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Sara .pdf



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Mi è impossibile capire. Non capisco. Non capisco il
cemento, l'asfalto, il tanfo del gas di scarico. I colleghi mi
guardano strano mentre espongo le mie perplessità (
devo specificarlo; abito e lavoro in un quartiere ch'era
dolce di fioriture e di viti. Certo, pochi filari, un vinello
fatto per passione e bevuto da pochi). E qui sta la mia
anormalità. In quel chiodo fisso di quei fiori, profumi;
nell'amare l'osteria dove il nostro bianco inondava
bicchieri incerti, accompagnava pasti di operai indignati
per la politica antioperaia del governo, ma la rabbia
cedeva in altezza di voce appena un commensale tirava
nel discorso il goal sbagliato dal centravanti che avrebbe

dovuto farci lottare, almeno, per un piazzamento da
coppe europee.
In ufficio è arrivata la nuova. Mucchi di discorsi su come
sarà, bella scollata musona evaporano al suo ingresso. La
guardiamo tutti, fingendo cortesia asessuata. È certo
carina. Un tipo, si dice tra maschi speranzosi di talamo
con ogni donna. Alta e formosa il giusto, begli occhi,
sembra gentile; il vestitino ne esalta l'esser donna, la
caduta ben sopra il ginocchio dell'indumento fa
intravedere accavallature delle gambe da erotismo, per
cosí dire, autonomo. Esito un po' e mi presento. Il suo
sorriso nel declinare il nome sembra piú caldo di quelli
offerti a chi le si è avvicinato prima di me - ma lo so che si
tratta di impressione da maschio e non le do peso.
La monotonia cerco di mitigarla con le mie passioni e,
l'ho già detto, queste di riducono di fatto a una, cioè la
nostalgia della periferia rurale e umana, e il tentativo di
agire per riprenderne alcuni caratteri.
Sentendomi dire ciò, mi chiederete come io faccia per
tentare di riscrivere le vicende della zona; un comitato di
quartiere? Petizioni? No, in realtà mi limito a parlarne, a
divulgare, a sperare di far diventare consapevoli gli altri.

Reputate sia poca cosa? Beh, certo non è una
rivoluzione... Però, coltivo l'idea che si possa trasmettere
il senso delle cose belle, l'idea che al cemento si possa
affiancare un fiore, la negletta ricchezza del fiore di
campo. Lascio a voi valutazioni, critiche, anche ironia.
Con la nuova collega, adesso meno nuova, e si chiama
Giulia, ho preso confidenza. Strano, perché io con le
ragazze sono quello sbagliato, romantico, insicuro, piú
affettuoso che vigoroso; vi lascio immaginare le speranze
frustrate... Eppure, Giulia sembra ricettiva al mio
carattere, alle mie inconsuete sensibilità. Ve lo dico, ho
fatto le indagini su di lei, sei sposata o fidanzata? Certo,
ho cercato di mascherare l'interesse col pretesto del
discorso spezza imbarazzo davanti a quegli assurdi caffè
orinati dalle macchinette.... E mi sembra che la sua
biografia mi lasci la speranza, o almeno la speranza di
non trovarmi un palestrato a dirmi in malo modo che lei
è "la mia fidanzata".
Bene. Di dialogo in dialogo provo a dirle qualcosa
riguardo a un appuntamento. Qualcosa, certo. Qualcosa
di aggrovigliato lessicalmente, perché voi capite che un
appassionato di vini all'osteria, quale io sono, non può

scandire frasi da manuale di corteggiamento, con in piú i
suoi occhi fissi (mi sembra) sui miei. Ma ce la faccio a
ottenere la sintassi che mi permette di invitarla. Sí, è la
sua parola a compimento del mio sforzo, di sicuro
comico. D'istinto, la invito al Glicine per una pizza; io
credo che la pizza sia la soluzione migliore per qualsiasi
incontro da ceto medio, e accusatemi pure di
schematismo o di quant'altro volete, ma io con la pizza
mi son sentito immerso, forse per la prima volta, nelle
logiche della società piccolo borghese.
Trovo però necessaria una spiegazione sulla pizzeria "il
Glicine". Infatti, essa serve capricciose e calzoni nel locale
di cui ho già fatto parola, la trattoria che, col vino locale,
bagnava i pranzi operai. Aspettate, però; eh no, sarebbe
troppo facile se fosse come voi pensate, poiché mi
sembra di vederli trascritti davanti a me i vostri pensieri:
ecco, la porta là perché la sua nostalgia del quartiere
bucolico (o meglio, che lui vedeva cosí) lo rimbambisce;
spera di immergere la fanciulla nella sua visione delle
cose.
Macché. Lasciate che vi spieghi. Quel locale è l'unico, in
'sta periferia che galleggia tra dignità di contadini e

