante la seconda guerra mondiale era stato definito
“valido”.
La conclusione sulla “validità” si basava sul ragionamento riportato qui di
seguito. Durante la prima guerra mondiale, settanta soldati americani non
vaccinati avevano contratto il tetano, un totale corrispondente a 13,4 casi ogni
100.000 ferite. Nella seconda guerra mondiale, invece, si era registrato il
decesso per tetano di dodici soldati americani (sei vaccinati interamente, e sei
parzialmente), il che corrispondeva a 0,44 casi su 100.000 ferite
(www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJM194709112371108).
Benché
la
riduzione della frequenza fra i soldati feriti durante la seconda guerra
mondiale e quelli del conflitto precedente sia palese, qualunque conclusione
rispetto al ruolo del vaccino antitetanico ai fini di tale riduzione è
scientificamente priva di valore. Solo un RCT avrebbe potuto stabilire se
attribuirne il merito al vaccino, altrimenti si potrebbe ragionevolmente
supporre che la riduzione del tetano durante il secondo conflitto mondiale
fosse semplicemente dovuta a una migliore igiene nella terapia delle ferite e
una migliore alimentazione delle truppe.
Durante la prima metà del Novecento, nella popolazione statunitense

civile la mortalità per tetano si era drasticamente ridotta già prima
dell’introduzione del vaccino, e aveva continuato a diminuire in seguito
all’adozione di questa misura (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/4885059).
Perciò il ruolo del vaccino nella riduzione del tetano nella popolazione
statunitense non può essere desunto neppure dalle statistiche della mortalità.
Infine, la letteratura scientifica comprende numerosi resoconti di casi di
tetano (anche con conseguenze fatali) in cui il paziente era stato vaccinato e
presentava livelli sanguigni elevati di anticorpi presumibilmente
immunizzanti. Una sezione del sito web Beyond conformity
(www.beyondconformity.org.nz) dal titolo Can and do vaccinated people get
tetanus? [Gli individui vaccinati possono contrarre il tetano e capita
effettivamente?; N.d.T.] fornisce una lunga lista di riferimenti bibliografici su
questi casi clinici (vedi Appendice per le risorse Internet). In base al dogma
della protezione mediata dagli anticorpi contro la tossina, queste vittime del
tetano avrebbero dovuto essere immuni, ma non era così. Anche il presunto
meccanismo della protezione dovuta agli anticorpi non appare molto sensata,
dal momento che la tossina agisce nel sistema nervoso centrale, non nel
sangue: gli anticorpi non possono raggiungere il sistema nervoso centrale,
che è un sito immunoprivilegiato. Come potrebbero mai neutralizzare le
tossine al suo interno?
Prendiamo ora in esame un’altra procedura per il trattamento del tetano: la
somministrazione per via intravenosa* di vitamina C. Nel 1984, nel
Bangladesh si è condotto uno studio controllato ma non randomizzato della
terapia antitetanica per via intravenosa a base di vitamina C
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/6466264). Il gruppo di controllo aveva
ricevuto le cure standard contro il tetano, che comprendevano la TIG
(immunoglobulina antitetanica umana), antibiotici e sedativi. Il gruppo su cui
si conduceva lo studio riceveva invece, oltre alla terapia standard, 1 g al
giorno di vitamina C per via intravenosa. Gli esiti finali sono stati in termini
di sopravvivenza vs morte. Nel gruppo di controllo, circa il 70% dei pazienti
sottoposti a cure standard (che comprendevano la TIG!) è deceduto, mentre
nel gruppo cui era stata somministrata la vitamina C non c’erano stati decessi
fra i pazienti di età inferiore ai 12 anni, e fra quelli di età superiore aveva
perso la vita circa il 30%.
Sulla base della valutazione critica che i ricercatori forniscono di questo
studio clinico, l’introduzione della vitamina C non è stata raccomandata nella
pratica
medica
standard
per
la
terapia
antitetanica

(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18425960). Poiché lo studio non è stato
riportato come randomizzato, forniva soltanto prove preliminari dell’efficacia
della vitamina C nella terapia del tetano. La randomizzazione dei pazienti
sottoposti a trattamento a fronte di quelli cui viene somministrato il placebo è
indispensabile per garantire la validità generale dell’esito dello studio clinico,
perciò questa promettente ricerca sulla vitamina C andrà senza alcun dubbio
ripetuta in modo corretto per soddisfare i requisiti rigorosi della scienza
moderna prima di essere assolutamente certi che la somministrazione per via
intravenosa della vitamina C sia una cura efficace contro il tetano.
La domanda da porsi, tuttavia, è perché si siano applicati i requisiti
rigorosi della scienza basata sull’evidenza a un trattamento sicuro, poco
costoso e non lucroso come la somministrazione di vitamina C per via
intravenosa mentre, aggirando qualunque requisito scientifico, il vaccino a
base di tossoide antitetanico e somministrazione di immonoglobuline umane
antitetaniche sono diventati la cura standard per la prevenzione e la terapia
del tetano. Questi interventi non sono sostenuti da alcuno studio clinico, ma
si basano su un ipotetico meccanismo di azione che non ha fondamento
biologico, e ci sono numerosi resoconti scientifici che ne attestano
l’inefficacia. Come è possibile? Perché si applicano due pesi e due misure
nell’indagine scientifica, quando si tratta di vaccini e dei loro derivati?
Nell’ambiente dell’elaborazione dei vaccini si sostiene, con l’avallo della
teoria immunologica, che non appena un miscuglio di materia biologica ha
acquisito il nome di vaccino in virtù della sua capacità di indurre la
produzione di anticorpi, anche la sua efficacia nella prevenzione della
malattia sia automaticamente scontata, senza alcun ulteriore sforzo per
dimostrare la veridicità dei fatti. Allo scopo di dimostrare l’azione
immunizzante dei vaccini nella prevenzione delle malattie, alla metà dei
partecipanti di uno studio clinico, scelti in modo casuale, andrà
somministrato un placebo del vaccino “in cieco”, ossia senza che i soggetti e
il medico sappiano che cosa sia la sostanza che verrà assunta. Questa pratica
è ritenuta contraria all’etica perché in teoria si permette scientemente che il
gruppo di controllo che assume il placebo contragga la malattia nel corso
della sperimentazione. La moderna etica della medicina convenzionale non
può permettere una situazione di questo tipo, perciò l’efficacia dei vaccini
nella prevenzione delle malattie è raramente oggetto di studio diretto.
Piuttosto, le conclusioni si desumono dall’efficacia dimostrata dal vaccino
nell’indurre la produzione degli anticorpi e dall’interpretazione delle

statistiche sull’occorrenza della malattia dopo l’introduzione della
vaccinazione nella popolazione generale. Se l’incidenza della malattia
continua a diminuire dopo l’introduzione del vaccino, il merito viene
attribuito al vaccino stesso. Se invece l’incidenza aumenta (vedi l’esempio
della pertosse nel Capitolo 11), beh… allora la conclusione è che il vaccino
non è stato somministrato con sufficiente frequenza, e questo impone
l’aggiunta di un’altra iniezione di richiamo* nel programma di vaccinazioni.
È contrario all’etica e politicamente inaccettabile chiedere che l’efficacia
di un vaccino nel prevenire una malattia venga stabilita da uno studio clinico
controllato randomizzato, ma potremmo domandarci: è etico approvare una
procedura biologicamente invasiva e clinicamente rischiosa come una
vaccinazione, senza una prova diretta della sua efficacia ai fini della
prevenzione? È etico imporre a un neonato sano, in assenza di ogni
incombente minaccia di malattie mortali, il rischio di una reazione avversa al
vaccino, senza garantire nemmeno un’effettiva protezione futura? È etico far
morire una persona regolarmente vaccinata per effetto di una malattia per la
quale il vaccino era stato studiato, senza però verificarne la capacità di
prevenzione?
Forse non siamo consapevoli che le nostre certezze rispetto agli effetti
protettivi dei vaccini si basano in buona parte su motivazioni prive di solido
fondamento scientifico. Ci sono motivazioni teoriche per imporre i vaccini?
Nel prossimo capitolo andremo a fondo di questo interrogativo.

