File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Ricerca PDF Assistenza Contattaci



IL MANUALE di Davide Bidognetti .pdf



Nome del file originale: IL MANUALE di Davide Bidognetti.pdf

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da / www.ilovepdf.com, ed è stato inviato su file-pdf.it il 20/11/2020 alle 21:04, dall'indirizzo IP 5.171.x.x. La pagina di download del file è stata vista 32 volte.
Dimensione del file: 4.4 MB (232 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Davide Bidognetti

IL
MANUALE

A Chiara, la mia anima gemella,
e a tutta la mia famiglia.

1

2

3

4

5

6

7

8

INTRODUZIONE
Questo libro rappresenta una speranza. Non una speranza qualunque, ma forse la più grande
speranza di cui necessita questo mondo: poter porre fine alle sofferenze del genere umano.
Fin dalla notte dei tempi, tali sofferenze sono dovute alla difficoltà da parte dell’uomo di discernere
il bene dal male. Cos’è il bene e cos’è il male? Da cosa ha origine l’uno e da cosa ha origine l’altro?
Tutti gli argomenti trattati nel libro hanno come obiettivo principale il voler rispondere a queste
domande.
In verità, il libro nasce come semplice tentativo di voler descrivere determinati avvenimenti che, da
un anno circa a questa parte, hanno interessato la mia vita. Il libro sarebbe poi stato indirizzato ai
miei familiari, per dar loro la possibilità di comprendere il significato di tali avvenimenti e le
conseguenze che essi hanno avuto sulla mia esistenza. Tuttavia la ricerca del suddetto significato si
è rivelata tutt’altro che semplice.
Per comprendere il bene e il male bisogna necessariamente comprendere il mondo in cui viviamo,
laddove bene e male si scontrano da sempre. In breve, si giunge ad interrogarsi sulla natura stessa
della realtà che ci circonda e di quali possano essere i disegni del suo Autore. Diventa quindi
necessario anzitutto trovare tale Autore.
La ricerca dell’Autore mi ha portato ad avvicinarmi a quella che viene considerata come la chiave
di tutte le risposte, ovvero il libro della Bibbia, o, più in generale, a quelle che vengono chiamate
Sacre Scritture.
Con la lettura delle Sacre Scritture, e al loro attento studio, ho ottenuto numerose risposte,
accrescendo così la mia conoscenza e personale capacità di discernere il bene dal male, anche se
questo mi ha provato notevolmente sia fisicamente che psicologicamente.
Sono giunto anche alla conclusione che la vita di una persona ha senso solo se a tale persona è data
la possibilità di ricongiungersi con la propria anima gemella, che è la manifestazione del vero
amore, della vera fede e della vera speranza. Tuttavia tra una persona e la propria anima gemella si
frappone il mondo, e più quella persona cerca l’anima gemella, più il mondo ostacola tale ricerca,
richiamando la persona a sé. L’unione delle due anime è la fine della sofferenza, è la luce, tutto il
resto è dolore, è la morte.
Tale conclusione è coincisa anche con una triste consapevolezza, ovvero che se nel mondo esiste il
male è anche perché quel male è stato difeso, custodito e infine diffuso da determinati gruppi di
persone.
L’apice del male lo si è raggiunto nel momento in cui tali persone hanno cercato di invertire i
concetti stessi di bene e male, convincendo l’intera umanità, o quasi, che il male da essi perpetrato
fosse in realtà l’unica forma di bene possibile, fino ad invertire gli autori stessi del bene e del male.
Ne consegue un’umanità stanca, schiava del dolore e ormai quasi del tutto priva di quell’unica
speranza di cui dispone: la fede in Dio.
Questo libro rappresenta dunque anche l’unico mezzo che ho avuto a disposizione per raccontare la
verità; una verità che sta urlando da secoli per emergere dall’oscurità, una verità che io sono
disposto a difendere fino alla fine contro tutto e tutti … anche contro me stesso.
Il libro si compone di dodici capitoli suddivisi in tre parti. La prima parte, composta dai primi due
capitoli, si intitola “Prima delle Scritture”, e, come suggerisce il titolo, in essa viene descritta la mia
vita prima di avvicinarmi alle Scritture, dall’infanzia fino all’età di ventiquattro anni. La seconda
parte, composta dai tre capitoli successivi, si intitola “Durante le Scritture”, e in essa vengono
9

descritti gli avvenimenti che hanno interessato la mia vita dal momento in cui ho iniziato a leggere
le Scritture. La terza parte, composta dagli ultimi sette capitoli, si intitola “Dopo le Scritture”. In
essa, analizzando le Scritture, cerco di spiegare come è strutturato realmente questo mondo e quale
sia il reale funzionamento dei suoi costituenti, dando quindi una spiegazione definitiva anche a tutti
gli avvenimenti descritti nella seconda parte. In particolare infine, nel dodicesimo e ultimo capitolo,
cerco di spiegare come si potrebbe cambiare l’attuale condizione dell’umanità sulla base delle
conoscenze acquisite.

Cancello Arnone 13/12/2018

10

11

12

PARTE 1: PRIMA DELLE SCRITTURE

13

14

CAPITOLO 1: Il ragazzo di Via Castelluccia
1.1 L’ultimo figlio
Mi chiamo Davide Bidognetti, sono nato il 21/07/1993, ad Aversa, provincia di Caserta, Italia.
Sono l’ultimo di quattro figli. Quando mia madre rimase incinta di me, mio padre decise che io non
dovessi nascere; al contrario, mia madre lottò con tutte le sue forze affinché io venissi alla luce. Pur
di riuscire nel suo intento, mio padre, di cui non riporto qui una descrizione dettagliata del suo
carattere (cosa che farò in seguito), arrivò più volte ad alzare le mani su mia madre, per convincerla
ad abortire. Un episodio in particolare può chiarire fino a che punto si spinsero con la lite
riguardante la mia nascita. Era all’incirca il mese di febbraio del 1993, in casa c’era il camino
acceso, e mio padre, in un impeto di rabbia, prese un pezzo di legna dal camino e lo scagliò contro
la schiena di mia madre. Mia madre resistette ad ogni sopruso pur di avermi, e fu così che in un
mattino di luglio nacqui io.
Essere l’ultimo figlio non sempre rappresenta un fatto positivo. Nel mio caso, tale condizione ha
rappresentato una sorta di condanna velata, nascosta, come un peso che tutti ti chiedono di portare
senza fartelo notare. Nella mia famiglia infatti, essendo il più piccolo, ho sempre avuto un ruolo di
semplice spettatore, limitandomi cioè ad osservare cosa facessero gli altri, le decisioni che
prendevano e le conseguenze per tutta la famiglia che derivavano da tali decisioni, senza mai poter
interferire con esse.
Tutto questo ha sicuramente contribuito a rendermi fin dall’infanzia una persona emotivamente
fragile e restia a prendere decisioni proprie, in modo autonomo. Dico che ha solo contribuito,
perché credo di essere nato già con una certa predisposizione alla fragilità, con un carattere cioè
facilmente permeabile al dolore, per il quale la condizione familiare in cui sono cresciuto ha
rappresentato sicuramente un aggravio, ma non l’origine della fragilità.
In ogni caso, è evidente che il numero di decisioni che un bambino può prendere da solo è assai
limitato, questo perché nella maggior parte dei casi egli ignorerà il motivo stesso della decisione.
Ad esempio, un bambino che non frequenta ancora la scuola non potrà mai prendere una decisione
sulla propria istruzione, perché ignorerà il concetto stesso di istruzione scolastica. Per questo tipo di
decisioni ci sono tre possibilità:
1) un componente della famiglia (generalmente un genitore) prende la decisione al posto del
bambino;
2) il bambino prende involontariamente una decisione limitandosi ad imitare un componente della
famiglia che rappresenta per lui un punto di riferimento;
3) non riuscendo a trovare un punto di riferimento nella propria famiglia, il bambino ne cerca uno
fuori dall’ambito familiare.
Quando si verifica la terza possibilità sorge un paradosso: il bambino dovrebbe cioè scegliere una
persona come punto di riferimento, in un numero esageratamente grande di persone, il che è
impossibile. Mosso dalla curiosità, il bambino vede ogni nuova persona con cui entra in contatto
come un mistero da svelare, studiare, e quindi come un potenziale punto di riferimento, sicché, per
assurdo, la presenza di innumerevoli possibili punti di riferimento fa sì che il bambino non riesca a
trovarne nessuno in particolare. Al bambino non resta che una possibilità, e cioè fare quello che
viene fatto in media dalla maggior parte dei suoi coetanei, tendendo semplicemente ad uniformarsi
alla massa.
15

Questo è ciò che in pratica è capitato a me, che, non riuscendo a trovare un punto di riferimento
nella mia famiglia, ho finito per imitare gli altri per tutta la vita.
Ma imitare gli altri non significa necessariamente essere come gli altri, significa solo assumere gli
stessi comportamenti degli altri, mantenendo una propria personalità nascosta, un proprio carattere
segreto. Il risultato è una persona esperta conoscitrice dei caratteri altrui, ma incapace di esprimere
il proprio; conoscitrice del mondo, senza averlo mai vissuto; libera nella propria schiavitù, la
peggior schiavitù, poiché dovuta alla cecità degli altri e non alla propria.
D’altro canto, questa, seppur in parte, è una condizione di vita comune a tutti. Il ragionamento fatto
per il bambino può infatti essere esteso all’intera famiglia, con una differenza: il bambino, essendo
parte di una famiglia, può scegliere se cercare un punto di riferimento nella propria famiglia o se
“vagare per il mondo” alla ricerca di un punto di riferimento che non troverà mai; la famiglia nel
suo insieme invece, essendo già il punto di partenza di qualsiasi società, non può scegliere sé stessa
come riferimento, poiché sarebbe come il bambino che per affrontare il mondo che non conosce,
scegliesse sé stesso come riferimento. La famiglia, anche se in parte, è costretta ad adattarsi sempre
al comportamento tipico delle altre famiglie se vuole sopravvivere. In caso contrario, è la restante
società stessa che provvede a distruggere la suddetta famiglia. Di conseguenza, per proprietà
transitiva, anche i singoli membri della famiglia sono costretti ad adattarsi in parte al resto della
società, sono cioè costretti ad uniformarsi alla massa. Da qui la schiavitù che ci accomuna tutti. In
altre parole, a vincere sarebbe sempre la maggioranza. Ma cosa accadrebbe se la maggioranza
venisse a conoscenza di tutta la verità? …
1.2 La mia famiglia
Nel descrivere il mio carattere, è risultata evidente l’importanza della famiglia. In generale, la
conoscenza di sé stessi è legata necessariamente alla conoscenza della propria famiglia, sia perché
alcuni aspetti del nostro carattere sono di natura ereditaria, sia perché il nostro comportamento è
fortemente influenzato da quello dei componenti del nucleo familiare (soprattutto da quello dei
genitori). Per tali motivi, di seguito riporterò una doverosa descrizione dettagliata dei componenti
principali della mia famiglia.
Mio Padre
Bidognetti Francesco, nato il 25/05/1953 a Casal di Principe, provincia di Caserta, Italia.
Mio padre, senza voler esagerare, è sicuramente una delle persone più strane al mondo, se non
addirittura la più strana.
Cresciuto a Casal di Principe, mio padre proviene da una famiglia che, come tante nel sud Italia del
Secondo Dopoguerra, ha dovuto affrontare un periodo in cui la differenza tra povertà e benessere
era sottile come la carta. Mio padre nacque come primo di sei figli (tre maschi e tre femmine),
anche se i suoi genitori ebbero una bambina prima di lui, morta prematuramente a causa della
febbre. Suo padre, Bidognetti Vincenzo, era un muratore, e sua madre, Sarracino Marietta, una
casalinga.
Questa sommaria descrizione della famiglia di mio padre non deve tuttavia trarre in inganno. La
famiglia di mio padre era ed è tutt’altro che una famiglia normale, anzi, posso affermare senza
problemi che essa rappresenta un insieme di persone della peggior specie. Per giustificare tale
affermazione, di seguito riporterò un breve elenco di avvenimenti che hanno interessato alcuni
16