operai, da una parte, e, dall'altra, casermoni ottusi da Tv
e impiegatucce illuse che l'outlet renda signore. Perciò, la
scelta per l'invito è stata quella, Giulia lavora qui e s'è
trovata un affitto vicino all'ufficio. Vi dico in modo
sincero, peraltro, che la mia passione per il quartiere che
ho amato sta sempre in me, e per forza la mia prima
uscita con Giulia proprio là mi entusiasma, e non
nascondo la speranza di una ragazza da educare a quelle
cose, ai sentieri ebbri di gialle composite, ai muretti, alle
casette affastellate delle quali pensavo i profumi di
soffritti a insaporire le stinte gelosie alle finestre...
Tutto questo, son riuscito a nonninvitarlo al tavolo con
Giulia. Crederemi, solo la rodontità delle pizze e la birra
per ornare la tovaglia a quadroni bicolori. I discorsi via via
sempre meno formali, le risate con il filtro
dell'educazione, il caffè, e il limoncello, per una
convivialità piacevole. E posso dirvi che, a cominciare dai
capperi della pizza, ho preso coraggio; certo, avete
capito, quel coraggio per dichiararsi... Beh, non proprio la
dichiarazione, quella ufficiale, ma l'invito a fare due passi
pagato il conto. Cercate di vedere la situazione. Pizza da
ceto impiegatizio, piú robusta la mia (ho parlato dei

capperi), vegetariana per Giulia, a far nostri gli stili del
ruolo sociale che nostro dovrebbe essere. Il locale è
vicino alle nostre case e all'ufficio. E poi, la pizzeria dà le
spalle alla campagna, a quella parte del quartiere vergine
al cemento.
Scusate, ma mi sembra chiaro che la passeggiata con
Giulia calpesti quei sentieri, cosí vicini alla via trafficata
ma capaci di natura, di verde, di intimità - basta sforzarsi
di respingere o ignorare il suono dei veicolo, troppo
ascoltabili, troppo importuni. Va bene, trascuriamo
queste cose, perché io riesco a immergermi nel fascino di
quella natura piccola e bisognosa d'interesse, affamata di
chi sappia amare la graminacea nonostante lo sfondo del
fabbricone.
Vado. Vado con Giulia, i discorsi a continuare gli
argomenti della pizzeria ché danno sicurezza a lei e a me.
Stiamo bene, passeggiamo, incerti perché il sentiero
impegna. La robinia ubriaca l'aria, il viola d'ortica mi
distae lievemente dalle parole della ragazza. Siamo in un
bel praticello custodito dalle viti, quelle viti che offrono
quel vinello... E mi distaggo a pensare ai palati
metalmeccanici che da quel vino hanno estratto

narrazioni, racconti di pasti tra una lotta sindacale e un
corteo, moglie preoccupate del troppo bere, e i matiti a
sminuire - un bicchiere, e poi ci metto l'acqua.
Quanto fascino il quartiere che rimpiango, e quanta
gioia nell'essere con Giulia, qui, e vorrei che il mio amore
per questi luoghi si fondesse al desiderio di lei, a farmi un
uomo completo, le mie passioni e il mio essere
amplificati in un abbraccio, nell'amore per e di una
donna. E infatti la abbraccio.
Chi, da timido, ha corteggiato una ragazza, capisce la
mia condizione innquel praticello, la vede, se la sente nel
corpo. Sí, la voglia di un braccio sulle sue spalle e la paura
che lei lo tolga. E anche voi, forse, desiderate quella
pazzesca sensazione piú del bacio, perché il bacio
sanziona, ma quel desiderio tremante di insicurezza non
può avere dimora se non in chi lo vive, e nessuno lo
conosce, nessuno lo celebra, nessuno lo sa capire,
confortare...
La abbraccio. Dico una banalità, perché ho paura che si
stacchi da me, e la banalità mi sembra il modo di
alleggerire la tensione. Resta vicina. La bacio. O meglio,
respiro su quelle labbra fresche di sorrisi, e sento la