CAPITOLO 5

SMITIZZAZIONE DELLA MEMORIA
IMMUNOLOGICA*

G

li immunologi pensano di avere una solida spiegazione teorica
dell’immunità. Sostengono che l’immunità naturale è il risultato della
memoria immunologica ad agenti patogeni precedentemente incontrati.
L’equiparazione di immunità e memoria immunologica è l’aspetto più
importante del dogma immunologico. Senza questo pilastro, l’immunologia
non avrebbe una base teorica per imporre le vaccinazioni come misura
preventiva delle malattie. Nei capitoli precedenti, abbiamo visto che
all’immunologia manca anche una base fondata sull’evidenza, perciò la teoria
è il suo unico punto di forza. Ma anche questo prezioso punto di forza è
viziato alla radice.
Che cos’è esattamente la memoria immunologica? I manuali di
immunologia la definiscono come la capacità del sistema immunitario di
generare una produzione più rapida e consistente di anticorpi atti a
combattere un antigene* precedentemente inoculato – una biomolecola o un
frammento estraneo – dopo un secondo contatto con lo stesso antigene.
Poiché di solito gli immunologi evitano di lavorare con i microrganismi
patogeni, il concetto di memoria immunologica è stato stabilito senza
verificarlo su veri batteri o virus*, ma solo su proteine isolate.
Gli immunologi hanno scoperto che gli antigeni proteici purificati da soli
non hanno la capacità di indurre la produzione di anticorpi negli esseri umani
e negli animali (i recipienti*): per ottenere questo effetto, un antigene
proteico dev’essere mischiato con un adiuvante* – una sostanza citotossica*
come i sali di alluminio o allume* – prima di essere inoculati nei recipienti.
Per generare un incremento della produzione degli anticorpi, i recipienti
devono ricevere una seconda iniezione dello stesso antigene proteico, ma

questa volta l’inclusione dell’adiuvante è opzionale. La risposta primaria agli
antigeni proteici è lenta, debole e legata agli adiuvanti, mentre le risposte
secondarie o terziarie (richiami) sono più rapide, di maggiore entità e non
dipendono dall’adiuvante. Questa differenza fra la risposta immunitaria
primaria e secondaria definisce il concetto di memoria immunologica.
Si tenderebbe a sperare che se la seconda volta il sistema immunitario è in
grado di rispondere con più rapidità, forse l’immunità alla malattia dipenda
da questa risposta immunitaria più immediata. Tuttavia, nonostante la sua
logica affascinante, sottoposta a ulteriore indagine questa idea si è rivelata
erronea. Quando gli immunologi hanno cominciato a verificare se gli antigeni
non proteici fossero in grado di indurre la memoria immunologica, ad
esempio polisaccaridi* o particelle complesse con strutture ripetitive, hanno
scoperto che questi antigeni si comportano in modo del tutto differente: non
stimolano una risposta anamnestica* – ossia livelli più alti e rapidi di
produzione di anticorpi – nemmeno quando vengono inoculati più volte.
I batteri più problematici trasportano sulla superficie capsule di
polisaccaridi, e tutti i virus sono particelle complesse con molecole di
superficie ripetitive. Significa che i veri agenti patogeni non sollecitano la
memoria immunologica? Proprio così. Come si acquisisce dunque l’immunità
naturale a questi microrganismi patogeni, se non attraverso la memoria
immunologica? Ci dev’essere un’altra spiegazione, ma quale? Dopo duecento
anni di ricerca, gli immunologi non hanno ancora trovato una risposta.
Inoltre, non vogliono ammettere di non averla trovata.
Il dogma che equipara l’immunità naturale alla memoria immunologica
persiste malgrado il fatto che non è applicabile ai veri agenti patogeni, e
pochi patologi avvertono il resto dei colleghi in merito a questa confusione
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16824138). Nel frattempo, il resto della
comunità immunologica sembra ignorare questi avvertimenti: la priorità
assoluta della moderna ricerca immunologica è diventata proprio la
perpetuazione di questo falso dogma, in quanto offre una base razionale alla
moderna strategia degli adiuvanti per la messa a punto dei vaccini e assicura
il monopolio dell’immunologia nelle politiche sanitarie pubbliche. Tuttavia, il
costo dell’adesione a questo dogma è enorme: è la salute dei nostri bambini.
Il prossimo capitolo spiega il perché.

CAPITOLO 6

IL CAVALLO DI TROIA DEI VACCINI

S

e il modello sperimentale della memoria immunologica non fornisce una
spiegazione adeguata dell’immunità ai veri microrganismi patogeni, si
può tuttavia dire che rappresenti un altro fenomeno a noi familiare? La
risposta è sì. Sto parlando di un processo immunitario degenerato detto
allergia.
Proprio come indica il modello della memoria immunologica, le reazioni
allergiche diventano più forti con ogni successiva esposizione a un
allergene*. Inoltre, la maggior parte degli allergeni è costituita da proteine o
pezzi di proteine chiamati peptidi*, e anche questo rientra bene nel modello
della memoria immunologica. L’esposizione primaria a un allergene dipende
dagli adiuvanti e si definisce sensibilizzazione*. Una volta che questo
processo ha avuto luogo, le esposizioni successive allo stesso allergene
generano più anticorpi e scatenano reazioni allergiche che in questo stadio
non sono legate all’adiuvante.
L’allergia è un processo complesso che si articola in diversi stadi. Si dà il
caso che il modello della memoria immunologica ne descriva soltanto uno –
quello della produzione di anticorpi – ma senza spiegarne le conseguenze.
Poi gli anticorpi si legano ai loro recettori* sulla superficie dei granulociti* –
cellule specializzate del sistema immunitario – dove restano, pronti a reagire
all’allergene per combattere il quale sono stati prodotti. Non appena questi
anticorpi percepiscono la presenza dell’allergene, stimolano i granulociti a
rilasciare dai loro granuli sostanze irritanti. L’attività dei granulociti porta a
vari sintomi allergici: a seconda del tipo e della sede dei granulociti
impegnati in questa risposta, le reazioni allergiche si possono manifestare
come dermatite atopica* (sulla pelle), esofagite eosinofila* (nell’esofago),
attacco d’asma (nel tratto respiratorio) o shock anafilattico* sistemico
mortale (nel sangue).

I tipici allergeni alimentari sono proteine o peptidi in grado di indurre
risposte anamnestiche, ossia reazioni immuni o allergiche che diventano più
gravi ad ogni successiva esposizione. Ma per avviare questo processo di
aggravamento è necessario che una proteina o un peptide non completamente
digeriti passino dall’intestino al tessuto linfoide* in presenza di un adiuvante:
senza quest’ultimo, non si avrà alcuna reazione immunitaria a una proteina o
a un peptide, e non si genera un antigene.
La buona notizia è che noi tutti non reagiamo ad ogni possibile proteina
che ingeriamo o respiriamo, perché normalmente non sono accompagnate da
adiuvanti. Anche i peptidi problematici e difficili da digerire, come quelli
derivati dalla frutta a guscio o dai cereali, non diventano allergeni in modo
autonomo. Quando capita il contrario, dobbiamo individuare l’adiuvante che
permette loro di attuare questa trasformazione. Come ho già indicato nel
Capitolo 5, i sali di alluminio esercitano un forte effetto adiuvante. Forse
quando cerchiamo di scoprire la causa di alcune allergie alimentari,
dovremmo esaminare il lievito che contiene sali di alluminio o i farmaci
antiacido contenenti alluminio.
Di solito associamo le allergie con l’ambiente o con gli alimenti, ma c’è
un altro importante fattore scatenante: i vaccini che contengono l’allume
come adiuvante con il preciso scopo di renderli immunogeni, ossia in grado
di indurre la produzione di anticorpi.
Non sorprende che i vaccini contenenti allume siano basati sul principio
della memoria immunologica. Come è logico aspettarsi, un richiamo
(inoculazione secondaria o terziaria dello stesso vaccino) genera una potente
risposta anamnestica ai componenti del vaccino. Tuttavia, alcuni bambini
sviluppano reazioni avverse para-allergiche*, che si intensificano ad ogni
richiamo, come eruzioni cutanee, problemi gastro-intestinali o respiratori e
addirittura shock anafilattico. Questo graduale aggravamento è pienamente
coerente con la conseguenza non intenzionale, ma totalmente prevedibile
della memoria immunologica.
Il numero di vaccini contenenti allume è aumentato nel corso dei decenni.
Attualmente [al 2012, negli USA; N.d.R.] comprende i vaccini per l’epatite B
o HBV (HepB)*, per difterite-tetano-pertosse acellulare (DTaP), per l’ epatite
A (HepA)*, il vaccino coniugato contro l’Haemophilus influenzae di tipo B
(Hib)* e il vaccino coniugato contro lo pneumococco (PCV). Questi vaccini
vengono inoculati più volte durante il primo anno di vita, e alcuni continuano
a essere iniettati periodicamente anche in età adulta (per esempio il Td o