componenti della famiglia di mio padre, precisando però fin d’adesso, che i motivi che possono
averli spinti ad assumere determinati comportamenti, hanno un’origine molto più complessa,
origine che verrà discussa in dettaglio nel capitolo 8.
I miei nonni paterni, mostrarono già da giovani segni di squilibrio mentale, e per tale motivo furono
entrambi ricoverati in un manicomio (per cinque anni mio nonno e per tre anni mia nonna). Mio
nonno fu ricoverato per aver importunato con atti osceni la figlia di un alto ufficiale quando era
sotto le armi, mentre mia nonna per schizofrenia.
In generale, gli atti osceni e le perversità sessuali hanno rappresentato uno schifo tragicamente
normale nella famiglia di mio padre. Ci sono stati, tra gli atti più deplorevoli, sia stupri che incesti.
Già il nonno di mio nonno, un alcolizzato, cercò di violentare una bambina, e per tale motivo venne
ucciso. Mio nonno e suo fratello (uno zio di mio padre di nome Giuseppe, ricoverato anch’egli in
manicomio per anni come mio nonno) violentarono la propria sorella ancora giovane. Sempre mio
nonno, anni dopo, cercò di violentare anche la nuora (moglie di un fratello di mio padre). Oltre a
questo, va precisato nei confronti di mio padre, sia un prevedibile comportamento violento da parte
di mio nonno, il quale lo picchiava anche per questioni di poco conto, sia un vero e proprio
sfruttamento minorile da parte di mia nonna, la quale costringeva mio padre a lavorare nei campi fin
da piccolissimo (dall’età di dieci anni circa) e con turni massacranti (anche dalle cinque di mattina
fino a sera inoltrata). Questo fu l’ambiente familiare in cui crebbe mio padre.
Ora, pur avendo ogni persona un carattere che in generale è proprio o originale, è anche vero, come
precisato all’inizio di questo paragrafo, che il nostro comportamento è fortemente influenzato
dall’ambiente familiare in cui cresciamo. Oltre a ciò ci sono anche alcuni aspetti del nostro carattere
che, purtroppo, sono di natura ereditaria (gli effetti di quest’ultimi verranno descritti meglio nel
sottoparagrafo 9.2.2). Nel caso di mio padre quindi, possiamo dire che il suo comportamento fu
influenzato fin da piccolo nel peggiore dei modi. Sicuramente egli rimase fortemente traumatizzato
dal comportamento dei suoi familiari (disse una volta a mia madre: “Nella mia famiglia ho assistito
a scene a cui nessun figlio dovrebbe assistere”), tanto che l’azione contemporanea dei fattori
succitati si tradusse per mio padre in una malattia mentale di una complessità senza precedenti in
famiglia. Da ragazzo mostrò un’attrazione morbosa per una delle tre sorelle, cercando di violentarla.
Questo portò ovviamente ad un odio profondo nei confronti di mio padre sia dei fratelli che delle
sorelle, al punto che ancora oggi (con mio padre ormai anziano) il loro rapporto con mio padre si
limita sì e no ad un saluto per strada (più che per l’episodio citato poc’anzi, di cui quasi nessuno era
al corrente, mio padre è sempre stato allontanato dai familiari soprattutto per i suoi atteggiamenti
violenti).
Nel 1977 conobbe mia madre grazie allo zio Giuseppe (il già citato prima fratello del padre), che,
ironia della sorte, aveva sposato una sorella di mia nonna materna (mio padre e mia madre cioè, pur
non avendo legami di sangue, hanno rispettivamente uno zio paterno e una zia materna sposati tra
loro). L’anno dopo, il 28/05/1978 si sposarono.
Durante il fidanzamento, nessuno della famiglia di mio padre ebbe la dignità di raccontare a mia
madre dei problemi gravi di salute mentale di cui soffriva il futuro marito. La madre di mio padre in
particolare, nel descrivere il figlio alla futura nuora, si limitò a dirle che fosse più che altro tonto,
stupido e che, in alcuni casi, potesse manifestarsi in lui qualche vena di pazzia. Già con queste
poche ma significative informazioni, mia madre cercò di rompere il fidanzamento, tuttavia il
tentativo fallì e ci fu il matrimonio.

17

Il primo figlio che nacque ai miei genitori fu mio fratello Enzo, nel 1979; un anno dopo nacque mia
sorella, Mirella.
Fu quando mia sorella raggiunse l’età dell’adolescenza che ebbe inizio la tragedia. Nella mente di
mio padre, tornò a farsi spazio la malattia mentale di cui soffriva e, in più di un’occasione, cercò di
molestare mia sorella. Fortunatamente, grazie all’enorme coraggio mostrato da mia madre, i
tentativi di mio padre non si tradussero mai in qualcosa di concreto. Non riuscendo nei suoi intenti,
mio padre iniziò a sfogare la sua frustrazione picchiando mia madre, e più passavano gli anni più le
liti diventavano frequenti.
In più di un’occasione mia madre trovò il coraggio di denunciare mio padre, ma sempre solo per
maltrattamenti familiari, sicché mio padre, o non veniva arrestato o se veniva arrestato era per pochi
mesi (cioè il tempo che mio padre impiegava per convincere mia madre a ritirare la denuncia), e
questo si ripeté per tre volte. La quarta ed ultima volta in cui arrestarono mio padre fu quella
decisiva. In tale occasione, mia madre e mia sorella raccontarono tutta la verità, e il giudice ritenne
opportuno assegnare a mio padre una condanna di sei anni e sei mesi, di cui ne scontò solo quattro
anni e sei mesi grazie ad un indulto. Venne arrestato nel luglio del 2003 e scarcerato nel gennaio del
2007, cioè nel periodo in cui io vissi l’età che va dai dieci ai tredici anni: un’età delicata per ogni
ragazzo, poiché sancisce il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Quando venne scarcerato, mia
madre, in un atto di misericordia, decise di riaccoglierlo con noi a casa …
All’inizio, ho affermato che mio padre è una delle persone più strane al mondo se non addirittura la
più strana al mondo. Si potrebbe pensare che tale affermazione sia dovuta all’insieme degli
avvenimenti appena descritti aventi mio padre come protagonista, tuttavia non è così, anzi,
l’affermazione risulterebbe in tal caso addirittura ingiustificata, perché nell’aver commesso
determinate azioni, a mio padre si potrebbe attribuire al più la stranezza che si attribuisce ad un
criminale meno comune rispetto ad altri, ma questo non lo renderebbe di certo la persona più strana
al mondo. Il vero motivo della mia affermazione è di difficile comprensione e può risultare
altrettanto difficile d’accettare, ma proverò ugualmente a spiegarlo.
Immaginate di conoscere due persone. Siano queste persone una l’opposta dell’altra dal punto di
vista del carattere. In particolare, i loro caratteri siano uno irascibile, perverso, superbo, furbo,
violento e petulante e l’altro mansueto, puro, umile, ingenuo, pacifico e riservato. La stranezza di
mio padre è dovuta al fatto che in lui coesistono entrambi i caratteri appena descritti. In altre parole,
in mio padre sono presenti letteralmente due personalità distinte e separate e queste personalità sono
una l’opposta dell’altra.
Nel leggere gli avvenimenti narrati fin’ora, nessuno avrà difficoltà nel riconoscere a mio padre il
primo dei due caratteri descritti. Eppure, ci sono episodi della vita di mio padre, oltre ad alcuni suoi
comportamenti, che si possono spiegare solo attribuendogli anche il secondo dei caratteri descritti.
Prima però di parlare di tali episodi e comportamenti, va precisata una cosa importante. Ho
accennato in precedenza, di come la madre di mio padre, nel tentativo di giustificare le azioni del
figlio, gli attribuisse una certa stupidità. Ebbene, nel corso degli anni passati ad osservare mio
padre, ho avuto modo di constatare che tale stupidità sia effettivamente presente in mio padre, e
che, molto probabilmente, sia sempre stata presente fin da ragazzo. Con “stupidità” voglio intendere
semplicemente che mio padre è una persona incapace di attribuire il giusto peso alle azioni che
compie, egli cioè, pur compiendo intenzionalmente del male a danno di altri, ha serie difficoltà a
riconoscere la gravità del male stesso compiuto. Non è ovviamente una giustificazione, è solo la
constatazione di un’ulteriore stranezza di mio padre. In ogni caso, è proprio tale stupidità che fa da
18

ponte ai due caratteri di mio padre, consentendogli di passare dall’uno all’altro con una rapidità
sorprendente. Più avanti (sottoparagrafo 10.4.5) spiegherò anche l’origine dei due caratteri opposti.
La manifestazione più evidente del secondo carattere di mio padre è rappresentata sicuramente dal
fatto che egli era, ed è tutt’ora, un cristiano evangelico praticante. Mio padre si accostò alla fede
cristiana già nei primi anni successivi al matrimonio (inizio anni ottanta). Ora, si potrebbe pensare
che egli fece ciò come copertura per le azioni criminose perpetrate in famiglia, e di fatti questo è
quello che ha sempre pensato mia madre, tuttavia, dopo anni passati a studiare quest’aspetto di mio
padre, posso affermare che per quanto possa sembrare incredibile la fede di mio padre è sempre
stata sincera. A conferma di ciò va osservato che durante la carcerazione, non smise di predicare il
Vangelo ai detenuti, riuscendo in alcuni casi ad ottenere anche delle sincere conversioni. Più
recentemente venne allontanato dalla chiesa che frequentava perché, addirittura, non riconosceva in
alcuni confratelli un corretto comportamento cristiano (si scoprì che le sue accuse erano fondate). A
tutto questo va aggiunto che mio padre, a prescindere da ogni altro comportamento, è sempre stato
un gran lavoratore. Quest’ultimo aspetto in verità potrebbe essere in parte una conseguenza dello
sfruttamento minorile a cui è stato sottoposto da piccolo. Mio padre cioè, non riuscirebbe a sottrassi
dallo svolgere un lavoro (di qualsiasi tipo) perché in lui sarebbe sempre presente un ormai inconscio
timore nei confronti della madre. A conferma di ciò, va detto che nello svolgere un lavoro mio
padre può raggiungere livelli di precisione inauditi, come se temesse sempre il giudizio di qualcuno
su qualsiasi cosa faccia.
Quanto alla sua malattia mentale, con l’avanzare dell’età questa è andata gradualmente scemando,
anche se ciò non comporta nessuna differenza per mia madre, che ancora oggi, non riuscendo a
perdonargli i comportamenti passati, mantiene sempre un atteggiamento piuttosto freddo nei suoi
confronti.
Il suo essere cristiano è in perfetto accordo con la presenza di tutti gli aspetti del secondo carattere
che egli manifesta a tratti (alternandoli cioè agli aspetti del primo carattere). Sicché egli è calmo e
pacifico quando non è arrabbiato, ingenuo quando non cerca di fare il furbo e così via.
Quanto al suo rapporto nei miei confronti, bisogna considerare che io sono l’unico della famiglia ad
essersi avvicinato come lui alla fede cristiana, sicché egli vede in me sia un figlio che un amico, un
amico che ha il compito di sostenerlo, seguirlo e far sì che egli manifesti quanto più possibile il
secondo carattere, per la pace di tutti.
Mia Madre
Borriello Angela, nata il 07/03/1956 a Casal di Principe, provincia di Caserta, Italia.
Cresciuta anche lei a Casal di Principe come mio padre, mia madre è di umili origini per parte
paterna e di nobili origini per parte materna (paragrafo 3.3). Il padre, Borriello Giovanni, detto
Giacobbe, svolgeva un’attività molto rischiosa e ricercata al tempo stesso, era cioè uno scavatore di
pozzi d’acqua, e si può dire che la maggior parte dei pozzi di Casal di Principe furono scavati da lui.
Continuò a svolgere quest’attività fino a quando, verso la mezza età, non decise di cambiare
completamente mestiere, lavorando in un cinema del paese (il cinema “Giardino”, dove era addetto
alla proiezione dei film). Oltre a questo era un ottimo cuoco e non c’era pianta commestibile che
non conoscesse. Era di buon cuore, altruista e allegro con tutti. La madre, Vegnente Filomena,
casalinga, era affetta da sordomutismo fin dalla nascita. Fu la madre e la nonna più dolce che ci sia
mai stata (descriverò più dettagliatamente la vita di mia nonna nel paragrafo 3.3).
19

Mia madre nasce come seconda di tre figli. Prima di lei, i miei nonni ebbero un maschio, zio
Salvatore, di due anni più grande di mia madre, morto prematuramente all’età di quarantaquattro
anni per un infarto. Dopo mia madre, a distanza di sei anni, nacque mia zia Maddalena.
Se in me è presente un determinato interesse per la cultura in generale, tale interesse l’ho ereditato
sicuramente da mia madre. Da piccola, fu un’appassionata lettrice di romanzi, e se non fosse stato
per l’arretratezza culturale del suo paese, che costringeva le ragazze a lasciar perdere gli studi per
dedicarsi solo ed esclusivamente alle faccende domestiche, sono sicuro che sarebbe diventata
qualcuno d’importante in ambito sociale. Durante l’infanzia studiò in un collegio ad Aversa, mentre
conseguì la licenza media frequentando una scuola serale.
Quando si fidanzò con mio padre, la differenza culturale tra i due influì sicuramente sul loro
rapporto. Mia madre sognava di sposare qualcuno con un minimo di cultura e romanticismo in più
rispetto a mio padre, ma, come già spiegato in precedenza, non poté rifiutarsi di sposarlo, anche su
insistenza della madre, che non vedeva di buon occhio la rottura del fidanzamento.
Subito dopo sposata, studiò a Caserta per conseguire una licenza commerciale che le avrebbe
permesso di aprire una piccola bottega. La casa dove si sposarono lei e mio padre (costruita da mio
padre stesso) era infatti perfetta per un’attività commerciale, essendo situata in una delle piazze
principali del paese. In generale, mia madre ha sempre mostrato un notevole intuito per gli affari, ed
è per questo che le entrate della famiglia sono sempre state gestite da lei.
Detto ciò, passiamo ora a parlare di ciò a cui ogni madre normale tiene di più: i figli. La nascita del
primogenito avvenne nel seguente modo. Dopo quasi un anno di matrimonio, mia madre non era
ancora rimasta incinta, sicché la famiglia di mio padre iniziò ad accusarla di essere sterile. Mia
madre, presa dallo sconforto, andò a pregare Dio in una chiesa, affinché potesse ricevere la
benedizione di un figlio e mettere a tacere chi l’accusava ingiustamente. Nel dicembre del 1979
venne quindi al mondo mio fratello. Mia madre non se la sentì di chiamarlo come il suocero
(Vincenzo), a causa dei pessimi rapporti che c’erano tra lei e la famiglia di mio padre, decise quindi
di chiamarlo Enzo. Un anno dopo nacque mia sorella. Anche per lei, mia madre non se la sentì di
scegliere il nome della suocera (Marietta) ed optò per il nome Mirella.
In seguito alla nascita di mia sorella, i miei genitori decisero, almeno in teoria, di non avere più
figli, soprattutto perché con un altro bambino piccolo d’accudire sarebbe stato impossibile per mia
madre portare avanti l’attività commerciale. Tuttavia, quando nel 1991 rimase nuovamente incinta,
l’istinto materno prevalse su qualsiasi tipo di interesse economico e mia madre decise che avrebbe
avuto il terzo figlio. Fu così che, nonostante le lamentele di mio padre, nel dicembre del 1991
nacque mio fratello Giovanni (a cui fu dato lo stesso nome del padre di mia madre). Mia madre
riuscì ugualmente a mantenere aperta l’attività per un altro anno e mezzo circa, anche se con
qualche difficoltà. Decise di chiuderla definitivamente quando nacqui io, nel 1993. Di quanto
dovette lottare per avere me, ho già parlato nel precedente paragrafo. Posso solo aggiungere che,
secondo un mio personale sospetto, le liti tra mia madre e mio padre riguardanti la mia nascita,
fossero in realtà dovute ad una inconscia paura da parte di mio padre di generare un figlio in tutto e
per tutto uguale a lui, paura che andava crescendo all’aumentare dei figli nati. Fortunatamente, tutti
noi quattro figli abbiamo ereditato anche il sangue di nostra madre insieme a quello di nostro padre.
Quanto al carattere di mia madre, questo può essere riassunto in tre termini: dolce, riservato e
combattivo.
L’abnegazione di mia madre alla famiglia, e ai figli in particolare, è sempre stata qualcosa di unico.
Tutti i sacrifici che ha fatto li ha fatti per noi, tutte le lotte che ha combattuto le ha combattute per
20