felicità e la ricchezza di quella vicinanza fragile, della sua
delicatezza.
Le chiedo di fare l'amore. Scappa dal mio sguardo, forse
arrossisce, ma non ne sono sicuro. Capisco male i
vocaboli coi quali mi invita a tornare sulla strada
asfaltata, anzi, non li ascolto, una frase vale un'altra per
un rifiuto. Camminiamo sul sentiero per tornare
all'asfalto. Ci fa da riferimento lo stagliarsi nel campo
visivo dell'edificio industriale.

Stanno girando quelli del partito. Sono comunisti
extraparlamentari, distribuiscono opuscoli e il loro

giornale. Nel quartiere il furore operaio è piú blando che
in passato, e invero qui abitano meno operai di prima.
Rallo, ti hanno "intortato" quelli là? - dicono
canzonatorî due tramvieri, perché Rallo, sull'ingresso del
suo minimarket, sta leggendo il giornale comunista, e
soffia un "ma per piacere" a mandar via altre battute.
Il negozio di Rallo è ben fornito; quando i suoi familiari
lo aprirono sembrava straordinario, "farà chiudere gli
altri alimentari", dicevano i sociologi da bar tra un vino
improbabile e l'incomprensione dei titoli di giornale
appena letti. Rallo ci lavora con impegno. Adulto il giusto,
fidanzata ufficiale, fa il suo mestiere tra l'affettatrice che
devo prenderla nuova, le merendine e il governo che non
aiuta i commercianti. Letto il giornale, ne fa con enfatico
disprezzo una palla. Perché anche lui, da quei palazzi
brutti di marginalità, ha imparato che la cultura non
conta, conta la scuola professionale ché le fabbriche ti
prendono appena diplomato.
Ora, però, non c'è solo il giornale, ci sono anche
opuscoli a impegnare le mani di Rallo nell'operazione cosí
mal vista, cioè la lettura. Gigi è la voce ufficiale del
baretto, con l'autorità del lavoro in porto e delle trasferte

al seguito della sua squadra. "Guardate Rallo, è diventato
intellettuale", laddove si dà questa etichetta a chiunque
faccia altro che arricchire lo Stato umiliando monete a
cercare combinazioni vincenti su lotterie da raschiare.
Rallo dice di no, ride, ma lo sguardo emana un interesse
per quegli opuscoli. "Gigi, non dire scemenze; invece,
prendi un po' le boccette, dai, facciamo un biliardo". Ma
gli accosti non sono precisi, i birilli cadono poche volte,
gli occhi si vedono il capitalismo che appanna la loro
percezione del panno verde.
Strana la condizione di chi si sente il fuoco
dell'interesse culturale a divampare dentro. E giú a dirsi
che l'affettatrice nuova indica stabilità di incassi, e sí, mi
sposo, o almeno ci penso, e i clienti che non distinguono i
tipi di pomodoro, ma sono simpatici. A proposito, il
circolo operaio è nel palazzo della Claudia.
Ci si può confidare a qualcuno. Certo, è un tormento;
far politica cosa cambierebbe nella mia vita? Mi
giudicherebbero, certo... E gli incontri al circolo mentre
gli altri urlano al bar per un fuorigiuoco.
Il confidarsi vuole un interlocutore adeguato. Cosí, se

ho paura di avvicinarmi alla bella della classe chiedo
consigli a chi è pieno di ragazze; in politica ci sono i libri,
le discussioni, perciò mi serve un confidente che ne
capisca: ecco, il "prof". Il prof è un uomo alto e magro,
stinto nei suoi inutili abiti stropicciati, va da un bar
all'altro, mai ubriaco, sorride e ama le noccioline, meglio
se depredate a chi sorseggia aperitivi. Il titolo di prof l'ha
conquistato nel bar, davanti alla TV, per una gara della
nazionale. S'è messo a spiegare qualcosa sulla nazione
della squadra avversaria, la capitale, che è produttrice di
certi beni...
- Prof, che ne pensi dell'impegno politico?
- Loro mangiano, Rallo, e noi paghiamo tasse.
La spiegazione di Rallo era pronta, sull'increspatura
delle labbra: Ma guarda che io vorrei entrare in un
gruppo che non ha potere, e lotta per i diritti, per i
lavoratori, ma il prof fu cosí icastico che le parole
arrossirono di inutilità.
- Sí, ho deciso di prendere l'affettatrice nuova, si lavora
meglio.... Ah, signora, c'è l'olio in offerta.