antitetanico e antidifterico). Anche uno dei più recenti, il Gardasil®*,
studiato per gli adolescenti e i giovani adulti, contiene allume.
Le proprietà adiuvanti dell’allume sono state individuate negli anni Venti,
e poiché non si erano evidenziate grosse reazioni immediate, per almeno un
secolo questa sostanza è stata considerata sicura e biologicamente inerte e
adatta per l’impiego nei soggetti umani. L’azione adiuvante era stata
erroneamente attribuita alla insolubilità e all’effetto depot*, che gli permette
di intrappolare stabilmente la proteina e contribuire così alla persistenza del
vaccino.
Tutto però è cambiato alla fine degli anni 2000, quando un gruppo di
scienziati ha dimostrato gli effetti drastici dell’allume sul sistema
immunitario. Anzitutto, si è scoperto che la formazione di depot stabili non
era
necessaria
per
l’effetto
adiuvante
dell’allume
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20876456). Inoltre, lungi dall’essere una
sostanza biologicamente inattiva, l’allume era capace di attivare i granulociti
e le cellule che presentavano antigeni in grado di stimolare il sistema
immunitario
alla
produzione
di
anticorpi
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15205534
e
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19734227). Negli esperimenti sugli animali,
la somministrazione orale o parenterale* dell’allume rendeva gli animali
allergici ai componenti alimentari contemporaneamente consumati o iniettati
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19210370
e
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17850381). Alla luce di queste nuove
scoperte biologiche, la presunta sicurezza dell’allume nei vaccini e il suo
effetto generale sull’insorgenza delle allergie dovranno essere sottoposti a un
attento riesame.
Ci siamo mai domandati come mai i casi di allergia mortale stiano
aumentando fra i nostri bambini? I medici non sembrano averne la più pallida
idea, ma potrebbero avere la risposta proprio sotto il naso: nell’allume
derivato dai vaccini che praticano regolarmente ai nostri bambini. Potremmo
esserci procurati un cavallo di Troia sotto le false spoglie di una
vaccinazione.

CAPITOLO 7

LA VAGA DEFINIZIONE
DELLA SICUREZZA DEI VACCINI

Q

uanto alla sicurezza generale dei vaccini, perché i loro effetti avversi
vengono monitorati per circa due o tre settimane al massimo? È una
coincidenza che anche la maggior parte delle malattie infettive abbiano un
analogo periodo di incubazione*?
Molti vaccini sono prodotti con virus modificati: quando si isola un virus
patogeno*, lo si rende attenuato con un procedimento per tentativi. Dal
momento che la procedura di attenuazione è suscettibile a errori, c’è un
rischio che il virus del vaccino possa rimanere abbastanza virulento da
indurre la malattia stessa. Il virus del vaccino orale contro la poliomielite*,
per esempio, causa questa malattia in circa un caso su mezzo milione di
recipienti. Quando l’incidenza della poliomielite causata dal vaccino OPV
supera quella dovuta al virus di tipo selvatico*, il suo impiego non è più
giustificato.
Per questo motivo, nel 1987 il vaccino OPV è stato sostituito con quello
inattivato, per evitare casi di poliomielite indotti dal vaccino stesso. Negli
Stati Uniti, il vaccino IPV è ancora oggi compreso nel programma di
vaccinazioni per l’infanzia benché nelle Americhe il poliovirus di tipo
selvatico sia stato dichiarato eradicato circa vent’anni fa. Il precedente
vaccino OPV è ancora usato in Paesi in cui il poliovirus di tipo selvatico non
è stato completamente estirpato, e dove il vaccino IPV appare inefficace. Per
inciso, l’efficacia del vaccino IPV ai fini della protezione dalla poliomielite
non è mai stata verificata.
Si noti che non tutti i vaccini sono costituiti da virus vivi attenuati*: molti
contengono componenti virali o batterici isolati (proteine o coniugati di
proteine e polisaccaridi) e l’adiuvante allume. I componenti patogeni (con

l’eccezione di alcune tossine batteriche*) non sono in grado di indurre la
malattia del corrispondente agente patogeno. Perciò, quando si garantisce ai
genitori che per esempio il vaccino per l’epatite B è molto sicuro, questa
rassicurazione significa soltanto che ci sono zero possibilità che il vaccino
possa causare l’epatite B. E questo è assolutamente vero, dal momento che
questo vaccino non contiene il virus intero, ma solo i suoi componenti,
“coltivati” nelle cellule di lieviti. Eppure, dopo la somministrazione di questo
vaccino si sono avuti casi di neonati morti (http://thinktwice.com/hepb.htm e
http://iansvoice.org/default.aspx). Analogamente, il Gardasil® (un vaccino
prodotto con componenti del papillomavirus umano) non ha alcuna
possibilità di causare lesioni ai genitali, a differenza del papillomavirus
vivo*: in questo senso il Gardasil® è un vaccino molto sicuro. Tuttavia, ci
sono numerosi casi di adolescenti in piena salute che sono morti di terribili
problemi neurologici dopo la somministrazione di una serie di iniezioni di
questo vaccino (http://truthaboutgardasil.org/).
Il pericolo potenziale dei vaccini contenenti allume, compresi quello per
l’epatite B e il Gardasil®, è di natura diversa rispetto ai vaccini virali vivi
attenuati (che presenteremo nel Capitolo 11), perciò la loro sicurezza
dev’essere valutata in modo differente. I vaccini contenenti allume pongono
un pericolo di sensibilizzazione, un processo silente senza sintomi osservabili
nell’immediato. Un richiamo negli individui suscettibili potrebbe però
precipitare una reazione allergica o addirittura autoimmune con conseguenze
permanenti. La suscettibilità alle lesioni gravi da vaccino potrebbe essere
genetica o legata all’alimentazione. Se avessero la possibilità di studiare i
danni da vaccino, gli scienziati sarebbero in grado di prevedere tale
suscettibilità e di prevenire conseguenze future. Tuttavia, fintanto che i
vaccini contenenti allume verranno proclamati sicuri sulla base di criteri tanto
assurdi e inadeguati, le ricerche di questo tipo non saranno mai finanziate con
i fondi federali (per approfondimenti sul finanziamento della ricerca, vedi
l’Appendice).