noi, per non farci mancare mai nulla. Se mio fratello Enzo non è stato abbandonato al suo destino
(ne parlerò in seguito) lo deve a nostra madre. Se mia sorella Mirella è riuscita a sposarsi,
scappando alle grinfie di mio padre, lo deve a nostra madre. Se infine, io e mio fratello Giovanni
abbiamo avuto la possibilità di studiare lo dobbiamo sempre a lei. Mia madre è una santa.
Mio fratello Enzo
Bidognetti Enzo, nato il 03/12/1979 ad Aversa, provincia di Caserta, Italia.
L’ingenuità è sicuramente l’aspetto più significativo del carattere di mio fratello Enzo. Si può dire
anzi che l’ingenuità sia stata l’origine di tutti i mali che mio fratello ha dovuto affrontare in vita e
che hanno inesorabilmente segnato la sua esistenza. In ogni caso, l’ingenuità è un aspetto che si può
associare ad una persona solo in relazione al comportamento del mondo circostante. In altre parole,
una persona è ingenua quando non è in grado di notare un’evidente azione malvagia che ha
ripercussioni negative sulla propria vita, ma compiuta da altri. Ciò vuol dire che, tolta l’azione degli
altri, ad un livello più personale ed intimo tale ingenuità si traduce in una semplice ma rarissima
purezza d’animo.
Da piccolo, incapace di riconoscere una palese situazione di pericolo, finiva col litigare spesso con i
suoi coetanei, anche per questioni di poco conto. Crescendo, divenne sempre più evidente la
necessità di uno sguardo adulto che vegliasse costantemente su di lui, guidandolo anche nelle scelte
più semplici. Un tale aiuto sarebbe dovuto giungere evidentemente dai genitori, tuttavia, la pessima
situazione familiare più volte descritta, finì solo per aggravare la situazione. Nella sua pagella di
terza media si può leggere il seguente resoconto:
“L’alunno, proveniente da un ambiente privo di qualsiasi stimolo culturale e motivato esclusivamente da interessi extrascolastici, ha concluso il triennio conseguendo una preparazione confusa e
parziale”.
La perenne lite tra i genitori, finì col trasformare Enzo in un oggetto di contesa tra i due. Mio padre
in particolare, per ottenere il suo appoggio, era solito viziarlo con cifre di denaro spropositate e
inadatte ad un ragazzo della sua età. L’ovvia conclusione fu l’abbandono degli studi, quando
mancava solo un anno alla maturità. Lasciati gli studi, iniziò quindi a lavorare come semplice
carpentiere per diverse ditte locali.
Nel 2001, si ritrovò a lavorare nei pressi di Venezia. Qui avvenne uno degli episodi più importanti
della sua vita. Il suo datore di lavoro di allora era proprietario di una moto di grossa cilindrata.
Questi, in una sera d’inverno, insistette affinché mio fratello gli portasse la suddetta moto,
guidandola dalla località in cui lavoravano fino al suo appartamento. Mio fratello non aveva alcuna
esperienza nel guidare una moto di tali dimensioni, ma accettò ugualmente l’incarico affidatogli.
Prima di avviarsi, un amico che lavorava con lui, di origini albanesi, chiese ripetutamente a mio
fratello di poter salire anch’egli sulla moto. Mio fratello, ancora una volta, non seppe dire di no, e
nonostante una fitta nebbia ricoprisse le strade, si avviarono entrambi verso la destinazione. Dei
due, solo mio fratello era munito di casco. Fu un attimo: mio fratello perse il controllo della moto e
i due si ritrovarono catapultati a gran velocità in un campo vicino. Durante la caduta, andarono a
sbattere contro una serie di paletti di cemento posti a recinzione del campo. L’amico, non avendo il
casco, morì sul colpo (un paletto gli recise la testa), mio fratello invece si salvò per miracolo.
Rimase in coma per sette giorni, riportando la frattura della mandibola, la rottura della rotula e della
21

mano destra e il danneggiamento permanente del timpano sinistro (a causa del quale ebbe una
pesante riduzione dell’udito all’orecchio sinistro). Un episodio importantissimo legato all’incidente
sopra descritto verrà narrato nel sottoparagrafo 10.3.2.
La massima ingenuità di mio fratello si manifestò quando, tornato da Venezia e guarito dalle ferite
dell’incidente, iniziò a frequentare alcuni amici di Casal di Principe dediti all’assunzione di
stupefacenti. Non ci volle molto prima che gli amici, se così possiamo chiamarli, trascinassero
anche lui ad assumere tali abitudini. Nel giro di un anno mio fratello divenne un cocainomane. A
causa di tale abitudine ben presto i soldi guadagnati lavorando e quelli fornitigli da mio padre non
furono più sufficienti. Su iniziativa degli amici, mio fratello iniziò quindi a partecipare ad una serie
di piccole rapine, al fine di ottenere i soldi necessari alla droga.
La situazione divenne irrimediabile quando nel 2003 venne arrestato mio padre, l’unico che potesse
fermare mio fratello dall’intraprendere ancora quella strada (all’epoca io e mio fratello Giovanni
eravamo ancora piccoli). Le denuncie ai danni di mio fratello si accumularono, finché, nel 2004,
non venne arrestato anche lui. Durante l’interrogatorio scoppiò in lacrime, confessando tutti i reati
commessi. Rimase in prigione per sei anni, dove ebbe modo di disintossicarsi definitivamente. I
colloqui in carcere rappresentarono sicuramente i momenti più tristi per tutti noi. Mia madre venne
privata di un figlio, io e Giovanni di un fratello maggiore con cui giocare, lui di un’intera famiglia.
In quei momenti difficili venimmo aiutati principalmente da mia zia Maddalena, ma anche dagli
insegnanti di scuola e dalla Caritas. In ogni caso, fu mia madre che non perdendosi mai d’animo
riuscì a tenere viva la speranza in tutti noi.
Mia sorella Mirella
Bidognetti Mirella, nata il 22/12/1980 ad Aversa, provincia di Caserta, Italia.
La pietà verso il prossimo e una fede incrollabile sono le caratteristiche principali di mia sorella
Mirella. Nata per combattere il male, mia sorella rappresenta, al pari di Enzo, la persona più vicina
a Dio in famiglia.
Costretta a sopportare l’atmosfera malata creatasi in famiglia a causa di mio padre, fin da piccola
vide nella fede il suo unico rifugio possibile, la sua unica speranza. Si potrebbe pensare che tale
vocazione fosse dovuta soltanto ad una influenza su di lei da parte di mio padre, che, come spiegato
in precedenza, si avvicinò ai cristiani evangelici proprio durante l’infanzia di Mirella e Enzo,
tuttavia così non fu. Mia sorella infatti, così come mia madre, ha sempre visto nell’altra faccia di
mio padre, quella del cristiano evangelico, solo l’abile recita di un menzognero, mal sopportando
quella che ai loro occhi era una palese manifestazione d’ipocrisia. Quindi, volendo essere più
precisi, si può dire che l’incastro che si venne a creare fu il seguente. Data la doppiezza del carattere
di mio padre, la sua fede cristiana, seppur sincera, contribuì soltanto a rendere l’ambiente familiare
più contorto e malato, sicché, Dio infuse in mia sorella una fede tale da riuscire a sopportare
quell’ambiente, e lo fece usando come base proprio le parole della Bibbia che risuonavano in casa a
causa di mio padre (questo ragionamento sarà più chiaro dopo aver letto il sottoparagrafo 7.2.5.2).
Da una pagina del suo diario, datata 27/11/1995, si può leggere:
“[…] mia madre non sta bene: ha sempre dolori alla testa, pressione alta e non ce la fa a fare
neanche i servizi in casa. Da ora in poi dovrò fare tutto io, anche se so che sarà molto difficile,
perché badare ad una casa, tre fratelli, mio padre e poi anche a mia madre non sarà facile. Credo
proprio che mi troverò in grosse difficoltà, ma con l’aiuto di Dio sono sicura che ce la farò a fare
22

tutto io: a cucinare, lavare i piatti e i panni, a stirare, rifare i letti, lavare i pavimenti, pulire la
polvere, lucidare le piastrelle della cucina, lavare le tende, lavare i vetri, lavare i lampadari e,
quando è il momento, svuotare i materassi e cambiare le lenzuola. Ma se ci metto impegno e
costanza sono sicura che ce la farò, anche se sono sola”.
La pietà verso il prossimo che ha sempre contraddistinto mia sorella, assume un significato
straordinario nel momento in cui essa viene mostrata nei confronti del padre, che è la persona che
più di tutte le ha causato sofferenza. Quando ad esempio nel 1995 si tenne una causa in tribunale al
fine di condannare mio padre (causa che finì in un nulla di fatto), in una pagina del diario di mia
sorella datata 24/03/1995 si può leggere:
“Oggi sarà un giorno ricordevole. Ci sarà una causa nel tribunale dei minorenni a Napoli contro
mio padre e spero che vada in carcere. Io sarò la sua accusatrice e so solo io come mi sento, ma
dovrà pagare per quello che ha fatto. Lui ha sbagliato e pagherà. Io non ce la faccio più, adesso
basta, ho sofferto già troppo e adesso non voglio più soffrire. E’ giunta l’ora della vendetta, della
rivincita”.
E ancora, in una pagina datata 18/05/1995 si legge:
“2ᵃ riunione della causa. Il pretore condannerà mio padre per le accuse contro di lui. So che sono
gravi ma è la verità. So che per queste accuse io lo condannerò dai 12 ai 20 anni di galera ma non
è stata colpa mia. Purtroppo ha sbagliato, non si può rimediare. Ci poteva pensare prima di fare
certe cose. Io adesso anche se volessi non potrei più aiutarlo. Mi dispiace, ma non è stata colpa
mia”.
Da entrambi i testi (soprattutto dal secondo), si intuisce di come mia sorella, all’epoca ancora
quattordicenne, pur mostrando un ovvio risentimento nei confronti del padre, non arrivi mai ad
odiarlo del tutto, fino a sentirsi lei stessa dispiaciuta per la possibile carcerazione del padre. La
stessa pietà la mostrò nei confronti della nonna paterna. Poco prima che questa morisse a causa di
un incidente stradale il 20/12/1995, Mirella preferì, riassumendo una pagina del suo diario, affidare
la vita della nonna nelle mani di Dio, senza esprimere alcun giudizio personale su di essa, anche se
si stava parlando di una persona che in vita aveva arrecato solo male sia a mia sorella che alla nostra
famiglia in generale (si pensi solo che nella causa in tribunale citata prima, la nonna preferì
schierarsi dalla parte del figlio contro mia sorella quattordicenne).
Nel 1996 conobbe il suo futuro marito, Giuseppe D’Anima. Per mia sorella Giuseppe rappresentò
una vera e propria ancora di salvezza, grazie alla quale poté porre fine alla triste situazione che
stava vivendo. Giuseppe, pur essendo un bravo ragazzo, era povero, ed univa alla povertà una punta
d’orgoglio con la quale cercava di mascherare la sua condizione di povero. Fu quindi mia madre a
doversi occupare di tutto l’occorrente per il matrimonio (dovette acquistare lei persino l’abito dello
sposo). D’altro canto mia sorella si innamorò perdutamente di lui, sicché, il 21/02/1998, dopo un
anno circa di fidanzamento, si sposarono … mia sorella aveva solo diciassette anni.
I due andarono ad abitare a Cancello Arnone, in una casa di campagna (situata in Via Castelluccia
n° 20) fatta costruire in precedenza da mia madre grazie ai soldi accumulati durante gli anni in cui
gestì l’attività commerciale. Mia madre non badò a spese, sia per la costruzione della casa sia per la
dote elargita alla figlia. Tuttavia, dopo solo sei mesi di matrimonio, Giuseppe decise di non voler
più abitare in campagna, ritenendo la casa fatta costruire da mia madre troppo isolata dal centro
23