Ho trovato per terra questa lettera d'amore,
accartocciata, vicino a un cespuglio umiliato dai rifiuti
degli studenti della scuola. Ho intuito il contenuto del
foglio perché ho visto un ragazzo cercare di avvicinarsi a
una fanciulla. La camminata del giovane era mossa da
ansia ed esitazione insieme; il foglio tra due dita che lo
custodivano tra il fianco destro e la schiena. A pochi passi
dalla ragazza, bella e di abiti sensuali, irrompe un
giovanotto, le si avvicina, la bacia, se ne vanno mano
nella mano.
Raccogliere la lettera, darle un destinatario sia pur
indegno e clandestino, mi sembra doveroso; se non altro
è sottratta ai netturbini.

Ciao, come va? Scusa per la spavalderia, ma vorrei dirti
alcune cose. Innanzitutto, che sei stupenda. Sai quante
volte ti ho guardata (qui lo scritto è reso illeggibile da
uno strappo) esci da scuola e io cerco sempre una scusa
per esser già lí ad aspettarti.
Voglio fare una considerazione. Immagino il calore a

render irrazionale il ragazzo nei momenti che precedono
l'uscita, le scuse per anticiparla, la convinzione di
ingannare l'insegnante che invece sa benissimo cosa
vuole il giovane, e a una certa scusa passa dal
compiacimento al fastidio, alla autorità minata da
erezioni e desiderî extrascolastici. E penso poi al
fidanzato che arriva e bacia, e lo voglio credere
spensierato - cioè proprio senza idee, senza testa, come
si dice -, di quel fascino dettato da modelli televisivi, dalla
banalità delle amiche. Ma sto prendendo le parti del
corteggiatore di cui nulla so, mi sto facendo un'idea tutto
mia. Proseguiamo con la lettera.
Mi piaci perché mi sembri dolce e poi, certo, sei anche
una ragazza di carattere.
Scusate, ma insisto a mettere mie valutazioni. Il ragazzo
dice come primo complimento della dolcezza, ma sa
anche che nel mondo giovanile ci vogliono ben altre
qualità per essere accettati dal gruppo; cosí, ci infila il
"carattere", per dirle che la ritiene idonea alle regole
degli amici, che non deve provar vergogna della sua
tenerezza. Leggiamo ancora.
Spero di non darti disturbo. Vorrei chiederti (questa

parola è poco chiara per una piega troppo dura del foglio,
mi sembra corretto leggerla cosí) di vederci, se ne hai
voglia. Potremmo andare a fare un giro. Preferisci andare
in centro per le vetrine o sulla piazzetta qui da noi?
L'alternativa tra il centro e la piazzetta... Il ragazzo ha
chiare i falsi obiettivi di tanti suoi coetanei, perciò mette
per prima l'opzione piccolo borghese, la stupidità delle
vetrine, e poi fa sgorgare dal cuore - e dal turgore tra i
pantaloni, ed è giusto - la ricerca di panchine per
l'abbraccio, di posticini sul ciglio dell'abitato che aprano,
per vicinanza, ai prati incolti, allo sforzo di vincere la
timidezza. Quei prati che sono il territorio per quegli
oggetti, bramati da ogni ragazzo, visti con invidia nei
distributori automatici fuori delle farmacie.
La lettera d'amore si completa; se anche tu provi
qualcosa, puoi rispondermi (qui lo scritto è ricalcato,
qualcosa ha subito il bianchetto. E penso che un'altra
stesura senza pasticci sarebbe stata doverosa, ma
m'immagino la fretta di consegnarla).
Per prendere il foglio gettato vio ho aspettato che i tre
si allontanassero,lo spasimante e lei colnfidanzato.
Questa precauzione mi ha impedito di ben vedere le

azioni, i passi dei giovani, le direzioni seguite. Posso farmi
l'idea di una gran delusione, anzi, della peggiore, piú
umiliante di un no. E credo che il fidanzato, prima di
venire all'uscita della scuola, abbia gettato la banconota
nel distributore automatico, quello fuori della farmacia.
C'è chi butta per terra la lettera e chi un involucro di
plastica, due gesti fatti per amore.