CAPITOLO 8

LA FALSA PROVA DI IMMUNITÀ

N

ei capitoli precedenti abbiamo esaminato i vaccini contenenti allume e
le conseguenze della memoria immunologica che inducono. Un’altra
classe di vaccini senza allume è prodotta con virus vivi attenuati o inattivati: i
vaccini MMR (morbillo/parotite*/rosolia*), quelli contro la varicella* e il
rotavirus*, il vaccino OPV/IPV (antipoliomielite orale/antipoliovirus
inattivato) e, ultimo ma non meno importante, il vaccino antinfluenzale.
Questi vaccini non contengono allume perché i virus sono particelle
complesse che non richiedono l’aggiunta di adiuvanti per indurre la
produzione di anticorpi: essi perciò lavorano in modo diverso rispetto a quelli
contenenti allume.
I vaccini virali attenuati o inattivati inducono la produzione di anticorpi
dei corrispondenti virus di tipo selvatico. Ufficialmente, il rinvenimento nel
siero di anticorpi virus-specifici costituisce una “prova” sierologica
dell’immunità alla malattia corrispondente. Va detto però che tale “prova” è
in qualche modo fuorviante perché crea un’illusione di protezione indotta dai
vaccini. Un test sierologico* positivo è prova di immunità solo in assenza di
vaccinazione. Negli individui vaccinati, un test sierologico di immunità è
biologicamente non significativo.
In assenza di vaccinazione, un test sierologico positivo può essere
ragionevolmente interpretato come un’indicazione di immunità: in questo
caso, la presenza di anticorpi virus-specifici significa che nel passato ha avuto
luogo un’esposizione naturale al virus (con o senza una malattia clinicamente
osservabile). Poiché di solito l’esposizione naturale porta a immunità a vita,
un’indicazione che questa esposizione è avvenuta ha elevate possibilità di
essere correlata all’immunità.
Per quale motivo un test sierologico positivo non garantisce l’immunità

dopo la vaccinazione? Negli animali da ricerca immunizzati con il virus della
stomatite vescicolare* che era stato attenuato mediante irradiazione UV, gli
anticorpi virus-neutralizzanti (protettivi) contro il VSV vivo sono stati
prodotti per un periodo di tempo molto più breve rispetto agli anticorpi virusspecifici (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11069289). Questa discrepanza
nella durata della produzione di anticorpi virus-specifici rispetto a quella di
anticorpi virus-neutralizzanti dimostra che la rilevazione di anticorpi virusspecifici dopo la vaccinazione non implica necessariamente anche protezione
contro il virus di tipo selvatico.
I test sierologici che forniscono la “prova” dell’immunità nei soggetti
umani non sono studiati per valutare la capacità virus-neutralizzante degli
anticorpi: misurano soltanto i livelli di anticorpi virus-specifici. Perciò questi
test non possono indicare quando scompaiono gli anticorpi neutralizzanti
indotti dal vaccino e con essi la protezione contro la malattia.
Le cosiddette malattie virali* “prevenibili con il vaccino” possono
presentarsi in individui regolarmente vaccinati già da tre a cinque anni dopo
la vaccinazione. Io stessa ho contratto il morbillo a 11 anni dopo essere stata
vaccinata all’età di 2 e 5 anni. Il sito web Inside Vaccines
(www.insidevaccines.com) fornisce ulteriori esempi di diffusi insuccessi
clinicamente documentati di vaccinazioni infantili di routine eseguite con
vaccini virali attenuati come quello contro morbillo-parotite-rosolia o quello
contro la varicella per prevenire le epidemie fra gli adolescenti (per gli
indirizzi web, vedi l’Appendice).
I vaccini non ci proteggono a vita, come noi tutti crediamo: in realtà
pospongono la suscettibilità alle malattie corrispondenti senza tuttavia
estinguerla completamente. Quando i bambini vengono vaccinati contro la
varicella, per esempio, tornano a essere vulnerabili al virus dopo che l’effetto
protettivo del vaccino si è esaurito. A quel punto probabilmente saranno
adolescenti o adulti, quando la varicella è più difficile da tollerare. Inoltre, se
posposte all’età adulta, altre blande malattie infantili possono avere
conseguenze gravissime. La parotite contratta dopo la pubertà è pericolosa
per i soggetti maschi per il suo potenziale rischio di sterilità, e la rosolia è
pericolosa per le gestanti per il rischio di provocare difetti congeniti nel feto.
Quando vaccinano i nostri figli, i medici ci informano sulle conseguenze del
ritardo di suscettibilità alle malattie virali indotto dai vaccini?

CAPITOLO 9

IL PARADOSSO DEI VACCINI:
INVECE DI PREVENIRE, COMPLICANO

F

inora abbiamo esaminato il modo in cui i vaccini manipolano il sistema
immunitario per ottenere protezione temporanea dalle malattie virali. Ora
è il momento di esaminare come funziona l’immunità naturale alle malattie e
come la vaccinazione elimina l’immunità naturale e interferisce con
l’immunoprotezione materna degli infanti.
Il sistema immunitario degli infanti è immaturo e non è in grado di gestire
in modo efficace i virus naturali e nemmeno i virus artificialmente attenuati
dei vaccini. Le madri naturalmente immuni – ossia quelle che hanno contratto
le malattie virali durante l’infanzia – proteggono i loro bambini da queste
malattie con il trasferimento passivo della loro immunità per il tramite della
placenta durante la gravidanza e del latte materno dopo il parto. Gli
immunologi sono convinti che il trasferimento dell’immunità passiva dipenda
dagli anticorpi virus-neutralizzanti nel siero e nel latte materno delle madri
immuni. È interessante notare che le femmine dei mammiferi sono capaci di
livelli molto più elevati di produzione di anticorpi rispetto ai maschi.
Probabilmente questo fenomeno rappresenta un adattamento evolutivo
dovuto alla necessità di proteggere la prole tramite trasferimento passivo di
anticorpi per tutta l’età riproduttiva.
Se la madre è naturalmente immune, un’eventuale esposizione del
bambino al virus durante l’allattamento porterebbe a un’infezione
asintomatica* con conseguente immunità a vita a quel particolare virus. Se
esposto per la prima volta allo stesso virus solo dopo lo svezzamento, il
bambino contrarrebbe la malattia e acquisirebbe comunque l’immunità a vita.
Molte malattie virali vengono talvolta definite “infantili” proprio perché,
prima dell’istituzione delle vaccinazioni infantili obbligatorie, venivano

contratte prevalentemente durante l’infanzia. Gli infanti erano protetti
dall’immunità materna, mentre gli adulti dall’immunità a vita che avevano
acquisito durante l’infanzia. L’impiego dei vaccini ha cambiato questo
schema.
A differenza dell’esposizione naturale ai virus, che avviene tramite le
mucose, la maggior parte dei vaccini virali vivi attenuati o inattivati viene
somministrata mediante un’iniezione. Questa via di esposizione induce la
produzione di anticorpi a livello del siero, non delle mucose. Poiché solo
l’esposizione delle mucose contribuisce alla produzione di anticorpi nella
ghiandola mammaria, le madri vaccinate non hanno la capacità di trasferire
gli anticorpi indotti dal vaccino ai loro bambini mediante l’allattamento.
Inoltre, le mamme vaccinate hanno livelli inferiori di anticorpi virus-specifici
nel siero in confronto alle mamme naturalmente immuni, perciò attraverso la
placenta trasmettono al feto meno anticorpi protettivi rispetto alle madri
naturalmente immuni, se non addirittura nessuno. Per questi motivi nei primi
anni Novanta, quando il morbillo era ancora endemico* negli Stati Uniti, nei
bambini nati da madri vaccinate era stato riscontrato un rischio maggiore di
contrarre questa malattia rispetto a quelli nati da mamme naturalmente
immuni (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10545585).
Contrarre il morbillo durante l’infanzia è un fattore di rischio per lo
sviluppo di una fatale infezione al cervello detta panencefalite subacuta
sclerosante* (SSPE). Negli Stati Uniti la frequenza dell’SSPE era molto più
elevata nei primi anni Novanta (circa 12 casi di SSPE collegati a un’epidemia
di morbillo che coinvolgeva solo 55.622 casi), in confronto agli anni Sessanta
e Settanta, in cui si erano registrati 8,5 casi di SSPE su un milione
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16235165). Questo aumento pari a
venticinque volte la frequenza riscontrata nei decenni precedenti si può
spiegare con una maggior probabilità per gli infanti di contrarre il morbillo
nei primi anni Novanta a causa della mancanza di immunoprotezione
materna. Questa mancata immunoprotezione può essere a sua volta attribuita
alla vaccinazione delle madri durante l’infanzia. Negli Stati Uniti, la
vaccinazione antimorbillo obbligatoria nell’infanzia era stata avviata nei
primi anni Sessanta: questo intervento aveva negato a molte future mamme la
possibilità di contrarre il morbillo in un’età sicura e acquisire quell’immunità
naturale che avrebbe protetto anche i loro figli.
L’uso persistente del vaccino contro morbillo-parotite-rosolia ha privato
una generazione di madri e i loro bambini dell’immunità naturale alle