abitato. Convinse quindi mia sorella a ritornare a Casal di Principe per andare ad abitare momentaneamente a casa di sua madre (la suocera di mia sorella), mentre lui, nel frattempo, si sarebbe
occupato di rimettere a nuovo la vecchia casa paterna, situata sempre a Casal di Principe, dove
andarono ad abitare circa un anno dopo. Fu in quel periodo che i miei genitori presero una delle
decisioni più rilevanti per la mia esistenza. Non volendo lasciare incustodita la nuova casa in
campagna, decisero di trasferirvisi loro. Così, nell’autunno del 1998, fummo noi (mio padre, mia
madre, Enzo, Giovanni ed io) ad andare ad abitare a Cancello Arnone. Io avevo quattro/cinque anni
all’epoca.
Nell’agosto del 1998 nacque il primo figlio di mia sorella, Vincenzo, seguito da una bambina,
Giuseppina, detta Giusy, nata nel luglio del 2000. Il terzo ed ultimo figlio, Angelo, nacque nel
giugno del 2003.
Per quanto riguarda il mio rapporto con Mirella, si può dire che lei abbia rappresentato per me una
seconda mamma più che una sorella, anche se il tempo in cui mi poté tenere in braccio prima di
sposarsi fu breve.
Mio fratello Giovanni
Bidognetti Giovanni, nato il 15/12/1991 ad Aversa, provincia di Caserta, Italia.
Un’allegria sconfinata e contagiosa ed una forza d’animo incrollabile sono sicuramente i due aspetti
che più di tutti caratterizzano mio fratello Giovanni. Di noi quattro figli, Giovanni è quello che
sicuramente ha avuto l’infanzia più tortuosa di tutti, fino ad un punto in particolare, in cui la sua
stessa vita rimase appesa ad un filo.
Poco prima che io nascessi, mio fratello Giovanni aveva circa un anno di vita. Fu in quel periodo
che venne presa una decisione molto importante per lui. La sorella di mia madre, zia Maddalena,
desiderava da tempo un figlio (non avendone avuti di suoi), sicché, l’avvento della mia nascita
rappresentò l’occasione perfetta affinché anche lei potesse averne uno. In pratica, mia madre decise
di affidare Giovanni a sua sorella mentre lei avrebbe accudito il nuovo bambino in arrivo.
Giovanni non venne proprio adottato da mia zia, ma in pratica è come se lo fosse stato. Lei lo portò
a vivere con sé a Carinaro, il paese in provincia di Caserta dove si era sposata, ed insieme al marito,
zio Angelo, lo accudì riservandogli tutte le cure che si possono riservare ad un figlio. Ovviamente
mio fratello sapeva chi fosse la vera madre, anche perché mia zia portava il bambino da mia madre
spesso e volentieri, al punto che mio fratello aveva preso l’abitudine di chiamare “mamma” mia
madre e “mammina” mia zia (abitudine che conserva tutt’ora).
Sembrava quindi tutto perfetto, tuttavia, quando mio fratello aveva due anni e mezzo circa di età,
avvenne un incidente che sconvolse la vita di tutti. Pur non avendo mai fatto troppi capricci per
mangiare, un giorno mia zia, per riuscire nell’intento di dar da mangiare a mio fratello, decise di
farlo salire su quello che lei pensava esser un innocuo giocattolo. Il “giocattolo” si rivelò essere in
realtà una mini-moto a benzina, di proprietà di un ragazzo più grande che abitava nella stessa strada
di mia zia, amico di famiglia. La moto era accesa e in un attimo mio fratello si ritrovò a sbattere a
tutta velocità contro il muro di pietra che aveva di fronte.
La corsa in ospedale fu tempestiva, ma mio fratello era ormai entrato in coma profondo. A causa
dell’azzeramento delle difese immunitarie, venne colpito anche da una forte febbre da meningite
dovuta al batterio streptococco. Mia madre rimase costantemente (insieme a mia zia) in ospedale
vicino a mio fratello (in quel periodo, delle mie cure si occupò Mirella). Giovanni rimase in coma
per quaranta giorni e quaranta notti, lottando tra la vita e la morte. Al suo risveglio, le prime parole
24

furono “mamma voglio la bottiglia di latte”, che, per i medici, fu segno di una futura guarigione da
parte di un corpo che non aveva smesso mai di lottare per la vita.
Nonostante la guarigione completa di mio fratello, a causa della non molto chiara dinamica
dell’incidente si tenne una causa, il cui centro della questione era l’affidamento di mio fratello. Il
giudice decise che mio fratello dovesse stare con la sua vera madre e non con sua zia. Questa
decisione mandò, almeno nei primi tempi, mia zia e suo marito nello sconforto più totale, ma grazie
a mia madre e al riavvicinamento tra le due sorelle, tale sconforto cessò. D’altro canto l’affetto di
mio fratello per la zia e lo zio è rimasto immutato fino ad oggi.
Tornato a vivere con noi, mio fratello divenne il mio primo vero compagno di giochi (all’epoca io
avevo poco più di tre anni e lui quattro e mezzo). Tutto quello che faceva lui lo volevo fare anche
io: era diventato una vera e propria guida per me. Anche dopo il trasferimento a Cancello Arnone le
cose non cambiarono. Ricordo come fosse ieri le corse in bicicletta, i tuffi in piscina, il giocare a
nascondino e così via.
A scuola invece prendemmo due strade completamente diverse. A differenza mia, Giovanni era
negato a scuola, e gli insegnanti gli consentivano di passare agli anni successivi più per bontà nei
confronti di mia madre che per merito di Giovanni. Come istituto superiore scelse l’Istituto
Alberghiero di Castel Volturno in provincia di Caserta, dove si diplomò con il voto di 72/100. A
voler essere sinceri, più che una scelta fu quasi un obbligo, in quanto si vociferava che quello fosse
l’istituto della zona in cui venivano “smistati” tutti gli studenti fannulloni. Prese la qualifica come
cuoco ma finì col fare il cameriere. Tale “scelta” segnò sicuramente il futuro di mio fratello. Un
futuro piuttosto triste. La persona più allegra e altruista che io conosca è costretta a lavorare come
cameriere ormai da anni. Lavoro questo che, tra l’altro, lui svolge con umiltà e in modo eccellente,
contro le aspettative di tutti gli insegnanti che non hanno creduto in lui.
Augurerò sempre tutta la felicità che si possa ricevere in vita a mio fratello Giovanni.
1.3 Ingresso nel mondo: scuola e primi amici
Il primo anno d’asilo (quando avevo tre anni) l’ho frequentato a Casal di Principe. I successivi due
anni (quando avevo quattro e cinque anni) li ho frequentati invece a Cancello Arnone.
Già da piccolo vedevo nelle scuole in generale come un’arma a doppio taglio. Da un lato vedevo in
quell’ambiente solo un modo per dividere un figlio dalla propria madre. Io ero particolarmente
legato a mia madre, da qui la mia ostilità nei confronti di quell’ambiente, che, soprattutto durante il
primo anno d’asilo a Casal di Principe, si traduceva anche in veri e propri atti di evasione
dall’istituto, scavalcando dalla finestra dell’aula. Dall’altro lato però, era evidente che in quei luoghi
chiamati aule non venivano raggruppati tanti bambini per puro caso. Era auspicabile (ma in realtà
richiesto) che quei bambini imparassero a giocare, dialogare e quindi socializzare di propria
spontanea volontà, usando come tecnica la semplice vicinanza forzata.
Dal punto di vista del bambino, la cui curiosità è potenzialmente aperta al mondo intero, la scuola
può essere paragonata ad una grassa rete, le cui maglie inizialmente sono larghe e consentono di
divincolarti ancora, per poi restringersi gradualmente, finché non ti resta che limitare la tua curiosità
a quelle aule, a quei bambini e a quegli insegnanti, insomma, a quelle facce. Quando la rete è stretta
al punto giusto, si è pronti per ascoltare gli insegnamenti della maestra e per socializzare con gli
altri bambini.
Alle elementari la mia situazione come alunno cambiò drasticamente rispetto all’asilo. Mi trasformai in un alunno modello, fin troppo a dire il vero, nel senso che ascoltavo tutto quello che
25

dicevano le maestre (che vedevo come sostitute momentanee di mia madre), facevo tutti i compiti
assegnati per casa, ma non riuscivo ad interagire minimamente con gli altri bambini, destando non
poche preoccupazioni da parte degli insegnanti. Questa mia caratteristica, e cioè l’aver paura di fare
nuove amicizie, mi ha accompagnato per tutto il periodo delle elementari.
Una curiosità: ricordo che il primo compito assegnatoci dalla maestra di matematica fosse di
disegnare una mela quanto più circolare possibile, mentre il primo compito assegnatoci dalla
maestra di italiano fosse di colorare una pagina del quaderno a righi con due colori diversi,
l’azzurro e il giallo, in modo alterno per ogni rigo della pagina.
Finalmente alle medie iniziai anche io ad avere degli amici, ma solo perché iniziai ad interessarmi
anche io al mondo del calcio come tutti i miei coetanei. L’impressione che avevo, era comunque
che tolto l’interesse comune sarei rimasto nuovamente solo.
1.4 Difficoltà di adattamento nel mondo: la ricerca del perché
Finché i problemi citati nel paragrafo precedente sono presenti in un bambino, non c’è molto
d’allarmarsi. Spesso infatti i bambini tendono naturalmente ad isolarsi per crearsi semplicemente
dei propri spazi in cui giocare, fantasticare e altro. Il problema si presenta quando tali atteggiamenti
persistono anche durante tutta l’età dell’adolescenza.
Dopo le medie decisi di iscrivermi all’Istituto Tecnico Industriale Giulio Cesare Falco di Capua.
Questo perché gli esperti dell’orientamento delle medie mi indirizzarono verso un Istituto Tecnico
per Geometri; non essendoci però tale tipo di istituto nelle mie vicinanze decisi di optare per uno
quanto più simile possibile, cioè il Tecnico Industriale.
All’Industriale, in verità, non è che non riuscissi ad integrarmi con gli altri, solo che iniziai a
percepire qualcosa di strano nelle persone che mi circondavano. L’impressione che avevo è che
ognuno avesse un carattere come preimpostato. Ognuno aveva il proprio carattere ed ognuno
seguitava ad avere quel singolo carattere, come se quest’ultimo fosse stato impostato da qualcuno.
Ciò non valeva solo per i ragazzi ma anche per i professori, insomma per tutti. Tutto questo
contraddiceva il mio modo di vedere le cose. Secondo me l’insieme degli atteggiamenti mostrati da
una persona doveva essere necessariamente il frutto di esperienze passate, non necessariamente
traumi, ma che in ogni caso si riflettevano sul carattere della persona. Tuttavia quando si è a
contatto con così tante persone, non si può indagare sul passato di ognuna di esse e ciò che ci viene
mostrato, e quindi ciò di cui dobbiamo accontentarci, è solo una maschera. In definitiva,
l’impressione era quella di essere circondato da maschere. La cosa peggiore è che in tale ambito se
non si è a propria volta muniti di una maschera si viene esclusi, o catalogati come strani o peggio
incatalogati. Sicché io decisi di indossare, di assumere, la mia vecchia e comoda maschera da
secchione.
C’erano diversi compagni di classe che destavano la mia curiosità per il loro modo di comportarsi:
c’era l’ironico De Giglio Antonio, il comico Olivazzi Marco, ma soprattutto c’era l’imperscrutabile
Di Martino Giovanni Junior. Di questi quello che attirava di più la mia attenzione era Giovanni. Ciò
che caratterizzava Giovanni (nato il 09/01/1994) era che non indossasse una maschera. Non
fraintendetemi, non sto dicendo che lui fosse uno dei pochi a mostrare il suo vero carattere, sto anzi
dicendo che lui fosse in grado di indossare una moltitudine di maschere, ognuna giusta per il
momento giusto. Questo suo modo di comportarsi si sposava benissimo con il mio modo di
comportarmi indagatore. In breve divenne il mio primo vero (e unico) amico. La splendida città di
Capua offriva spunti notevoli alle mie riflessioni, e più Giovanni si calava in nuovi personaggi, più
26