Alle spalle dei palazzi c'è un campetto da calcio, un
prato gobboso con l'erba a macchie, un po' qua un po' là.
Ci hanno giocato tutti i bambini e i ragazzi del posto.
Palloni senza traiettoria, e quando un genitore, di solito
un padre, regalava quello di cuoio al figlio, figlio che lo
offriva subito al campetto, era festa. Le porte
consistevano in due maglioni a delimitarne la sola linea
orizzontale e per decidere se il tiro alto era goal ci si dava
a discussioni utili a dare fiato. C'è la fontanella, difesa da
strani fusti di piante con infiorescenza a bacche rosse
(non mangiatele, mi raccomando! 'che tutta la natura,
non so il motivo, è vista piú pericolosa che amica).E le
bevute erano colossali, e ridicole a pensarci i criterî per
stabilire chi avrebbe bevuto per primo: io ho fatto cinque
goal, io però ho recuperato il pallone dal fosso. Sí, perché
il fosso, le spine, l'orto delimitano il campetto senza esser
veri confini; o meglio, lo sono per il gioco perché la sfera
nell'orto vuole rimessa laterale, ma ampliano anche il
territorio dell'agonismo, impongono di non tirare forte
verso la porta che affaccia sul fosso, determinano
relazioni e conflitti con le persone. Ad esempio, se la
palla rotola nell'orto il contadino si arrabbia.

Su questo campo, l'ho detto, si è sempre giocato, ci si è
divertiti, in libertà, con magliette cosí come uscivano dal
cassetto. Adesso, però, è uscito qualcosa di nuovo. I
genitori. I genitori dei ragazzini son diventati ebbri di
senso della comunità, fanno gruppi web, sono
"impegnati" ; solo che il loro impegno non tocca, che so,
la politica comunale, la parrocchia, insomma, qualcosa di
veramente impegnativo. Macché. I genitori sono pigri, e
rivolgono l'interesse al campetto.
Ci sono troppe buche su quel prato, i bambini sudano e
prima che arrivino a casa rischiano il malanno, non
potremmo metterci uno spogliatoio? L'idea dello
spogliatoio fa da miccia al dibattito. Esordisce il furbo,
quello che la spiega agli altri :" scherza,, fare lo
spogliatoio là; e i permessi per l'acqua - perché mi
sembra di capire che lei ci vorrebbe la doccia - e i lavori, il
costo. Improponibile".

Il viso della mamma che ha proposto lo spogliatoio solo una mamma può vedere in pericolo il figlio sudato e
felice. In sua difesa, allora, interviene il ragionier
Romano. Sepatato, con figlia femmina, partecipa alla

riunione per stare con gli altri. E perché sbava dietro la
mamma della doccia. Ne approfitta:" ma guardate che
qualcosa si può fare, vendono strutture fatte apposta,
per l'acqua si può chiedere a Villa (il contadino con l'orto
a tiro di pallone) , non siamo cosí disfattisti.
Le parole aumentano in numero e intensità vocale, pur
nel loro vuoto di significato. Si offrono coi loro servigi
padri disposti a rizollare il prato, c'è l'ingegnere in grado,
dice lui, di trovare scarti di terreno sintetico, e questo
discorrere troppo tecnico spinge in modo impercettibile
la partecipazione femminile verso lavatrici da stendere,
verso messaggi telefonici.
Il dibattito ha raggiunto i convenevoli, gli imbarazzi
verso chi ancora insiste nel proporre idee. Non si è
concluso alcunché, e l'orgasmo dell'impegno civile cala:
c'è tanto da fare, casa scuola mio figlio fa danza il tuo
pallavolo, non cerchiamoci grane. Bene, il campetto è
salvo, pronto ad abbracciare ragazzini sudati, palloni del
tabacchino, ginocchia sbucciate. E chissà cosa combina il
ragioniere con il suo corteggiamento.