corrispondenti malattie virali. Il vaccino stesso non può essere usato per
proteggere gli infanti perché iniettare virus vivi attenuati in così tenera età è
pericoloso e inutile. Potremo ora domandare ai funzionari responsabili delle
vaccinazioni, che cosa ci resti da fare. Quale soluzione hanno in serbo per
noi?
Benché negli Stati Uniti il morbillo, la parotite e la rosolia non siano più
endemici da tempo, c’è sempre il rischio di contrarre queste malattie quando
si visitano Paesi in cui sono ancora diffuse. Perciò è prudente che le mamme
prive di immunità naturale a queste malattie evitino di recarsi in queste zone
durante la gravidanza o in compagnia di bambini piccoli finché questi non
avranno superato i 2 anni e saranno perfettamente in grado di affrontare le
malattie infantili senza sviluppare complicanze. Inoltre le immunoglobuline
di morbillo, parotite o rosolia (ma non il vaccino stesso) possono fornire una
protezione a breve termine dopo che l’esposizione virale ha già avuto luogo.
I vaccini virali vivi attenuati riducono l’incidenza generale delle
corrispondenti malattie virali rendendo il nostro corpo inaccessibile ai virus
di tipo selvatico per un periodo che va da tre a cinque anni dopo la
vaccinazione. I virus sono parassiti molecolari che non sono in grado di
sopravvivere senza un accesso all’organismo ospite. Limitando il loro habitat
(ossia il numero di ospiti umani suscettibili), i vaccini trasformano i virus in
specie in via di estinzione, ma da soli non sono tuttavia efficaci ai fini di
un’eradicazione virale. Senza rigorose misure di quarantena, le campagne di
vaccinazione tendono a protrarsi per molti decenni e ad abbracciare diverse
generazioni. Esse impediscono alla maggioranza della popolazione umana di
sviluppare l’immunità naturale senza tuttavia sterminare completamente il
virus prima che nasca una generazione di bambini privi di immunità naturale.
Fino a un passato recente, nelle società ben nutrite, il morbillo, la parotite e la
rosolia erano blande malattie infantili: ora invece sono malattie da temere a
cui appellarsi per allarmare la popolazione e promuovere ulteriori campagne
di vaccinazione. E un buon motivo c’è, anche se non è quello che ci viene
detto! Ora queste blande malattie infantili sono pericolose, perché noi esseri
umani le abbiamo rese tali.
Quale altra malattia infantile per ora blanda sarà la prossima ad
aumentare la schiera delle più temute? Beh, naturalmente la varicella. Negli
Stati Uniti abbiamo cominciato a vaccinare contro il virus della varicella a
metà degli anni Novanta, e presto avremo una generazione di madri e
bambini senza immunità naturale prima della completa eradicazione del

virus. Dobbiamo porre termine alla vaccinazione di massa contro la varicella
prima che capiti questo, altrimenti questa malattia diventerà un morbo
pericoloso per la generazione dei nostri nipoti, così come lo è il morbillo per i
nostri neonati.
L’interruzione del ciclo naturale del trasferimento di immunità fra madre
e bambino è una conseguenza pericolosa e irreversibile delle attuali
campagne di vaccinazione prolungate. Il rischio di contrarre la malattia è
semplicemente posposto dall’infanzia all’età adulta, mentre i più piccoli nella
loro vulnerabilità sono lasciati senza alcun tipo di protezione. Il paradosso dei
vaccini è che riducono l’incidenza generale delle malattie infantili, ma le
rendono enormemente più pericolose per la generazione successiva.
Siamo arrivati al punto di accettare che, malgrado i vaccini possano
causare danni a singoli individui, sono comunque benefici per la società nel
suo insieme. Ci vien detto che sono per il bene comune. Ma è davvero così?

CAPITOLO 10

LA ROULETTE RUSSA
DEI VACCINI INFLUENZALI

G

li anticorpi hanno una proprietà insolita: il loro effetto sul sistema
immunitario è diverso a seconda che si leghino a una proteina o a una
particella complessa. Quando anticorpi preesistenti si legano a una proteina,
inducono il sistema immunitario a sviluppare più anticorpi contro quella
particolare proteina. Questo processo si definisce “potenziamento mediato da
anticorpi” (o boost) della risposta immunitaria ed è la base della memoria o
sensibilizzazione immunologica alle proteine nei vaccini contenenti allume,
come già descritto nei Capitoli 5 e 6.
Invece, quando gli anticorpi preesistenti si legano a una particella
complessa (per esempio un virione* o un batterio), agiscono in modo
opposto: impediscono la risposta immunitaria a quella particella. Questo
processo si definisce soppressione mediata da anticorpi*.
Questo meccanismo previene inutili picchi nella produzione degli
anticorpi dopo che sono stati raggiunti livelli sufficienti, ma può tuttavia dar
luogo a un grave problema, un fenomeno detto peccato originale antigenico*
che si verifica quando anticorpi neutralizzanti preesistenti partecipano a una
reazione crociata* con l’organismo patogeno, ma non gli corrispondono
perfettamente, con conseguente riduzione della loro capacità di legame (o
“bassa affinità”) con l’agente patogeno. La reattività crociata permette a
questi anticorpi di sopprimere la risposta immunitaria contro il
microrganismo patogeno, ma la loro bassa affinità impedisce loro di
eliminarlo del tutto. Il peccato originale antigenico blocca il sistema
immunitario, permette all’infezione di progredire senza impedimenti e
favorisce la condizione patologica.
In seguito alla rapida evoluzione dei ceppi di virus influenzali, gli

anticorpi preesistenti contro l’influenza hanno il potenziale di creare le
condizioni per una grave forma di questa malattia inducendo lo stato del
peccato antigenico. Nel 2009 potrebbe essersi verificato proprio questo: la
caratteristica atipica dell’influenza A/H1N1 (influenza suina*) del 2009 era la
sua estrema gravità e un’elevata mortalità fra adulti per il resto sani, una
popolazione che normalmente non è a rischio di complicanze influenzali. È
interessante notare che uno studio epidemiologico condotto in Canada ha
documentato un maggior rischio di influenza suina seguita clinicamente in
coloro cui nel 2008 era stata somministrata la vaccinazione stagionale
antinfluenzale
rispetto
a
chi
non
l’aveva
ricevuta
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20386731). Inoltre, il peccato antigenico per
il ceppo del vaccino H1N1 del 2009 è stato documentato a livello
sperimentale nei recipienti del vaccino stagionale antinfluenzale del 2008,
ricevuto entro tre mesi prima del vaccino influenzale H1N1
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21813667). Perciò le iniezioni stagionali di
vaccino influenzale nel 2008 potrebbero aver contribuito a stabilire lo stato di
peccato antigenico per il virus H1N1 del 2009.
Le vaccinazioni antinfluenzali vengono somministrate annualmente per
prevenire l’influenza stagionale. La loro efficacia corrisponde a non più del
30%, se paragonata alla somministrazione di placebo nei bambini di età
superiore a 2 anni, e in quelli di età inferiore non differisce da quella del
placebo (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18425905). Poiché un vaccino
antinfluenzale può contribuire a creare lo stato di peccato antigenico per un
nuovo ceppo del virus influenzale, farsi vaccinare equivale a giocare alla
roulette russa: nel migliore dei casi potrà contribuire in misura molto limitata
alla prevenzione dell’influenza stagionale; nel peggiore invece potrebbe
contribuire a creare nel sistema immunitario condizioni tali da trasformare la
successiva forma influenzale in una malattia mortale. È perciò inaccettabile
che queste vaccinazioni si consiglino a bambini di appena 6 mesi e vengano
imposte ai professionisti della salute per il mantenimento del posto di lavoro:
beh, inaccettabile, ma dopo tutto per nulla sorprendente.