io apprendevo qualcosa sul mondo circostante. Oggigiorno, sono arrivato alla conclusione che il
destino (sottoparagrafo 7.2.5.4) abbia posto Giovanni sul mio cammino, affinché io apprendessi, nel
bene e nel male, ciò che c’era d’apprendere dal mondo.
Comunque, tra una crisi depressiva e l’altra e con qualche perché di troppo, riuscii a superare anche
l’ostacolo delle superiori, diplomandomi con il voto di 99/100.
1.5 Università: primo vero amore
Il mio viaggio all’università (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli) è stato come
una sorta di Divina Commedia alla rovescia. Nella Divina Commedia, Dante affronta prima
l’Inferno, là dove non c’è luce, non c’è fede e non c’è speranza per nessuno. Poi approda al
Purgatorio, là dove quella speranza, seppur flebile, inizia ad essere visibile. Infine viene accolto nei
Cieli, approdando in Paradiso. Qui, in particolare, lui può incontrare e ricongiungersi con Beatrice,
sintesi del suo amore e vera ragione del suo viaggio ultraterreno. Per me, in relazione alla donna
amata, è avvenuto esattamente l’opposto.
Mentre quando ho parlato della scuola ho dovuto comunque distinguere ciò che veniva
normalmente fatto in tali ambiti (l’insegnamento) dai soggetti che si aggiravano in essi (amici,
professori, ecc), per quanto riguarda l’università questa distinzione non è necessaria. Tutta la mia
esperienza universitaria può essere fatta coincidere con la rivelazione di una singola persona e
quella persona risponde al nome di Chiara.
Chiara Porcaro, nata il 22/07/1993, era ed è tutt’ora la ragione di tutto per me, compresa la scrittura
di questo libro. La notai fin dal primo giorno di università, anche se non mi avvicinai a lei. Per me
fu come se mi fossi riflesso in uno specchio, non dissi né pensai nulla, semplicemente non potevo
smettere di guardarla. Dall’altra parte dello specchio c’era la mia vita, potevo vederla. Non sono
bravo con le descrizioni fisiche, ma posso assicurare che non esistono al mondo occhi neri e capelli
corvini leggermente mossi come i suoi. Non esiste naso proporzionato come il suo e soprattutto non
esiste bocca carnosa al punto giusto come la sua. Ogni sua forma, ogni sua linea è di una
proporzione perfetta secondo i più perfetti canoni di bellezza (cercateli voi quali). Si può arrivare a
contemplare una persona a tal punto solo se quella persona è la propria anima gemella (questo
pensai in seguito).
Ogni cosa facessi all’università per me era solo in funzione di Chiara. Mi alzavo la mattina e dicevo
a me stesso “Oggi la vedrò!”, citando “I dolori del giovane Werther” di Goethe, sicché quando
andavo all’università, non ci andavo per apprendere chissà cosa ma per vedere lei, parlare con lei,
ammirare lei. Tutto ruotava intorno a lei, lei era la mia donna angelo. Già da adesso posso dire che
considero non casuale l’averla incontrata, soprattutto per la vicinanza delle nostre date di nascita: ci
separa solo un giorno di vita. E’ come se noi due fossimo stati creati già in coppia.
Chiaramente dovetti conquistarla. Inizialmente il tutto si riduceva a frasi come “Mi servirebbero le
fotocopie di questi appunti”, oppure “Ti dispiace se mi siedo di fianco a te in prima fila per seguire
meglio la lezione?” Insomma qualsiasi frase andava bene pur di rivolgerle la parola. Arrivavo anche
al punto di prendere il treno delle 05:00 di mattina pur di conservare i due posti in prima fila per noi
due. In seguito io mi feci avanti per darle una mano in alcune materie a lei ostiche, materie di natura
meccanica, nelle quali io, proveniente da un Istituto Tecnico Industriale, ero invece ferrato. Sicché,
iniziammo a trascorrere insieme oltre alle mattine durante le lezioni, anche i pomeriggi in aula
studio per spiegarle le suddette materie. Si iniziò a notare che stavamo sempre insieme, e, d’altro
canto, io no nascondevo a nessuno all’università il mio amore apertamente dichiarato per lei.
27

Inizialmente lei era restia ad avere una relazione con me. Diceva che era più importante lo studio
per ripagare la madre di tutti gli sforzi che aveva fatto per farla studiare, il che era anche giusto.
Solo che io non mi arrendevo, non potevo farlo, il cuore mi obbligava a riprovarci sempre. E
finalmente, dopo due anni e mezzo di corteggiamento, anche lei proruppe in una serie interminabile
di Ti amo, Ti amo, Ti amo, Ti amo, Ti amo, Ti amo, Ti amo, ecc.
Questo è il Paradiso. Io avevo al mio fianco la donna che consideravo e considero tutt’ora la più
bella del mondo, la più intelligente, la più genuina, la più cordiale, la più buona, la più materna.
Insomma la donna perfetta.
Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai, o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.
Da “Un malato di cuore” di Fabrizio De André.
1.6 Amore infranto
Quando si è innamorati non si pensa a ciò che verrà dopo. Passato e futuro sono assoggettati al
presente. Ogni momento è perfetto così come è, e conta solo quello. E’ come se i due innamorati si
trovassero in una sfera all’interno della quale il tempo segue solo le regole impostate da loro due.
Mentre esternamente alla sfera vi è il tempo “normale” con i suoi annessi problemi. La relazione tra
i due innamorati inizia a vacillare quando i problemi esterni alla sfera cercano di corrodere la
tranquillità che aleggia all’interno.
Per me e Chiara, l’unico problema che apparentemente poteva scalfire la nostra relazione era
rappresentato dall’influenza delle rispettive famiglie. Dei casini combinati dalla mia famiglia ho già
parlato, Chiara invece aveva problemi di comunicazione con il padre, il quale aveva lasciato sua
madre per un'altra donna. In ogni caso lei riusciva a gestire questo complicato rapporto con il padre
senza troppi problemi. Se proprio si vuol trovare una conseguenza di tale complicato rapporto con il
padre, questa va ricercata in una paura nascosta di Chiara verso l’altro sesso.
Io non stavo messo meglio. Spesso capitava che mi presentassi all’università turbato, a causa di un
litigio, uno dei tanti, con mio padre. Sicché un giorno Chiara volle indagare più a fondo, volle cioè
sapere chi realmente fosse mio padre, come si comportasse e cosa avesse fatto nella vita per essere
così odiato. Io non potevo mentire, non l’avrei mai fatto, non nei confronti di Chiara, per cui le
raccontai la verità su tutto. Sintetizzando le dissi che mio padre più volte aveva cercato di molestare
mia sorella. Le dissi anche che, per una serie di motivi, mio fratello Enzo era stato in prigione come
mio padre. Nient’altro.
Al contrario di quanto si possa pensare, non furono queste rivelazioni ad intaccare il nostro
rapporto. Chiara continuò a restarmi vicino e io seguitai a fare altrettanto. Fu solo in seguito che
28

iniziai a notare dei cambiamenti in Chiara. Verso la fine del 2014 lei arrivò a pronunciare frasi
come “Sarebbe meglio per tutte noi ragazze se ci rinchiudessimo in un bel convento” o qualcosa del
genere. Io non capivo di preciso cosa stava succedendo, percepivo soltanto una grande sofferenza in
Chiara che lei cercava disperatamente di far emergere senza però riuscirci. Una volta, mentre
eravamo in un parco di Aversa, lei mi disse che la madre aveva raggiunto una situazione di “stress”
tale da iniziare a parlare da sola e che tale situazione si ripercuoteva anche su di lei. Ma questa non
era tutta la verità. All’epoca io non potevo saperlo, ma in quel periodo Chiara stava affrontando
esattamente ciò che io descrivo in questo libro al capitolo 9. Parliamo di un combattimento interiore
che se non gestito correttamente può condurre anche alla pazzia. E’ qualcosa che va quasi oltre
l’umana comprensione e che non può essere spiegato in poche parole ad una persona, anche se
quella persona è disposta a dare la vita per te. Sono problemi contro i quali la sfera degli innamorati
non può resistere e finisce con l’andare in frantumi. Un senso di impotenza mi attanagliava. Vedevo
proprio lì davanti a me la donna che amavo bisognosa d’aiuto ed io non potevo fare assolutamente
niente per lenire il suo dolore.
Questo è il Purgatorio. A causa di questa situazione lei iniziò gradualmente a staccarsi da me. La
mia luce, la mia speranza si stava allontanando inesorabilmente da me senza che io potessi fare
nulla per impedirlo. La mattina del lunedì 12/01/2015 io ero all’università e come sempre avevo già
conservato i due posti per me e per Chiara. Lei arrivò salendo le scale dell’università, ma anziché
venire a salutarmi come al solito, prese due sue amiche e se ne andò in disparte con loro. Al ritorno
una delle due amiche mi chiese se Chiara quel giorno, anziché sedere vicino a me, potesse sedere
vicino a lei. Io, ignaro di quanto stava accadendo, acconsentii senza problemi. Non me ne resi conto
subito, ma quello fu il giorno in cui Chiara mi lasciò.
Questo è l’inferno. Brancoli nel buio, non c’è nessuna spiegazione logica che regga, sai solo che la
tua luce ti ha abbandonato. I corsi all’università non erano ancora finiti, ma ogni giorno che passava
Chiara mi rivolgeva la parola sempre più di rado, finché ad un certo punto non smise proprio di
farlo. Io abbandonai i corsi (entrare in quelle aule e fingere di non conoscere la persona che era tutto
per me era insopportabile). In seguito lei cambiò anche numero di telefono, sicché per me fu
impossibile sia vederla che sentirla.
Personalmente non mi sono mai arreso a questa conclusione. La mia unica speranza ora risiede in
questo libro, perché in esso descrivo le sofferenze che ho provato similmente a quelle provate da
Chiara. Quando il libro sarà finito, mi ripresenterò da Chiara con lo stesso amore che provavo per
lei all’inizio (e con una copia del libro). “Io ho instillato una parte della mia felicità in te”, le dicevo
sempre, e quella felicità è ancora lì, e mi spinge ad andare avanti.
Svanì per sempre il sogno mio d’amore …
l’ora è fuggita,
e muoio disperato,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!
Tanto la vita.
Da “E lucevan le stelle, Tosca” di Giacomo Puccini.

29

CAPITOLO 2: Isolamento forzato
2.1 Fase del rifiuto e dell’autodistruzione
Quando all’inizio del 2015 lasciai i corsi all’università niente mi sembrava avesse più un senso, anzi
l’esistenza stessa non valeva più la pena di essere vissuta. Se al mio fianco non c’era più la donna
che amavo allora la mia vita era inutile, questo è quello che pensavo. Con questa premessa finii
inesorabilmente con l’isolarmi dal resto del mondo.
Per quanto la fase dell’isolamento sia una fase credo comune a tutti quelli che hanno ricevuto una
delusione amorosa, nel mio caso ho notato che tale fase può essere ricondotta all’insieme di più fasi
che si susseguono una dopo l’altra, tutte figlie dell’isolamento.
La prima fase è quella del rifiuto. Al contrario di quanto si possa pensare, per fase del rifiuto non si
intende il rifiutare la propria condizione di persona lasciata, ma tutto il resto. In altre parole, preso
atto di non poter più dialogare con la persona amata, si finisce col non voler dialogare più con
nessun altro, sopportando a malapena i dialoghi con i familiari. Allo stesso modo, preso atto di non
poter più uscire con la persona amata, si finisce con il non voler più uscire con nessuno, e così via.
E’ facile convincersi del perché tale tipo di comportamento porti all’isolamento forzato.
Contemporaneamente alla fase del rifiuto vi è la fase dell’autodistruzione. Se la vita non vale più la
pena di essere vissuta, allora, onde evitare ulteriori sofferenze, tanto vale distruggerla da sé. Questo
è quello che pensa la persona lasciata e ormai in totale stato depressivo. Nel mio caso l’autodistruzione avvenne in diversi modi: con l’alcool, le droghe e l’autolesionismo. In certe sere
arrivavo a bere intere bottiglie di vino (gentilmente fornite dalla cantina di mio padre) pur di
annebbiare la mia mente. Iniziai inoltre a fare uso di marijuana, fumandola prima in piccole quantità
e poi, man mano, in quantità sempre maggiori. Infine non mancarono i tentativi di suicidio in cui
cercavo di tagliarmi i polsi con lame o coltelli. Tuttavia, evidentemente, quello non era ancora il
momento della mia dipartita, e sopravvissi a tutto questo.
In verità in seguito, per un lungo periodo, comunque non smisi di bere e fare uso di marijuana, ma
almeno non cercavo più di uccidermi, non direttamente almeno.
2.2 Fase dell’ozio: rifugio nella fantasia
Il 22/04/2015 morì il mio cane Tommy. Era un volpino che viveva con noi da quindici anni, praticamente uno di famiglia. Con la sua morte sparì l’ultimo amico con cui potessi giocare, con cui cioè
potessi mettere il muso fuori di casa e uscire un po’, anche solo per rotolarmi nell’erba. Ebbe
dunque inizio la fase dell’ozio.
Non c’è molto da dire, semplicemente rintanatomi in casa passavo intere giornate davanti al
monitor del computer. Per passare il tempo guardavo principalmente film e serie TV. Delle serie
TV ero diventato un vero esperto e non di rado mi prestavo a intere maratone di episodi.
Consideravo la serie House M.D. (nota in Italia con il nome di Dottor House) come la migliore,
poiché all’epoca mi rispecchiavo nell’animo ferito del protagonista. Non vado fiero di questa brutta
fase, anche se in seguito, come preciserò nel paragrafo 3.5, essa mi tornerà utile per altri motivi.
Purtroppo nella fase dell’ozio rientra anche l’abitudine di cui mi vergogno di più oggigiorno, che è
l’uso dei porno, o materiale pornografico in generale, per trascorrere il tempo. Se potessi tornare
indietro ed eliminare una qualunque pratica passata, questa sarebbe senz’altro la prima che
eliminerei.
30