Là, forse, o forse no, troppo vicino alla strada, troppo in
vista. E in quel punto non picchia il sole, dopo un po' si
gela. Ah, scusate, stavo parlando tra me, non ho fatto
caso a voi. Vi spiego; sto facendo un giro per cercarmi un
un posticino appartato, ché Anna ha accettato di uscire.
Beh, certo, qui non è il massimo. Boschetti e sentierini
a margine della periferia industriale, ruscelli incassati nei
pendii invasi da rifiuti come lavatrici e mobilio, a
testimoniare la sconfitta di una nazione, cresciuta
nell'economia ma non nella cultura, nel rispetto del
territorio.
Vago sull'asfalto sconnesso in cerca del luogo idoneo,
ma la vista della trascuratezza e della sporcizia mi sta
intossicando il desiderio. Perché io sono cosí. Una
stortura, un'ingiustizia mi galleggiano nello stomaco e mi
inquinano le cose belle. Mi sforzo, almeno 'stavolta, di
pensare solo alla gioia, anche perché Anna è proprio
bella: occhi splendidi, corpo armonico, gambe da pazzia...
Ecco il posto. Appartato, col tarassaco a donargli perle
volatili, il leggero discendere del prato invita a ragionare

di punti di vista, di scorci che appaiono o si celano in base
all'altezza sulla quale si è posati. Ma poi li vedo, non
posso fare a meno di notarli. Una lavatrice, flaconi di
plastica, rottami. Quei rifiuti troneggiano sulla natura,
prevaricano i rivoli d'acqua, impongono il consumismo.
Subito penso a rinunciare; rinunciare ad Anna, al suo
seno, alla promessa di orgasmi a imbiancare l'incolpevole
erba. Anzi, vorrei rinunciare a questa nazione, cosí
sporca, insensibile, dovrei scappare. Ma mi faccio forza;
voglio Anna.
Vado a prenderla sotto casa, lo scooter ansima sulla
strada che saluta i capannoni nell'inoltrarsi sulle colline.
Ci siamo. Faccio star zitto il fastidioso motore, prendo la
mano di Anna e ci incamminiamo verso il prato che ho
scelto. Arriviamo, qualche bacio, la gonna si alza, scorro
le gambe, lei ride, mi accarezza e si stende.
Sono nudo. Bacio il seno e vado su di lei. Gli occhi
vedono la spazzatura, là, a incorniciare il mio amore, a
dirmi che l'industria vince.
Ho capito. Mi alzo, vado verso la spazzatura, guardo la
vernice maculata di ruggine; la lavatrice è stata gettata lí
con la gomma dello scarico. Prendo il tubo di gomma, lo

penetro col pene, e gioisco, provo piacere, e per
eccitarmi penso ad amplessi con oggetti industriali. Tocco
l'orgasmo, ed eiaculo fuori del tubo, non sull'erba, ma su
una latta arrugginita di olio per motore.

Il pareggio è giusto. Ogni volta che si esce dallo stadio
c'è il contorno di una frase fatta, mancavano diversi
titolari, se non avesse preso il palo... Non capisco questo
atteggiamento, quasi a sperare che le parole possano
influire, se non sul risultato, almeno sulla classifica: ecco,
il tal tifoso ha detto quella cosa, perciò la sua squadra
ottiene un altro punto. Certi discorsi mi suonano inutili, e
mi danno fastidio. Tant'è, se si va allo stadio in gruppo, si
deve subirli. Un certo conforto mi viena dalla vicinanza
della nostra gradinata al baretto dei panini; ingioio le loro
scemenze, ma il vegetariano con salsa piccante mi
aspetta per risollevarmi. E in effetti è cosí, perché
l'esposizione di delizie nella vetrina del locale solleva
tutti, non solo me, i professionisti del banale tacciono
all'idea di una rosetta da arricchire con intingoli, le spezie
mettono d'accordo chi ha chiesto e il rigore e chi ha dato
ragione alla bandierina del guardalinee.
Questo panino, però, mi dà un retrogusto di riflessione.
Mentre lo addento, schifato della traccia che ho lasciato
con la bocca sul bicchiere di birra, volo in pensieri,
analisi, valutazioni. E un po' me ne spavento; non perché
io sia rozzo - diploma, posto fisso, encomî dei capi - ma