CAPITOLO 11

VINCERE LE BATTAGLIE
MA PERDERE LA GUERRA

P

erché abbiamo paura delle malattie virali? Temiamo i loro sintomi acuti
come febbre, dolori, tosse, esantemi* o linfonodi* gonfi? Questi sintomi
sono passeggeri, e per quanto sgradevoli, per la maggior parte di noi non
sono mortali e non causano danni permanenti. Le malattie virali possono
causare complicanze mortali solo nei neonati non protetti dall’immunità
materna e negli individui gravemente malnutriti o immunosoppressi*.
Tuttavia, scegliere di ricorrere a un vaccino vivo attenuato o inattivato non
serve necessariamente a evitare il rischio di complicanze. Questi vaccini
possono indurre la sindrome di Guillain-Barré*, attacchi epilettici*,
encefalopatia* e altro ancora, complicanze equivalenti a quelle che
potenzialmente possono insorgere per una malattia naturale in individui
malnutriti o immunocompromessi* (per le fonti in tema di sicurezza dei
vaccini, vedi l’Appendice). Inoltre, poiché i vaccini non garantiscono
immunità a vita, rimane sempre il rischio di contrarre comunque la malattia o
di scegliere di praticare un’altra iniezione con le stesse complicanze
potenziali.
Un grave problema che può subentrare dopo una malattia virale o
insorgere spontaneamente è una malattia batterica invasiva come la
polmonite, la meningite* o l’encefalite*. Sono queste condizioni batteriche
che dovremmo riuscire a evitare.
Possiamo garantire la protezione dalle malattie batteriche invasive
mediante una vaccinazione? Dopo tutto, i vaccini antibatterici sono molto
efficaci nell’eliminare i ceppi batterici per i quali sono studiati. Il problema è
che i vaccini coprono soltanto una frazione minima della grande biodiversità
dei ceppi batterici. Quando si eliminano quelli per i quali i vaccini sono stati

creati, altri ceppi prendono il sopravvento. Dopo l’introduzione del vaccino
Hib, per esempio, c’è stato un drastico calo delle malattie invasive causate
dall’Haemophilus influenzae* di tipo B, che è il solo target di questo vaccino.
Questa riduzione di malattie collegate all’Hib è stata accompagnata
dall’aumento di malattie invasive causate da altri tipi di H. influenzae
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10982068
e
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12508153). Utilizzando i vaccini contro i
batteri vinciamo le battaglie ma perdiamo la guerra.
La pertosse è un altro esempio di campagna di guerra mal condotta contro
i batteri. Negli Stati Uniti era stata una malattia in declino negli anni
precedenti, quando era in uso il vaccino antipertosse a cellule intere (wP).
Quest’ultimo però aveva rivelato uno scarso livello di sicurezza, perciò a
metà degli anni Novanta era stato sostituito con il vaccino antipertosse
acellulare (aP). In seguito, negli Stati Uniti la pertosse aveva cominciato a
riemergere
nonostante
l’estensiva
copertura
vaccinale*
(http://apps.who.int/gho/data/node.main.170?lang=en).
Il vaccino apertosse acellulare include proteine isolate ricavate dal
batterio B. pertussis. C’è però un altro ceppo batterico che può causare la
pertosse: il B. parapertussis. Il nuovo vaccino apertosse acellulare garantisce
protezione solo contro il B. pertussis, ma non contro il B. parapertussis,
mentre il vecchio vaccino apertosse acellulare era efficace contro entrambi i
ceppi (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15121300). Di conseguenza, il
riemergere della pertosse negli Stati Uniti in seguito al passaggio al vaccino
apertosse acellulare potrebbe essere dovuto all’eliminazione selettiva del B.
pertussis, che ha permesso al B. parapertussis resistente al vaccino di
prendere il sopravvento.
Normalmente, l’infezione da B. parapertussis provoca una forma blanda
di pertosse. Tuttavia, negli animali da laboratorio cui era stato iniettato il
vaccino apertosse acellulare e che in seguito erano stati infettati con il B.
parapertussis si è riscontrata l’infezione in misura quaranta volte superiore
rispetto agli animali infettati con lo stesso batterio ma in assenza di
vaccinazione
apertosse
acellulare
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20200027). In altre parole, il vaccino aP
pregiudicava la risposta immunitaria dell’ospite e facilitava l’infezione invece
di prevenirla.
Se negli ultimi dieci anni il B. parapertussis è diventato il ceppo
predominante della pertosse negli Stati Uniti, probabilmente significa che

utilizzando il vaccino apertosse acellulare stiamo trasformando il blando
batterio B. parapertussis in una malattia grave. Tra l’altro, la risposta di
emergenza dei funzionari sanitari alla dilagante epidemia di pertosse in
California nel 2011 è stata l’introduzione di un ulteriore richiamo per i
bambini di età superiore a 12 anni e per gli adulti allo scopo di “proteggere” i
più piccoli. Insomma: insistiamo a fare ciò che non funziona nella speranza
che improvvisamente si metta a funzionare.

CAPITOLO 12

UN NUOVO RAPPORTO CON I GERMI

V

i siete mai chiesti come mai il nostro attuale modello convenzionale di
salute e malattia consideri i germi dei nemici?
Questa concezione deriva dal lascito di Louis Pasteur, padre della
microbiologia e scopritore di microrganismi come i lieviti e i batteri. Il suo
enorme contributo alla medicina è stato fornire le prove di ciò che i suoi
meno apprezzati predecessori, fra cui Ignaz Semmelweis (1818-1865),
avevano già intuito, e cioè che buona parte dei decessi derivanti dalle
procedure mediche nei secoli precedenti era dovuta alla contaminazione delle
ferite ad opera dei germi, contaminazione che avrebbe potuto essere evitata
con un’igiene migliore. La sterilizzazione degli strumenti chirurgici e una
corretta igiene delle ferite hanno fatto un’enorme differenza nel campo della
medicina, riducendo la mortalità dovuta alle procedure mediche nei reparti
ospedalieri.
Tuttavia, la scoperta di Pasteur è stata intesa, forse contro le due stesse
intenzioni, come un’indicazione dei pericoli intrinseci dei microrganismi, non
dei pericoli condizionati da altri fattori. È una tipica caratteristica di noi esseri
umani attribuire la colpa dei nostri problemi a qualche altra causa. Accusiamo
i microrganismi di causare le malattie. Abbiamo dichiarato guerra contro di
loro e usiamo un numero sempre maggiore di vaccini come arma di
sterminio. Ma è davvero una guerra che va combattuta? Che probabilità
abbiamo di vincerla? Non è un segreto che i microrganismi siano adattabili e
in rapida evoluzione: possiamo eradicarne alcuni, ma ne compariranno ancora
di più, pronti a far danno. Perché non riusciamo a capire che i microrganismi
ci procurano problemi sono quando noi umani creiamo condizioni che li
obbligano a farlo?
Lo stress ossidativo* è una delle principali condizioni che rendono i