Ovviamente non abbandonai lo studio e, seppur in modo tremendamente rallentato, continuai a
preparare gli esami che mi mancavano per laurearmi.
2.3 Internet e l’apparente libertà comunicativa
Passando la maggior parte del mio tempo davanti al monitor di un computer, mi capitava spessissimo di utilizzare internet.
Internet mi offriva un’apparente grande capacità comunicativa, nel senso che mi dava l’impressione
di poter comunicare i miei pensieri o comunque tutto ciò che mi riguardava al mondo intero. Questa
ovviamente è una caratteristica che internet offre a tutti, ma è, a mio avviso, una caratteristica falsa
e subdola. Fino a prova contraria, per quanto io potessi usare internet, mi ritrovavo comunque da
solo chiuso in una stanza, e questo valeva anche per chi eventualmente stava dall’altra parte del
monitor.
In definitiva internet, per quanto mi riguarda, offre solo un modo di mascherare la propria solitudine
aggrappandosi a ciò che ci viene mostrato da un monitor, cioè il tramite tra le due persone in
solitudine (o più persone in solitudine). E’ come una doppia maschera che viene posta sugli interlocutori a distanza di sicurezza. E’ un inganno sottile da notare, ma c’è.
Comunque, all’inizio anch’io, ignaro dell’inganno, mi ero convinto addirittura di poter avere una
vita sociale tramite internet. Era sufficiente cercare il sito giusto per l’argomento giusto e il gioco
era fatto, sia che si trattasse di film, sia che si trattasse di serie TV, internet offriva centinaia di
pagine in cui sfogare le proprie “conoscenze”. Ero un povero illuso.
2.4 Fase della noia: sono ancora una persona che soffre
Siamo in pieno 2016. Non mi ci volle molto per capire che lo stile di vita che avevo adottato fino ad
allora non mi avrebbe fatto stare meglio, bensì peggio. Il guaio era di non riuscire a trovare niente di
valido che potesse sostituire quello che facevo prima.
Ebbe inizio la fase della noia. Quando tutti i film e le serie TV furono esaurite, di me rimase solo
quello che ero sempre stato: una persona sofferente. Non sapendo cosa fare e nel tentativo di
alleviare la sofferenza, tornavo ad ubriacarmi o comunque a farmi del male. Fu il periodo in cui
toccai proprio il fondo. La vita mi era diventata insopportabile. Solo la musica di qualche cantautore
(Fabrizio De André, Francesco Guccini, Luigi Tenco, Rino Gaetano, ecc), unita, ogni tanto, a
qualche bottiglia di vino, riuscivano a tirarmi su il morale. Ma era chiaro che non potessi continuare
così.
2.5 Fase rivoluzionaria: voglio cambiare qualcosa
Una volta un uomo mi disse: “Per Dio sei come una piantina. Lui permette che ti pieghi ma non che
ti spezzi”. La fase rivoluzionaria, cioè l’ultima della fase dell’isolamento, nasce proprio come
volontà della piantina di non spezzarsi, o, in altre parole, come volontà del corpo umano di non
morire.
Quando hai toccato il fondo puoi solo rialzarti. Il primo a rialzarsi è il proprio corpo, nel senso che è
il corpo che per primo inizia a rifiutare tutto ciò che gli è causa di danneggiamento. Il corpo cioè
cerca di rimettersi in sesto da solo, in automatico, aiutando la mente a fare altrettanto. Fino a
quando non si invertono i ruoli e non è la mente stessa a riappropriarsi del controllo sul proprio
corpo. Questa del “corpo che si rialza” è la prima rivoluzione della fase.
31

La seconda rivoluzione è nel sociale. La persona che ritiene di aver raggiunto un equilibrio, è
invogliata dalla propria mente a far sì che vi sia un cambiamento radicale anche nella vita di chi lo
circonda. Questa fase è direttamente proporzionale alla fase di isolamento che l’ha preceduta.
Maggiore è stato l’isolamento della persona e maggiore sarà il desiderio di cambiamento collettivo
della persona nella fase rivoluzionaria, come una fame atavica di cambiamento che vuole estendersi
a tutti. Nasce così il rivoluzionario vero e proprio.
Solo una cosa il rivoluzionario non ha previsto, ovvero i mezzi a disposizione. Il rivoluzionario si
ritrova da solo, e non essendo ancora del tutto conscio dell’inganno di internet, si illude che una
rivoluzione possa partire proprio da internet, attraverso i soliti giusti siti per i giusti argomenti. E’
una illusione anche questa, ma per il neo-rivoluzionario appare tutto possibile o almeno come un
inizio.
2.6 Avvicinamento ai temi sociali: aumento della sofferenza
Siamo agli inizi del 2017. Forte dello spirito rivoluzionario che era insito in me, iniziai ad avvicinarmi a diversi argomenti di interesse sociale, attraverso l’uso di internet e in particolare di alcuni
canali di YouTube. Come è facile immaginare, di canali del genere ne trovai a decina: contro
l’inquinamento, contro le guerre, per la lotta di classe, e così via; tutti argomenti ai quali un
rivoluzionario che si rispetti non può voltare le spalle.
Dal punto di vista ideologico mi definivo un anarco - comunista. Quando ero ragazzo e andavo
ancora alle superiori, provavo infatti rispetto per la figura di Ernesto Che Guevara, ma, al tempo
stesso, non potevo ignorare tutti i massacri compiuti dall’Unione Sovietica di Stalin, per questo
univo al comunismo una dose di libertà proveniente dall’anarchismo; da qui l’anarco - comunismo
mi sembrò l’ideologia più adatta da sposare.
A questo punto va fatta una precisazione. Il cantautore Francesco Guccini, in riferimento ad una
canzone su Ernesto Guevara, dice che il rivoluzionario è guidato da un grande sentimento d’amore.
Io aggiungerei che più in generale ciò che muove il rivoluzionario è sempre la sofferenza. E’ la
sofferenza che uno prova e che vorrebbe che non venisse provata dagli altri a spingere il rivoluzionario ad andare avanti. Qui tuttavia sorge un paradosso, ovvero che il rivoluzionario per essere tale,
oltre alla propria sofferenza deve farsi carico anche della sofferenza altrui, e di conseguenza la sua
condizione successiva diventa peggiore di quella di partenza.
Questo in pratica è quello che è successo a me. Davanti a me si aprivano scenari catastrofici di
dolore e sofferenza ai quali nessuno riusciva a porre rimedio, ed io, povero solitario rivoluzionario,
per amore o sofferenza propria, volevo porvi rimedio eccome. Il risultato non poté che essere un
aumento spropositato, macroscopico, di sofferenza che mi venne riversata addosso solo per essermi
interessato a tali argomenti. Tuttavia cercai di sopportare ugualmente tali sofferenze.
2.7 Punto di rottura: “Attacco al Potere”
La mia personale lotta rivoluzionaria culminò con il tentativo di scrittura di “Attacco al Potere”.
Come suggerisce il titolo, Attacco al Potere doveva essere un libro che riassumeva tutte le mie
ricerche contro il potere costituito. Il libro doveva essere suddiviso in quattro parti: Che cos’è il
Potere; Come si conserva il potere; Chi detiene il potere; Attacco al Potere. Non riuscii a
completare nemmeno l’indice, soprattutto per le mie carenze in conoscenza di chi deteneva il potere

32

(la terza parte del libro). All’epoca non avevo idea di quanto marcia potesse essere la linea di
comando dei detentori del potere.
Dopo quest’ultimo tentativo solo una cosa rimase, ancora una volta la sofferenza. Sempre lì, sempre
pronta a bussarti sulla spalla per rammentarti che lei non se n’era andata, che c’era sempre. Io ero
distrutto: la donna amata non c’era più ormai da due anni, non ero ancora riuscito a laurearmi e i
miei tentativi di aiutare il mondo avevano finito per aggravare la mia situazione. Ero ad un punto di
rottura.
Tuttavia, in mezzo a tutte quelle tenebre mi si accese una luce. Durante le mie ricerche per Attacco
al Potere non avevo potuto fare a meno di interessarmi alla religione in generale, o quantomeno al
mondo spirituale. Nella mia mente non avevo ancora un’idea precisa di chi o cosa fosse Dio, ma
non importava. Io avevo perso tutto e non avevo niente da temere nel chiedere aiuto a Dio. Sicché
una sera, mi prostrai sul pavimento di casa, e piangendo chiesi aiuto a Dio. Dissi: “Dio, chiunque tu
sia, qualunque sia il tuo aspetto io so che mi stai guardando, so che puoi aiutarmi, ti prego aiutami.
A questo punto solo tu puoi farlo!” Fu catartico.
Quella stessa sera, prima di addormentarmi, dissi: “Dio, se mi aiuterai, se la mia vita potrà cambiare
grazie a te, in cambio io ti darò la mia castità”, e mi addormentai. Decisi che da quel momento in
poi mi sarei dedicato allo studio della Bibbia. Da quel momento la mia vita sarebbe cambiata
drasticamente.

33

34

PARTE 2: DURANTE LE SCRITTURE

35

36

CAPITOLO 3: Primo contatto con la Bibbia
3.1 Introduzione
Come già precisato, l’avvicinamento alla Bibbia fu per me una vera e propria ancora di salvezza.
Non nego tuttavia che in me fosse presente anche una certa dose di curiosità che mi spinse a leggere
tale libro.
Nelle mie ricerche per la scrittura di Attacco al Potere, quando mi capitava di imbattermi
nell’argomento “Dio”, su internet era facile trovare teorie contrastanti, che andavano da chi negava
completamente l’esistenza di Dio a chi addirittura vedeva nella figura di Dio una sorta di alieno che
milioni di anni fa, insieme ai suoi amici altrettanto alieni, era venuto a popolare la terra provenendo
dallo spazio. Insomma, c’erano un sacco di teorie assurde che giravano intorno alla figura di Dio, e
sicuramente io iniziai a leggere la Bibbia anche per appianare tali dubbi.
Un’altra precisazione che va fatta è che io iniziai a leggere la Bibbia da autodidatta, senza cioè
l’aiuto di nessuno. Non chiesi aiuto nemmeno a mio padre che anzi era allo scuro di quanto stessi
facendo. Questo come vedremo si è rivelato per me un grave errore che ho pagato a caro prezzo. La
Bibbia infatti andrebbe letta a partire dai Vangeli, per poi passare alla lettura del Vecchio
Testamento, io invece la iniziai a leggere a partire dalla Genesi. Ma la lettura della Bibbia serve
anzitutto all’uomo per avvicinarsi a Dio e se la si legge a partire dal Vecchio Testamento, aumentano le probabilità che l’antagonista per eccellenza, cioè il maligno o diavolo, cerchi di
mischiare le carte per confondere la verità con la menzogna prima che si giunga al Nuovo
Testamento, laddove, grazie a Gesù, ogni dubbio viene dissipato. Io, ignorando questa regola
basilare, iniziai dalla Genesi, poi spulciai rapidamente i Vangeli e in men che non si dica mi ritrovai
faccia a faccia con l’Apocalisse. Grave errore da principiante.
3.2 La creazione: tante risposte in una volta sola
La Genesi inizia ovviamente con il racconto della creazione. Quando lessi per la prima volta con
attenzione tale racconto per me fu qualcosa di scioccante. Sapevo ovviamente che Dio avesse creato
l’universo in sei giorni e che il settimo si fosse riposato, ma non mi ero mai soffermato a leggere i
vari passaggi che portavano al compimento della creazione. Lo stupore nasce dall’autorità che Dio
riesce ad infondere con tale racconto.
Prima di allora anche io avevo creduto, anche se solo in parte, alla nascita dell’universo per opera
del Big Bang. Ma la teoria del Big Bang, come tutte quelle riguardanti la nascita dell’universo,
lasciava molto a desiderare, soprattutto perché presupponeva una nascita volontaria dell’universo a
partire da un istante di tempo del tutto casuale, senza nulla specificare su quanto potesse esserci, o
non esserci, prima di tale istante. Col racconto della creazione invece tutto appare chiaro fin
dall’inizio, tutto ha un suo ordine e un suo scopo che spetta solo al lettore cogliere (sottoparagrafo
7.2.7).
Si percepisce subito un senso di sicurezza nel vedere che l’uomo è posto al centro di tale creazione.
L’uomo cioè non è più quell’essere la cui nascita va ricercata in una serie casuale di eventi naturali,
ma è posto a capo della creazione per volere di Dio fin dall’inizio. Tutte le creature gli sono
sottoposte, ed è lui a doversene prendere cura. L’uomo è poi fatto a immagine e somiglianza di Dio,
il che presuppone subito un rapporto intimo tra l’uomo e Dio, come a voler dire che l’uno non può
esistere se non esiste anche l’altro.
37

Si può poi ragionare sui tempi utilizzati per descrivere la creazione (vedi sempre sottoparagrafo
7.2.7), ma sicuramente in tali tempi vi è un ordine di perfezione celato dai numeri stessi che
racchiudono tali tempi.
Insomma, il racconto della creazione mi catapultò in una dimensione di assoluta perfezione che mai
prima avevo provato.
3.3 Genesi 49: ritratto della famiglia e ricerca degli antenati
Descrivere ogni singolo capitolo del Vecchio Testamento sarebbe impossibile, ma ce n’è uno che
merita particolare attenzione ed è il capitolo 49 della Genesi. In esso il patriarca Giacobbe benedice
i suoi dodici figli ed è di conseguenza in esso che troviamo un primo riferimento a quelle che poi
diventeranno le dodici tribù di Israele. Per sottolineare l’importanza di tale capitolo basti pensare
che i presidenti degli Stati Uniti, quando giurano sulla Bibbia aperta per il proprio mandato, giurano
proprio in corrispondenza del capitolo 49 della Genesi.
Delle benedizioni dei figli di Giacobbe, viene posta particolare attenzione per quella del figlio
Giuda. A riguardo il passo Genesi 49:8-12 recita:
“Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sul collo dei tuoi nemici; i figli di tuo padre si
inchineranno davanti a te. Giuda è un giovane leone; tu risali dalla preda, figlio mio; egli si china,
s’accovaccia come un leone, come una leonessa: chi lo farà alzare? Lo scettro non sarà rimosso da
Giuda, né sarà allontanato il bastone del comando dai suoi piedi, finché venga colui al quale esso
appartiene e a cui ubbidiranno i popoli. Egli lega il suo asinello alla vite e il puledro della sua
asina alla vite migliore; lava la sua veste col vino e il suo mantello col sangue dell’uva. Egli ha gli
occhi rossi dal vino e i denti bianchi dal latte”.
La discendenza di Giuda è particolarmente importante perché da essa proverrà il re Davide, da cui,
in linea di successione diretta da padre in figlio, discenderà Gesù stesso. E’ la cosiddetta Radice di
Davide o Radix Davidis.
Molto importanti sono i simboli della vite, del vino e del latte citati nel passaggio precedente, cui
corrispondono i colori verde, rosso e bianco. Questi sono i colori che l’antica massoneria italiana
della seconda metà dell’Ottocento decise di scegliere come tricolore della nostra bandiera italiana.
Ebbene, a mio modo di vedere, il capitolo 49 della Genesi rappresenta a tutti gli effetti il ritratto di
ogni possibile famiglia, nel senso che, pur non avendo alcun legame di sangue con una delle dodici
tribù, in ogni famiglia è possibile ritrovare degli elementi in comune con la famiglia di Giacobbe.
Questo è dovuto semplicemente alla precisione e ricchezza di dettagli con cui Giacobbe benedice
ognuno dei suoi figli. Di conseguenza è sempre possibile per ogni membro di una famiglia
rispecchiarsi in un membro della famiglia di Giacobbe.
Fu proprio questo tipo di associazione che fece nascere in me il desiderio di scoprire quali fossero le
origini della mia famiglia, in particolare le origini di mia madre. Questo è quanto ho scoperto:
La madre di mia madre, cioè mia nonna materna, Vegnente Filomena, nacque il 09/01/1929 a Casal
di Principe. Fu la primogenita di sei figli (tre femmine e tre maschi). Sua madre, Schiavone
Maddalena, nata il 05/12/1907 a Casal di Principe, era una sarta e morì quando mia nonna aveva
solo nove anni a causa del tetano contratto dopo la puntura di un ago da cucito infetto. Dopo la
morte della madre, mia nonna venne portata in un orfanotrofio di Napoli, il Real Albergo dei
Poveri, dove rimase fino all’età di undici anni circa. Suo padre, Vegnente Ciro, nato il 09/10/1903 a
38