perché reputo inusuale fare riflessioni tra il puzzo dei
fumogeni da stadio e l'olio delle melanzane. Però non
posso farne a meno; di pensare, dico. E a cosa penso?
Mah, a cose ovvie come la routine, la banalità di quelli
che chiamo amici, ai calciatori che noi incitiam e
loro,soldi e belle donne. Certo, sono pensieri semplici,
comuni, ma stanno unendosi, diventano tanti, si danno
dignità di categoria analitica. Ovvero, da concetti slegati
si arriva a qualcosa di generale, il grigiore di vite scritte
da azioni sempre uguali.
La grappetta mi rinforza nel mio abito di ragionatore,
perciò fisso un po' di idee e mi compiaccio del mio sapere
far sintesi. Sí, vabbé, però le idee devono girare, devono
ricevere il conforto della discussione... E io a chi ne
parlo? A chi conosce i colori sociali delle squadre di calcio
scozzesi, o a chi va a casa a genuflettersi davanti alla
moglie volgare e pettegola? Il caffè imbevibile mi spinge
a desistere, a credere che la realtà sia ossequi ai capetti
della banca, parolacce per un fischio arbitrale, film
pornografici per distrarsi dalle abitudini.
Ma è davvero solo cosí? Cravatte alla Upim credensosi
eleganti, sesso coniugale col contagocce, e mentre tua

moglie sveste i fianchi mollicci dalla finestra vedi la
dirimpettaia sexy che stende ad asciugare il suo intimo. E
il risparmiare, le uscite in famiglia senza gioia, i colleghi
con le battutaccie che non fanno ridere, e tu prepari un
rumore da sputare quando finiscono la stupida
barzelletta. Ci dev'essere qualcosa d'altro, un confine da
superare, sie esso fisico, geografico, morale... Ad
esempio, perché seguire solo il calcio, proviamo col
basket. No, lo sport non può essere misura della felicità,
si deve cercare altro. Guardiamo alla politica, alla cultura,
ai viaggi, un mondo da esplorare, libri da leggere,
emozioni... Sí, voglio cambiare!
Il cellulare squilla proprio quando sto reimpostando la
mia vita... dai, rispondo, ho capito che sono superiore
alla banalità. È mia moglie. Dimmi... ah, devo cercare un
reparto casalinghi aperto per comprare la tovaglia
plastificata? Il mercatone casa è qui vicino, la preferisci
tinta unita?

Scusate, potreste fermarmi... ecco, giusto per farmi
fare lo scatto con la macchina fotografica... Sí, all'asfalto,
a quel pezzo di asfalto sul marciapiedi, davanti a voi.
Vedete che c'è una bella macchia di qualche olio
minerale...
Anche questa è fatta, un'altra foto, e un'altra serie di
occhiate a dire di come mi giudichino un mentecatto, a
vedermi fotografare tracce sulla strada. Vi spiego, vado
alla ricerca di macchie sull'asfalto, macchie di olio, nafta,
benzina, cioè di quanto la civiltà industriale lascia come
orma.
Vi stupite, mi date - tra voi e voi - del malato di mente?
Beh, vi capisco, anch'io ragionerei cosí a ruoli invertiti.
Perché cosa si può dire di chi vaga, reflex al collo, a
concentrarsi su spurghi di autobotti? Almeno, però,
concedetimi di spiegare.
Sí, io amo le tracce sull'asfalto, le trovo belle, pensate
che le dipingo a volte, anche se vi ho quasi del tutto
rinunciato; il cavalletto in una strada di periferia tra le
fabbriche è portatore di sguardi, risate, in un'occasione
perfino di un controllo della polizia. Bene, ma cosa sono
per me quelle macchie? Semplicemente, esse

rappresentano un conflitto, la contrapposizione tra il
mondo agricolo e la società industriale. Il mondo rurale
scriveva, lasciava segni di sé stesso; scriveva coi solchi
fatti dalle ruote dei carri, con le case in pietra odorose di
bolliture di cavoli, col letame pungente al naso e allo
sguardo... E il contadino lasciava scrivere anche la natura,
non la stuprava; perciò, la pioggia profumata del glicine,
la scia bavosa delle lumache, il frinire musicale; e il
fienile incerto nelle tavole di legno, le mele aspre, il
prato...
Ditemi come la società industriale si è inserita nel
mondo agricolo; non in vicinanza armonica e rispettosa
ma in sopruso. L'arroganza dello stabilimento disprezza il
campo e i suoi profumi, li sostituisce con l'omologante
odore di capitalismo, e toglie senso al fiore, al rigagnolo.
Beh, io amo quel mondo, e credo che potrebbe
convivere all'industria, e perciò cerco un senso artistico a
da fornire a questa mia visione delle cose. State
capendo? Cerco nella città industriale i segni della
campagna, li cerco a modo mio, cerco similitudini formali
tra una macchia d'olio e un'ombrellifera sul bordo del
sentiero. Percorso artistico difficile, ma io ci provo,