batteri commensali* pericolosi per la nostra vita. In genere questo termine si
riferisce allo stato che si crea quando il danno cellulare arrecato dalle specie
reattive dell’ossigeno, o radicali liberi*, eccede la capacità dell’organismo di
ripararlo. In queste condizioni, le cellule e gli organi non funzionano come
dovrebbero. Lo stress ossidativo cronico è un componente importante di
molte malattie degenerative della nostra società moderna.
Lo stress ossidativo acuto può far sì che le cellule perdano la loro integrità
e riversino o rilascino il loro contenuto sulla mucosa. Quest’ultima,
esattamente come la pelle quando è integra, è normalmente inospitale per la
proliferazione dei batteri commensali che la abitano. Tuttavia, trovandosi in
un ricco brodo di sostanze nutritive risultanti dai versamenti intracellulari,
questi batteri proliferano e danno luogo a infezioni dell’orecchio, dei seni
paranasali* o di altro tipo più grave.
Le nostre cellule possono evitare lo stato di stress ossidativo quando sono
ben fornite di uno speciale antiossidante detto glutatione* la cui funzione è
far regredire il danno inflitto dai radicali liberi e far tornare le cellule al loro
sano stato funzionale. Quando la scorta di glutatione delle cellule è
sufficiente, non incorriamo in un danno ossidativo cellulare, perciò evitiamo
di creare condizioni favorevoli alle malattie batteriche invasive. In altre
parole, non creiamo quel brodo interno in cui i batteri possono nutrirsi e
moltiplicarsi.
Se il glutatione è così importante per la nostra protezione dalle malattie
batteriche invasive, come possiamo ottenerlo? Assumerlo come integratore è
in ogni caso inutile, perché il glutatione alimentare viene digerito dai succhi
gastrici e non va direttamente ad accrescere le riserve dell’organismo. Per
questo dobbiamo cercare di capire come l’organismo produca il glutatione e
fornirgli con la dieta il precursore necessario.
Il nutriente che limita la velocità di sintesi del glutatione è un
amminoacido detto cistina*, che è presente in tutte le proteine e contribuisce
a mantenere stabili strutture terziarie delle molecole proteiche formando
legami (ponti disolfuro) fra due molecole di cisteina. Quando il calore
distrugge questi ponti disolfuro durante la cottura o la pastorizzazione degli
alimenti, le proteine vengono denaturate*, ossia perdono la loro struttura.
L’intestino non può assorbire le molecole di cisteina che sono state
denaturate dal calore, perché riesce a farlo solo quando le molecole sono
nella loro originale forma non denaturata. Tuttavia, poiché per motivi
culturali e per le indicazioni che riceviamo dalla FDA* tendiamo a cucinare o

pastorizzare tutte le possibili fonti di proteine crude, ci priviamo
costantemente di cisteina riutilizzabile, e di conseguenza siamo
costantemente carenti di glutatione. Questo è uno dei motivi per cui lo stress
ossidativo e le malattie croniche ad esso collegate sono così dilaganti nella
nostra società. Per lo stesso motivo, noi tutti sviluppiamo una propensione a
contrarre infezioni dell’orecchio o dei seni paranasali e rischiamo infezioni
invasive anche più pericolose. È tempo di cercare seriamente di capire come
introdurre in modo sicuro le proteine non denaturate nella nostra dieta
quotidiana, vuoi con latte crudo certificato, pesce crudo di sicura qualità,
bevande e verdure latto-fermentate o alghe altamente proteiche crude come la
spirulina* e la clorella*.
È essenziale che i neonati vengano esclusivamente allattati al seno, poiché
il latte materno è per loro la fonte più sicura di proteine non denaturate. Il
latte in polvere in commercio non è da considerarsi un sostituto. Non
sorprende che l’allattamento al seno si sia dimostrato in grado di ridurre il
rischio
di
infezioni
batteriche
nei
neonati
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9310540
e
www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9169183).
Il glutatione non funziona se isolato: per agire correttamente ha bisogno di
altre sostanze nutritive come la vitamina C. È perciò estremamente
importante mantenere una dieta ricca di sostanze nutritive. Alcune delle gravi
complicanze delle malattie virali, come la cecità acquisita con il morbillo,
sono dovute a carenza cronica di vitamina A, le cui riserve si assottigliano
ancora nel corso di questa malattia. La vitamina D è inoltre assolutamente
determinante per la funzionalità del sistema immunitario. Ottime fonti di
vitamine A e D sono gli alimenti derivati da animali nutriti a erba, come il
burro o il fegato, l’olio di fegato di merluzzo fermentato, e per la vitamina D
anche il sole. Nell’Appendice sono elencate le fonti di informazioni
importanti sul tipo di alimentazione da adottare quotidianamente per
prevenire la malattia.
Siamo arrivati a un punto in cui si impone una scelta consapevole:
combattere la guerra infinita contro i germi e i virus ricorrendo ai vaccini e al
tempo stesso incorrere in danni collaterali sotto forma di lesioni da vaccino,
allergie e decimazione dell’immunità naturale, oppure semplicemente
mantenere il nostro organismo in uno stato di buona nutrizione e di equilibrio
ossidoriduttivo grazie al glutatione così da impedire che i germi diventino un
pericolo per le nostre vite. La scelta è nelle nostre mani.

CAPITOLO 13

PERCHÉ L’OMEOPATIA* È MEGLIO
DEL PARACETAMOLO

N

el Capitolo 12 abbiamo imparato quanto sia importante il glutatione per
la nostra salute e resistenza alle malattie batteriche invasive. Come se
non bastasse l’apporto costantemente scarso di precursori del glutatione
tipico della dieta americana standard, ricorriamo anche a un farmaco da
banco che depriva l’organismo di questa importante risorsa. Questo farmaco
è il paracetamolo* o acetaminofene (noto anche con numerosi marchi, tra cui
il più famoso in Italia è la Tachipirina®).
Nel fegato, il 10-20% di paracetamolo viene convertito in un metabolita*
reattivo altamente tossico detto N-acetil-p-benzochinonimmina o NAPQI
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21296090), che si lega al glutatione e viene
espulso con esso. Se tutte le riserve di glutatione del fegato vengono azzerate
dall’NAPQI, subentra un danno fatale al fegato dovuto a stress ossidativo
acuto nelle cellule epatiche*. Perciò, l’uso del paracetamolo per alleviare il
disagio della risposta immunitaria (naturale o indotta da vaccino) può avere
effetti molto indesiderati dei quali i medici non ci informano quando ci
prescrivono questo farmaco per il resto molto “sicuro” per i nostri bambini.
Evidentemente è molto facile sovradosare il paracetamolo senza
accorgersene.
La Tachipirina® o altri antipiretici* vengono somministrati ai bambini
soprattutto per far diminuire la febbre: noi tutti infatti abbiamo difficoltà a
tollerare la temperatura alta nei bambini, perché temiamo che possa indurre
un danno cerebrale o la morte. Nella nostra paura, dimentichiamo che se il
nostro corpo produce la febbre c’è anzitutto un motivo: è la nostra difesa
contro le complicanze che possono effettivamente causare un danno cerebrale
o la morte, come le malattie batteriche invasive o le tossine. La febbre dà

luogo a temperature disagevoli che limitano la proliferazione dei batteri,
aumentano la produzione di anticorpi e accelerano i tempi delle reazioni
enzimatiche nel fegato volte a eliminare le sostanze tossiche. Quando usiamo
gli antipiretici, andiamo a interferire con il meccanismo della febbre senza
eliminarne la causa. Inoltre, l’uso dei farmaci crea al nostro organismo un
ulteriore aggravio tossico che va gestito utilizzando importanti sostanze
nutritive protettive come il glutatione. Per questi motivi, i farmaci rendono
molto difficile al sistema immunitario gestire le infezioni.
C’è un modo per curare la febbre senza creare ostacoli per il sistema
immunitario e la sua funzionalità? La risposta è sì, lo si può fare con
l’omeopatia. In India è stato condotto uno studio clinico randomizzato per
mettere a confronto l’effetto dei farmaci convenzionali antipiretici e
analgesici con il trattamento omeopatico sull’esito delle infezioni
dell’orecchio
(otite
media
acuta)
nei
bambini
(www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22226309). Quasi tutti i soggetti (39 su 40)
cui veniva somministrata la terapia convenzionale antipiretica-analgesica al
terzo giorno avevano dovuto assumere antibiotici per aiutare a risolvere
l’otite. In netto contrasto, per nessuno dei 38 bambini che erano stati curati
con l’omeopatia si era dovuto far ricorso agli antibiotici per ottenere la
guarigione. Il loro sistema immunitario ci era riuscito da solo.
Che cos’è l’omeopatia, e perché è superiore ai farmaci convenzionali per
il trattamento di febbre, dolore e numerosi altri disturbi? La terapia
omeopatica si differenzia dai farmaci convenzionali per il fatto che lavora
con e non contro il processo di guarigione nel corso di una malattia, aiutando
così ad accelerarne la risoluzione. Se usata correttamente, l’omeopatia
fornisce un’alternativa sicura ed efficace alla gestione della febbre e di altri
sintomi acuti. Il punto cruciale che va qui sottolineato è proprio se usata
correttamente, ossia in conformità ai principi dell’omeopatia. In caso
contrario, il rimedio omeopatico non potrà portare alcun sollievo e i suoi
risultati saranno deludenti. È necessario un po’ di tempo e di impegno per
imparare i principi omeopatici e applicarli con successo, ma una volta che li
si è fatti propri non si è più tentati di tornare alla farmacologia (per le fonti
sull’omeopatia, vedi l’Appendice). In caso di malattia acuta nei bambini, i
genitori dovranno far affidamento sull’aiuto di un omeopata professionale per
la scelta del rimedio omeopatico adeguato.
Finora all’omeopatia si è negato lo stato di scienza legittima per il fatto
che non comprendiamo il funzionamento dei suoi rimedi. Questi vengono