Napoli, fu il terzo di tre figli. Era di nobili origini. I suoi genitori furono una coppia di nobili
stranieri che diedero in adozione i loro tre figli: il primo venne dato in adozione ad una famiglia di
Napoli, il secondo venne dato in adozione ad una famiglia di Pompei e il terzo ed ultimo figlio, cioè
il padre di mia nonna, venne dato in adozione ad una famiglia di Casal di Principe (quelli che poi
sarebbero diventati i nonni adottivi di mia nonna). Tale coppia di nobili stranieri, le cui origini sono
sconosciute (forse erano spagnoli), morì nel naufragio di una nave agli inizi del Novecento.
Quando era piccola, mia nonna ignorava chi fossero i suoi veri nonni. Fu la nonna adottiva a
rivelarle la verità, quando un giorno mostrò a mia nonna una vecchia foto della sua vera nonna. Mia
nonna nella sua ingenuità disse: “Ma questa non può essere mia nonna. Questa è la Madonna,
perché indossa una corona”.
In seguito alla morte della prima moglie a causa del tetano, il mio bisnonno decise di prendere una
seconda moglie; tuttavia tale seconda moglie seguitava a trattare male mia nonna, che considerava
alla stregua di una schiava anziché di una figliastra; per tale comportamento, il mio bisnonno decise
di ripudiare la seconda moglie. In seguito al ripudio, la seconda moglie decise di vendicarsi
raccontando tutto a suo fratello, un criminale che senza pensarci due volte decise di uccidere il mio
bisnonno. L’assassinio avvenne di domenica mattina davanti ad una chiesa di Casal di Principe,
quando mia nonna aveva poco più di dodici anni.
Rimasta orfana, mia nonna crebbe con i nonni adottivi, fino a quando di lei non decise di occuparsi
una nobildonna di Casal di Principe, Maria Corvino, che l’accudì fino alla maturità. Fu proprio tale
Maria Corvino che fece conoscere a mia nonna il futuro marito, cioè mio nonno Borriello Giovanni,
con cui mia nonna si sposò dopo pochi mesi di fidanzamento.
Questo, a grandi linee, è tutto quello che sono riuscito a scoprire sulle origini della famiglia di mia
madre. Probabilmente se non avessi letto il capitolo 49 della Genesi, non avrei mai iniziato tale
ricerca degli antenati e di conseguenza non avrei mai scoperto le mie nobili, seppur alla lontana,
origini.
3.4 Lettore curioso: dalla Genesi all’Apocalisse
Dopo aver letto la Genesi, avrei dovuto continuare a leggere la Bibbia proseguendo con il libro
dell’Esodo. Tuttavia, curioso di sapere “come finiva la storia”, dopo aver letto qualche capitolo dei
Vangeli senza soffermarmici troppo, iniziai a leggere il libro dell’Apocalisse di Giovanni. Ora, il
libro dell’Apocalisse di Giovanni è estremamente complicato da leggere poiché esso racchiude una
serie di rivelazioni ricevute dall’apostolo Giovanni di difficile comprensione (il termine stesso
“Apocalisse” significa “Rivelazione”). Sicché, si può dire che la mia prima lettura dell’Apocalisse,
più che uno studio del libro in questione, mi sembrò più simile alla lettura di un racconto fiabesco
dove bene e male si scontravano armoniosamente tra un versetto e l’altro.
Quando si legge tale libro in questo modo si hanno tre effetti distinti. Il primo effetto è quello di
iniziare ad immaginare tutto letteralmente così come è riportato nel libro. In altre parole se nel libro
si parla di un mostro con sette teste, nella propria mente inizia a prendere forma l’immagine
effettiva di un mostro a sette teste, oppure, se nel libro si parla di quattro cavalieri ognuno con un
cavallo di un colore diverso, nella propria mente inizia a prendere forma l’immagine effettiva di
quattro cavalieri ognuno con un cavallo colorato diversamente, e così via per tutto il racconto.
Il secondo effetto è che si tende a giustificare il comportamento di alcuni personaggi cattivi. Non
perché si è a favore dei cattivi, ma perché, nell’ambito del racconto fiabesco, il comportamento dei
39

cattivi viene visto come qualcosa di inevitabile e anzi addirittura necessario per l’evolversi della
vicenda narrata.
Il terzo effetto che si ha è che, lasciandosi trascinare dal racconto, si inizia a credere che gli eventi
narrati debbano accadere a breve. Nel mio caso, tale terzo effetto potrebbe essere stato solo la
conseguenza della lettura degli scritti di Platone. Secondo Platone le immagini che ci circondano
sarebbero solo un’imitazione di una versione perfetta delle stesse. Tali versioni perfette albergherebbero nella nostra fantasia, le potremmo cioè solo immaginare, e sarebbero esse a costituire la
vera realtà. In altre parole affinché qualcosa risulti reale sarebbe sufficiente immaginarla. Di
conseguenza, tornando al libro dell’Apocalisse, le cose narrate in esso sarebbero dovute accadere a
breve perché io immaginandole le avrei rese reali, le avrei, per così dire, concretizzate con la mente.
E’ inutile dire che il risultato di questi tre effetti fu per me disastroso. Mi ritrovai di fronte ad un
racconto dell’Apocalisse completamente stravolto dalla mia fantasia e convinto che quanto narrato
dovesse accadere così come l’avevo immaginato io. Di tali errori mi sarei reso conto solo in seguito.
Nel paragrafo 3.1, d’introduzione a questo capitolo, ho parlato di come il maligno, chiamato anche
diavolo o Satana, possa cercare di approfittarsi delle persone che si avvicinano alla lettura della
Bibbia senza l’aiuto di una guida, e sicuramente questa rilettura fantasiosa dell’Apocalisse è frutto
dell’influenza del maligno. Ora io potrei dire di essere stato forte e di essere riuscito a resistere agli
attacchi del maligno, ma mentirei. La verità è che, almeno nella prima parte del mio percorso
spirituale, io sono stato influenzato dal maligno, influenza culminata in una delle due visioni
descritte nel paragrafo 4.2 e rispecchiatasi in certi pensieri che la mia mente è arrivata a produrre
(paragrafo 4.5).
3.5 Numeri e colori ovunque: inaspettata utilità della fase dell’ozio
Una tappa obbligatoria del proprio percorso spirituale è comprendere che la Bibbia è un libro che
parla attraverso i simboli. Di questi simboli i più importanti sono i numeri. Sia che essi esprimano
l’età di una persona, sia che esprimano una quantità finita di oggetti o di persone, i numeri sono alla
base della scrittura della Bibbia e di conseguenza la loro comprensione è di vitale importanza per la
lettura stessa delle Sacre Scritture. Non a caso la Bibbia, intesa come l’insieme dei libri che la
costituiscono, fu suddivisa dagli amanuensi in capitoli e versetti numerati e lo stesso antico codice
della Torah è un codice di tipo numerico. Leggere correttamente la Bibbia significa dunque trovare
il giusto collegamento tra i numeri che identificano i versetti che la costituiscono. Alcuni numeri
sono più frequenti di altri, come il 12 o il 7, solo per citarne due.
Ebbene è proprio quando si comprende l’importanza dei numeri presenti nella Bibbia che ha inizio
il vero e proprio risveglio spirituale della persona. In breve ci si rende conto che quei numeri sono
presenti ovunque intorno a noi e che di conseguenza la Bibbia può diventare un libro in grado di
accompagnarci in ogni nostra attività quotidiana, basta saper collegare quel determinato numero al
giusto versetto. Addirittura ai numeri possiamo far corrispondere anche i colori (attraverso le
frequenze dello spettro elettromagnetico), di conseguenza anche i colori che ci circondano possono,
potenzialmente, costituire dei riferimenti biblici.
Nel mio caso, questo tipo di risveglio spirituale lo si è avuto soprattutto grazie alla fase dell’ozio
(paragrafo 2.2). Spesso infatti mi capitava di incontrare dei riferimenti biblici, attraverso numeri e
colori, in film, serie TV o anche cartoni animati. Solo per fare un esempio, basti pensare alla famosa
scena della crocifissione in sala mensa del film “Fantozzi”, in cui Paolo Villaggio, durante la
40

visione della crocifissione, indossa una giacca verde e bianca ed una sciarpa rossa. Impossibile non
notare il riferimento a Genesi 49:11-12.
In verità, va detto anche che, poiché i riferimenti numerici sono presenti praticamente ovunque, se
non si gestisce correttamente questo tipo di associazione tra la Bibbia e il mondo circostante, la
persona in fase di risveglio può risultare estremamente provata dal punto di vista mentale.
3.6 Strani oggetti
Un altro fenomeno che si manifesta automaticamente durante la fase di risveglio è il notare la
presenza di strani oggetti intorno a sé. Questi oggetti sono presenti praticamente in ogni luogo in cui
si mette piede a partire dalla propria abitazione. Per essi è sempre possibile trovare un collegamento
con qualcosa che si è letto nella Bibbia.
Le possibilità sono due: o tali oggetti sono sempre stati presenti nei luoghi in questione ma,
semplicemente, non sarebbero mai stati notati prima dalla persona in fase di risveglio, oppure,
seconda possibilità, essi apparirebbero dal nulla …
La prima possibilità è quella più razionale. Secondo essa tali oggetti, che sono stati sempre presenti,
verrebbero notati solo dopo che la persona in fase di risveglio ha acquisito un determinato livello di
conoscenza di quanto scritto nella Bibbia e non prima di allora. Non ci sarebbe nulla da stupirsi se
fosse così, dato quanto spiegato nel paragrafo precedente. La seconda possibilità è quella meno
razionale. Secondo essa tali oggetti apparirebbero per volere divino, e servirebbero da “guida per il
risveglio” alla persona che ha iniziato a studiare la Bibbia. Questa spiegazione apparirà più
plausibile solo quando si leggeranno i capitoli a seguire.

41

CAPITOLO 4: Chi sono io?
4.1 Diffusione su internet di questa nuova conoscenza
Quando capii l’importanza di quello che stavo studiando, decisi di diffondere questa mia nuova
conoscenza su internet. Per farlo mi servii principalmente della piattaforma YouTube.
In pratica ogni video che guardavo su YouTube lo commentavo. E poiché per ogni video che
guardavo era sempre possibile trovare qualche spunto di riflessione che avesse come base qualche
argomento della Bibbia, il trucco da usare fu semplice: il commento in questione iniziava in modo
generico, attenendosi all’argomento del video, per poi diventare sempre più specifico, portando il
discorso sugli argomenti che mi interessavano, cioè quelli della Bibbia. Feci questo per due o tre
settimane circa. Certo non era molto come tentativo di diffusione di questa mia nuova conoscenza
biblica, ma era un inizio. Era un modo come un altro per far capire che io, Davide Bidognetti,
sapevo di certe cose, e se non fosse stato per gli avvenimenti capitatimi successivamente e che
leggerete nel seguito, avrei continuato su questa strada.
4.2 Le due visioni
Quello che vi apprestate a leggere è il racconto di due visioni che io ebbi nel gennaio del 2018. Non
ricordo il giorno esatto, ricordo solo che erano i primi giorni di gennaio, era sera tardi, verso
mezzanotte, ed io ero appena andato a coricarmi a letto. Prima di addormentarmi ebbi le due visioni
ad occhi aperti.
La prima visione riguarda un simbolo piuttosto ambiguo che è stato protagonista di atroci
sofferenze nel secolo passato, riguarda cioè il simbolo della svastica. La visione iniziò con una
svastica incastonata in un terreno roccioso. Ad un tratto la svastica si liberò dalla roccia,
frantumandola, e iniziò a salire verso l’alto. Mentre saliva, la svastica iniziò a ruotare lentamente su
sé stessa e continuò il suo moto rotatorio fino a raggiungere il cielo. Questa fu la prima visione.
Durante tale visione io fui molto scosso, il battito cardiaco mi divenne tachicardico e fui preso da
sgomento.
La seconda visione seguì immediatamente la prima. Questa seconda visione iniziò con l’apparizione
di sette stelle. Le sette stelle andavano a formare la costellazione dell’Orsa Maggiore. Mentre le
sette stelle si muovevano nel buio apparve una croce latina. La croce era delle più semplici: due assi
appena accennati, uno verticale ed uno orizzontale. Le sette stelle dell’Orsa Maggiore andarono a
posarsi proprio sulla croce per poi iniziare a risplendere di una luce intensa. In quel momento la
costellazione mi apparve come un serpente che si attorcigliava alla croce, senza arrecarvi alcun
danno, come se il serpente dovesse morire sulla croce. Questa fu la seconda visione. Al contrario di
quanto successo per la prima visione, durante la seconda io non fui spaventato, anzi, un senso di
pace e serenità mi avvolse. Dopodiché mi addormentai.
E’ difficile capire perché ebbi queste due visioni. La mia teoria è che esse simboleggino il contrasto
tra bene e male che stavo vivendo in quel periodo. Se ciò fosse vero allora potremmo facilmente
individuarne anche gli autori. In particolare, la prima visione andrebbe associata al male e al
maligno, d’altro canto la svastica nazista è sempre stato un simbolo votato al male e Hitler stesso
era un adoratore del diavolo; la seconda visione andrebbe attribuita invece al bene e a Dio: essa
simboleggerebbe il male (cioè il serpente) che viene messo a morte mediante crocifissione, o
meglio, mediante l’azione purificatrice della croce.
42