insisto, divulgo. Infatti, eccomi in giro con la reflex... là c'è
una striscia di gasolio, è bellissima, ci vuole il punto di
visuale giusto. Qui mi sembra di poter inquadrare bene.
Ma... quella che si sta avvicinando dall'altro lato della
strada... è Valeria... Perché proprio qui? Ha detto sí al
mio invito, se mi vede a fare 'ste cose chissà cosa pensa...
"Ciao, Vale; sono qui perché... sto andando da un amico
a restituirgli la macchina fotografica... Ah, bene, ci
vediamo in piazza... d'accordo".

Il bar, il suo pergolatino sul torrente sconcio di
spazzatura della società consumistica, il biliardo, quel che
è il panorama del mio vivere in una periferia, queste cose
un po' mi stufano. E non certo perché io voglio cambiare
casa, amici, lavoro; no, è qualcosa di piú impalpabile, e
per questo piú fastidioso: il fastidio di pensare a certi
fatti, a vederli come problema, a dover provare a
risolverli. Credetemi, il meccanismo fatto di lavoro, casa
e bar impoverisce, ma al contempo dà sicurezza, ed è il
motivo, secondo me, per cui la gente sceglie il
conformismo. Che poi, se guardiamo, questo rione offre
tante cose. Oltre a negozi e bar, troviamo la palestra, il
campo da calcetto, il cine del don, la biblioteca - questa,
in effetti, trascurata dalle gente, ci vanno gli scolari a fare
i compiti e a sperare di conoscere le ragazze delle altre
classi. Possiamo perciò dire che tra questi palazzi a livello
pratico non ci si annoia; di mio, ci aggiungo il biliardo e
qualche partitina a carte.
Tuttavia, colgo un qualcosa d'altro, qualcosa che
supera la materialità di palloni da calcio e boccette del
biliardo. Credo che se entrassi in biblioteca, potrei
trovare libri capaci di soddisfarmi su questa mia curiosità;

se non lo faccio, se trascuro quelle sale di lettura, è per la
mia scarsa abitudine ai libri. Epperò uno stimolo a via di
stampa mi è arrivato. Da una rivista illustrata, era sul
tavolo del parrucchiere; articoli varî, foto, solita
conduttrice televisiva scollata e, in piú, quel pezzo.
Argomento banale, ma scritto con l'intento di dare
veste colta al giornale. Lo lessi, dico la verità, perché ero
stanco di sentire i soliti discorsi che dal barbiere si fanno.
Vi era scritto di viaggi, di città da visitare, di ricchezza
umana che il viaggiare dà. Fino allo specchio ostentato a
far vedere il dietro del taglio non ho pensato a
quell'articolo; all'udire il mio nome, mi sono gettato sulla
poltrona e ho ripreso il circuito verbale delle sciocchezze.
È stato fuori, sul marciapiedi, che ho cominciato a
riflettere: viaggio, cultura, altre persone, movimento,
conoscenza... Guarda caso, ho visto la vetrina di
un'agenzia di viaggi, lí, nel mio quartiere, e quasi non
l'avevo mai notata. Torno a casa, TV immancabilmente
accesa, e programma sulle bellezze d'Italia.
Ho provato a rompere con le abitudini. Una
passeggiata, breve, però fatta da solo, su sentieri dietro il
mio palazzo. Bella esperienza, mi hanno incuriosito gli

alberi: non sono tutti uguali, le foglie, il tronco
raccontano la ricchezza della natura; forse, in biblioteca
c'è un libro sulla flora, sugli alberi delle nostre parti.
Il negozio dedicato allo sport è davvero ricco e
conveniente. Ho comprato scarponcini, maglietta,
borraccia e uno zaino; in aggiunta, la guida ai sentieri.
Sono davanti al bar, alla fermata della corriera per
l'entroterra, affamato di mulattiere, di profumi, di colori.
Dal bar giungono i soliti rumori di bicchieri, i soliti discorsi
di calcio e politica.



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