preparati mediante uno speciale processo detto succussione* (scuotimento) e
vengono diluiti al punto da non contenere quasi molecole originarie della
sostanza da cui sono derivati. Le menti improntate alla farmacologia non
riescono a concepire alcun tipo di meccanismo che permetta a diluzioni di
questo genere di produrre effetti biologici. Eppure l’omeopatia è basata
sull’accurata osservazione, derivazione e validazione dei suoi principi:
cos’altro si può chiedere a una scienza empirica a pieno titolo? Molti
rifiutano le terapie omeopatiche perché le considerano soltanto un placebo
psicologico. Eppure, è documentato che i loro effetti superano quelli del
placebo sia nei bambini (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12634583), sia
negli animali da ricerca (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10484829). Perché
continuiamo ad aggrapparci alle nostre limitate nozioni farmacologiche
nonostante questa evidenza scientifica? È tempo di riconoscere che ci sono
possibilità di cura per le quali l’attuale scienza medica convenzionale non
può nemmeno ambire a trovare una spiegazione.

CAPITOLO 14

PRENDERE UNA DECISIONE

Q

uando si prendono decisioni per i propri bambini, è bene esaminare ogni
malattia individualmente e trovare risposta a questi interrogativi:

a) Il microrganismo che provoca la malattia è stato eradicato?
b) La malattia è blanda nei bambini? Vale la pena di prevenirla?
c) Se è imperativo prevenire la malattia, ci sono misure più sicure ed efficaci
del vaccino?
d) Siamo in possesso di prove scientifiche adeguate in base alle quali il
vaccino previene davvero la malattia e non si limita a indurre la
produzione degli anticorpi?
e) In caso positivo, la breve durata della protezione indotta dal vaccino è a
beneficio del vostro bambino, se doveste vaccinarlo ora?
f) Se scegliete di vaccinare, il vostro bambino è in buona salute al momento
dell’iniezione?
g) Sapete come riconoscere e descrivere gli effetti avversi del vaccino?
Se le vostre scelte ben documentate differiscono dalle indicazioni del
vostro Paese o Stato di residenza, dovrete risolvere qualche problema in più.
Anzitutto dovrete trovare un pediatra che sostenga le vostre scelte in tema
di vaccini: alcuni potrebbero rifiutarsi di accettare nel loro studio bambini
non vaccinati o potrebbero farvi pressione utilizzando tattiche allarmistiche.
Una delle strategie più adottate dai medici è il presunto compromesso
dell’immunità di gregge*: si dice ai genitori che i bambini non vaccinati si
giovano della protezione indiretta resa possibile dai bambini vaccinati
mettendo in pericolo tutti gli altri. Purtroppo, questa argomentazione diventa
una fonte di conflitto ingiustificato fra le famiglie che hanno opinioni

contrapposte su questo tema.
La verità è che per le malattie virali più facilmente trasmissibili non c’è
immunità di gregge negli Stati Uniti. Questo tipo di immunità esiste soltanto
quando la proporzione degli individui non suscettibili al virus è superiore al
68%1. Poiché i vaccini virali vivi attenuati vengono somministrati di routine
soltanto due volte – all’età di 2 e 5 anni – e il loro effetto protettivo dura da
tre a cinque anni, solo i bambini vaccinati di età inferiore a 8-10 anni sono
resistenti alle malattie virali. Il resto, adulti compresi, è suscettibile, eccetto i
soggetti che hanno contratto la malattia vera e propria. I bambini di età
inferiore a 10 anni non costituiscono il 68% dell’intera popolazione, perciò
vaccinare tutti i bambini americani o nessuno non comporterebbe
assolutamente alcuna differenza nel tentare di “mantenere” l’inesistente
immunità di gregge.
L’assenza di epidemie virali negli Stati Uniti è dovuta all’assenza di
un’esposizione virale endemica, non all’immunità di gregge. Gli episodi
sporadici, solitamente nei campus universitari, avvengono in seguito a
un’esposizione virale avvenuta all’estero. Quando i ragazzi raggiungono l’età
del college, l’effetto protettivo dei vaccini somministrati durante l’infanzia è
terminato. Per questo motivo, una volta eradicato il virus endemico, le
vaccinazioni infantili successive diventano inutili: non prevengono le
epidemie sporadiche introdotte dai Paesi stranieri.
La seconda cosa da farsi è ricorrere a una corretta domanda di esenzione
dai vaccini per l’ammissione a scuola. Questo eviterà che le vostre decisioni
attentamente ponderate vengano ribaltate dallo Stato. Attualmente, circa venti
Stati americani accettano le esenzioni per motivi filosofici e quarantotto Stati
la ammettono per motivi religiosi (per le fonti sul tema delle esenzioni, vedi
l’Appendice)2.
E infine, le vostre scelte in tema di vaccinazioni potrebbero mettervi nelle
condizioni di dover affrontare la pressione e la disapprovazione di amici e
parenti che sono ancora influenzati dalla propaganda fuorviante a favore delle
vaccinazioni. Fate il possibile per informarli: forse quando saranno
consapevoli che I vaccini sono un’illusione si schiereranno dalla vostra parte.

CAPITOLO 15

L’IMMUNITÀ DI GREGGE SI PUÒ OTTENERE
TRAMITE LA VACCINAZIONE DI MASSA?

N

onostante le epidemie endemiche delle più comuni malattie infantili,
come il morbillo, siano state eliminate in alcune regioni in seguito a
campagne prolungate di vaccinazione di massa, ci viene costantemente
ricordato che ridurre la copertura vaccinale dei bambini in una comunità pone
il rischio del ritorno dell’epidemia con conseguenze potenzialmente tragiche
per i bambini e i soggetti immunocompromessi. Veniamo anche persuasi del
fatto che implementare l’adeguamento a un rigido protocollo di vaccinazione
eviterà epidemie e proteggerà i bambini non idonei alla vaccinazione
attraverso l’effetto “immunità di gregge”.
Non c’è dubbio che un’epidemia possa diffondersi in una comunità non
immune, se il virus vi si manifesta. La questione reale è: quanto l’adozione di
un rigido protocollo di vaccinazione può assicurare l’immunità di gregge e
proteggere la comunità dall’epidemia?
L’IMMUNITÀ DI GREGGE, NELLA TEORIA E NELLA REALTÀ
L’immunità di gregge non è un’idea immunologica, piuttosto un concetto
epidemiologico che prevede a livello teorico un controllo efficace delle
malattie o comunque lo sradicamento di un virus nel momento in cui una
percentuale precedentemente calcolata della popolazione diventa immune. Un
articolo accademico sull’immunità di gregge afferma [1]:
«Parallelamente al crescente interesse nei confronti dell’immunità
di gregge, sono sorte sempre più opinioni riguardo a cosa significhi



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