4.3 Potrei essere un re?
Dopo aver avuto le due visioni tutto mi sembrava possibile. Io ero molto confuso; da un lato
cercavo di capire il significato delle due visioni, dall’altro ero rimasto molto colpito dalla ricerca dei
miei antenati e dalla scoperta delle mie nobili origini. Detto ciò, passiamo a parlare di un altro
errore al quale sottoposi me stesso involontariamente.
Ho già discusso di come mosso dalla curiosità iniziai a leggere il libro dell’Apocalisse e di come
rimasi affascinato dai racconti in esso contenuti. Ora nel libro in questione si parla di una bestia a
sette teste, ognuna delle quali rappresenterebbe un re. Nel libro (Apocalisse 17:10) viene detto che
di questi sette re “cinque sono caduti, uno è, l’altro non è ancora venuto; e quando sarà venuto
dovrà durare poco”. Tralasciando per ora il ruolo e l’identità della bestia (di cui parlerò nel paragrafo 10.4) è inutile dire che tale racconto ebbe un notevole impatto su di me. Rimasi particolarmente colpito dal fatto che uno di questi re, il settimo per la precisione, non fosse ancora
presente; per esso cioè vi era un ruolo mancante e quindi un posto disponibile.
Spinto dall’entusiasmo, mi convinsi che quel settimo re potessi essere proprio io. Può sembrare
assurdo, ma per lo stato emotivo che stavo vivendo io in quel periodo tale assurdità non venne
notata, anzi, tutto ciò mi apparve possibile. Molto importante mi apparve anche il ruolo del sesto re,
poiché per esso il libro dice che egli è (uno è), come se esistesse da sempre. All’epoca mi convinsi
che il sesto re potesse essere Gesù stesso, proprio in virtù del fatto che il sesto non presenta limiti di
tempo, né per il passato né per il futuro, egli semplicemente è. In seguito, continuando a leggere
l’Apocalisse, capii che questa mia interpretazione era completamente sbagliata, questo poiché la
bestia con le sue sette teste (e quindi con i sette re) era un personaggio tutt’altro che legato al bene e
di conseguenza non aveva nulla a che vedere nemmeno con Gesù.
4.4 Osservato
Verso gli inizi di gennaio del 2018 iniziai ad avere l’impressione di essere controllato tramite
internet. Io avevo scritto diversi commenti sotto i video di alcuni youtubers, e tali youtubers
iniziarono a pubblicare dei video in cui, anche se in modo velato e sottointeso, parlavano di me e
dei miei commenti riferiti alla Bibbia. Fin qui pensai che fosse tutto normale, in quanto i video che
parlavano di me, erano solo una risposta ai miei commenti. In seguito capii che c’era dell’altro.
Iniziai quindi a prendere una determinata abitudine: quando avevo qualcosa in mente che volevo
scrivere, anziché pubblicarla su internet la scrivevo in modo privato aprendo un file Word e
salvando tutto solo sul mio computer. Scrissi diverse cose, tra le quali la storia dei sette re e di come
io mi fossi autoproclamato settimo re. Incredibilmente su internet iniziarono ad essere pubblicati
anche dei video in cui si parlava di quello che avevo scritto sul mio computer privatamente. Tra gli
youtubers che seguivo c’era un massone, di cui ignoro il vero nome ma che in arte si fa chiamare
Francesco Carpeoro, il quale in un video, riferendosi a me, disse che io sarei stato stritolato dal
“cerchio del potere” come capitò ad Alessandro Magno. Il riferimento ad Alessandro Magno era
dovuto al fatto che in quel periodo io ero molto preso dal film “Alexander” di Oliver Stone, che
visionai più volte sul mio computer.
Ormai non c’erano più dubbi per me: il mio computer era sotto controllo, pur non sapendo da parte
di chi lo fosse. Ero impaurito da ciò, ma al tempo stesso mi feci coraggio perché sapevo di essere
nel giusto, e stanco di questa violazione della mia privacy, decisi di fissare un appuntamento con chi
43

teneva sotto controllo il mio computer. Lo feci scrivendo in forma privata su Word il seguente
messaggio (agli inizi di febbraio):
Volevo essere una giusta guida. Una guida pacifica.
Domani verso le 10:30 sarò nella chiesa dell’Annunziata ad Aversa.
Sia che vogliate parlarmi. Sia che vogliate farmi altro.
Incredibilmente qualcuno si presentò per davvero …
4.5 Il re pagliaccio: le bugie hanno le gambe corte
Dopo essermi autoproclamato re fui trascinato in un vortice di peccati senza eguali. La mia mente
era debole ed esposta ai facili attacchi del demonio, che, dopo la visione della svastica nazista,
cercava di mettere radici in me.
Inizialmente, sapendo che il mio computer era sotto controllo, iniziai a scrivere su Word discorsi
coerenti con la situazione. Le domande erano pertinenti e volte ad aprire un dialogo con chi
osservava dall’altro capo del computer. Quando vidi che alle mie domande corrispondevano delle
risposte iniziai a porre domande sempre più precise. Chiesi ad esempio come facessero a sapere
della sordità di mia nonna (questo perché da un dialogo su internet di Francesco Carpeoro intuii che
sapessero del suo handicap) oppure se avessero letto le mie pagelle (quest’ultima domanda non
aveva l’intenzione di sottolineare la mia bravura nelle discipline scolastiche, bensì aveva lo scopo di
capire se avessero a disposizione un mio profilo psicologico come appunto quello riportato sulle
pagelle scolastiche). Fu solo in seguito a questa prima fase di studio che io fui preso da megalomania ed iniziai a scrivere una serie di sciocchezze che non stavano né in cielo né in terra.
Indossai gli abiti e le fattezze di un vero e proprio re pagliaccio che per divertire il prossimo non ci
pensava due volte a raccontare falsità di ogni tipo.
Tra le tante bugie la più clamorosa fu forse quella di fingere di aver accettato la teoria che circolava
su internet secondo la quale Dio fosse solo un alieno. Ogni sera quindi fingevo di essere contattato
da tali presunti alieni e che essi, di volta in volta, mi dessero dei messaggi segreti che io avrei
dovuto passare a chi di dovere. Più precisamente, io avrei dovuto passare le informazioni a chi
teneva sotto controllo il mio computer e loro avrebbero dovuto raccontare il tutto ai loro capi, fino
ad arrivare ai politici più influenti. Mi stavo letteralmente beffando del potere e di chi lo costituiva.
Già in questa fase si può vedere l’influenza che il demonio iniziò ad avere su di me. Nel Vangelo
c’è scritto infatti che bisogna essere sottomessi alle proprie autorità, ed io invece mi prendevo gioco
di loro come se nulla fosse. E’ evidente che non avrei mai scritto nulla del genere se fossi stato
privo della sua influenza. Allo stesso modo mai e poi mai avrei scritto quello che sto per raccontare
di seguito, il peccato più grave, che può essere riassunto come una vera e propria bestemmia contro
lo Spirito Santo.
Nel Vangelo di Giovanni (Giovanni 16:7-15), Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo ai suoi
discepoli e nel fare ciò chiama lo Spirito Santo con il nome di Consolatore. Quando lessi per la
prima volta tale passo del Vangelo io ignoravo che il Consolatore fosse proprio lo Spirito Santo. Mi
convinsi allora erroneamente che il Consolatore dovesse essere una persona, e che questa sarebbe
dovuta apparire sulla Terra per convincere le persone a credere in Gesù e al fatto che grazie agli
insegnamenti di quest’ultimo il principe di questo mondo, cioè il diavolo, sarebbe stato giudicato
per le sue azioni. Mi convinsi anche che il Consolatore dovesse essere una persona inizialmente
44

sotto l’influenza del demonio, che, grazie a Gesù, si sarebbe poi pentita delle proprie azioni per
convincere in seguito le persone a credere nel Messia. In questo modo si sarebbe manifestata,
secondo me, sia la potenza di Gesù sia il giudizio del principe di questo mondo in una sola persona.
Fin qui qualcuno potrebbe pensare che non sussista alcun peccato da parte mia, perché quanto
appena scritto potrebbe essere visto solo come un’interpretazione sbagliata del Vangelo, ma niente
di più. Tuttavia questo ci conduce alla fase successiva, che rappresenta la vera bestemmia. Secondo
le parole di Gesù, il Consolatore rappresenta lo Spirito della verità che viene dal Padre. Ebbene io,
sotto l’influenza del demonio, arrivai ad affermare di essere Satana in persona e che il Consolatore
fossi proprio io; arrivai cioè attraverso la mia persona ad uguagliare Satana con lo Spirito Santo.
Non ci sono parole per descrivere l’assurdità di tale affermazione.
4.6 Incontro: la mattina in cui i cieli tremarono
Come già scritto alla fine del paragrafo 4.4, nella prima metà di febbraio del 2018 (sarà stato tra il 6
e il 7 febbraio) decisi di fissare un incontro nella chiesa dell’Annunziata di Aversa con le entità
oscure che mi tenevano sotto controllo e, come già detto, qualcuno a quell’incontro si presentò per
davvero. Il giorno dell’incontro dovevo sbrigare anche alcune faccende nel dipartimento di
Ingegneria Meccanica e Aerospaziale dell’università che frequentavo (l’entrata di tale dipartimento
si trova proprio nello stesso cortile della chiesa). Erano dunque le 10:00 circa quando arrivai nel
luogo stabilito, deciso ad entrare prima in chiesa e solo in seguito nel dipartimento. Ero sicuro di me
che sarebbe andato tutto bene.
A questo punto accadde qualcosa di incredibile, qualcosa che non potrò mai dimenticare. Proprio
mentre varcai la soglia d’ingresso della chiesa, sentii un boato enorme provenire dal cielo. “I cieli
stanno tremando”, pensai. Fu simile al rumore che si ode quando un fulmine squarcia il cielo
durante un temporale o quando un aereo volando a bassa quota rompe la barriera del suono, solo
che quel giorno il Sole splendeva su Aversa e di aerei che volano a bassa quota in quella zona non
ce ne sono. L’origine di quel boato era ed è per me un mistero, qualcosa che solo il cielo conosce.
Quando entrai, la messa della mattina era finita da poco e gli ultimi fedeli si apprestavano ad uscire
dalla chiesa in silenzio. Arrivato di fronte all’altare mi sedetti su una panca, aspettando che la chiesa
si svuotasse del tutto. Quando mi parve che tutti avessero lasciato la chiesa mi voltai intorno e fu
allora che lo vidi: sulla panca di fianco alla mia stava seduto un signore anziano che mi fissava
probabilmente già da un po’. Avrà avuto sui sessant’anni circa, aveva i capelli grigi e corti e portava
il pizzetto, di costituzione era normale e anche di altezza era nella media. A un certo punto
l’anziano mi rivolse la parola dicendomi che avrei dovuto pregare per i miei peccati, o qualcosa del
genere. Io rimasi impietrito; lì per lì non dissi niente, poi mi feci coraggio, mi alzai e mi avvicinai a
lui. “Lei vuole parlare con me, vero?”, gli chiesi. Lui rispose di sì, si alzò e iniziammo a discutere
insieme.
La prima cosa di cui parlammo fu indirettamente della risurrezione di Cristo, alla quale lui mi fece
capire di non credere. In particolare, io gli dissi che preferivo andare a pregare vicino all’altare,
perché lì c’era un crocefisso in legno al quale ero molto affezionato. Di fronte a questa mia
affermazione lui mi disse una cosa da far gelare il sangue. Disse che io ero molto intelligente e che
avrei dovuto sapere che nel pregare Lui, Gesù, noi pregavamo solo un morto e nient’altro di più. Di
conseguenza non avremmo potuto ricevere nessun aiuto da un morto. Fu scioccante; era chiaro che
quel signore non era un fedele che voleva scambiare due chiacchiere con me, ma era venuto a
quell’appuntamento da me fissato per minare la mia fede.
45


Documenti correlati


Documento PDF manualeofficinaxt660z2008
Documento PDF mg 1 4 introduzione al movimento tattico
Documento PDF vacheron 2015
Documento PDF handbuch manuale
Documento PDF teamviewer manual it
Documento PDF piccolo manuale del talento lettura


Parole chiave correlate