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Gaia Episodio 1 .pdf



Nome del file originale: Gaia_Episodio 1.pdf
Autore: Michela Lonardi

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Episodio 1

Qual è il nesso tra donne e
ambiente?
INTRO: Gaia è il primo podcast italiano che integra ambiente e tematiche di genere. Nasce dalla
necessità di comunicare la disparità di genere nei fenomeni relativi alle crisi ambientali e dare
visibilità all’impegno delle donne nel contrastare i cambiamenti ambientali e mitigare quelli
climatici. Siamo un gruppo di donne con esperienze e vissuti diversi, ma accomunate dalla voglia
di agire per il raggiungimento della parità di genere e per il rispetto dell’ambiente.

VIOLA: La prima puntata di Gaia è dedicata alla scoperta del nesso tra donne e ambiente, i due
filoni che alimentano l’idea del nostro podcast. Donne e ambiente hanno molto in comune,
condividono esperienze fondamentali: basti pensare alla riproduzione della vita, o alle battaglie
in difesa del proprio corpo. Conoscere e comprenderne il profondo legame è fondamentale per
poter creare un mondo più sostenibile e giusto, dove donne e uomini possono vivere in armonia
con la natura, nella piena realizzazione della parità di genere e nel più ampio rispetto dei diritti
umani.
Iniziamo oggi il nostro percorso insieme ad Andrea Grieco, che ci guiderà alla scoperta di questo
importante nesso. Andrea è consulente per la sostenibilità e divulgatore ambientale
specializzato negli SDGS, ovvero gli obiettivi di sviluppo sostenibili fissati dall’Agenda ONU
2030. Da sempre interessato alle tematiche di genere e alla connessione tra violazione dei diritti
delle donne, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile, tra le altre ha lavorato per Amnesty
International Italia e la Vicepresidenza del Governo dell’Ecuador. Attualmente è anche
contributor della start-up editoriale WILL.ITA su Instagram, che vi consiglio di seguire.
VIOLA: Ciao Andrea!
ANDREA: Ciao a tutti e grazie mille per l’invito.
VIOLA: Iniziamo subito e cerchiamo sin da questo momento di identificare il core del
programma. Visto il tuo impegno nel divulgare e lavorare per il raggiungimento degli obiettivi
delle Nazioni Unite dell’Agenda 2020-2030, cosa è per te la sostenibilità e come la si associa al
binomio donne-ambiente?
ANDREA: Questa è una domanda bellissima, da un milione di dollari, ed è poi ciò che sempre
mi spinge nel mio lavoro: partire dalla definizione di sostenibilità. Per me la sostenibilità è
intesa in senso lato, quindi sostenibilità ambientale e sostenibilità umana. Sono quindi due
aspetti che vanno di pari passo e che sussistono in dipendenza l’uno dall’altro. Per quello che
riguarda i diritti delle donne, ovviamente, la sostenibilità è possibile solo quando vi è
uguaglianza di genere e, come dicevi tu, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 20202030 ce lo dimostrano perché inseriscono ben due obiettivi: la riduzione delle discriminazioni
e la parità di genere, quindi effettivamente sostenibilità intesa come piena realizzazione delle
libertà individuali e piena uguaglianza di genere uguale anche sostenibilità ambientale.
VIOLA: Stiamo entrando subito nel vivo del tema: infatti mentre parlavi mi veniva in mente
questa domanda, quindi ti chiedo se puoi centrare ancora di più il tema di questa puntata.
Quello che magari anche i nostri ascoltatori si stanno chiedendo è: che rilevanza che il tema di
1

genere e ambiente al momento in Italia e nel mondo? Si ha spesso l’impressione che se ne parli
maggiormente in relazione ai paesi in via di sviluppo, in termini sia di cambiamento climatico
che di degradazione ambientale, e penso a quelli soprattutto causati dalle grandi aziende, ma è
un tema molto rilevante anche in Europa, negli Stati Uniti, e comunque in altre parti del mondo
considerate “sviluppate”.
ANDREA: Certo, assolutamente. Infatti, l’errore che di sovente si fa quando si parla di
sostenibilità o di tematiche che riguardano anche le violazioni dei diritti umani è associarle ai
Paesi in Via di Sviluppo. In realtà quello che ci dicono tutte le statistiche, anche le ultime, è che
il problema delle disuguaglianze di genere e della insostenibilità dei nostri stili di vita –
insostenibili – riguarda e coinvolge soprattutto quelle aree del mondo che si definiscono
sostenibili. Ad esempio, secondo uno studio della Commissione Europea le giovani adulte
italiane, tra i trenta e i trentacinque anni, sono le più attente all’ambiente, ma d’altra parte le
politiche italiane non sono delle politiche che integrano così tanto le donne all’interno dei
contesti manageriali o anche all’interno della vita pubblica. Ad esempio, una parte
fondamentale della sostenibilità è anche rappresentata dal principio dell’inclusione. Le donne
ad oggi in Italia, ma soprattutto in Europa, fanno ancora fatica ad accedere a posizioni
manageriali. Ad esempio, il 23% occupa solo una posizione manageriale, ed il 3% è
amministratore delegato, o possiede funzioni di vertice. Ti lascio immaginare come questo sia
un numero veramente misero se ad esempio ci confrontiamo con altri stati dell’Europa del
Nord, pensando ad esempio alla Norvegia. C’è poi anche la questione del tempo, e quindi della
retribuzione lavorativa, dove osserviamo che esiste davvero una grande disparità: in primis
nella retribuzione del lavoro tra uomo e donna, ed in secondo luogo nella definizione dei tempi
dedicati al lavoro. Un ulteriore discriminazione ancora più radicata è ad esempio quella che lega
le tematiche di genere ai cambiamenti climatici. Le donne sono subiscono maggiormente gli
effetti negativi del cambiamento climatico o per esempio dei disastri ambientali.
VIOLA: Mi aggiungo a questo per riportare un dato di un rapporto recentemente pubblicato da
UN Women, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere l'uguaglianza di genere
e l'empowerment femminile, che porta alla luce il fatto che donne e bambini hanno una
probabilità di 14 volte superiore di morire o subire delle lesioni in caso di catastrofe naturale 1.
Ad esempio, il ciclone che colpì il Bangladesh nel 1991 causò più di 140.000 morti, con un
rapporto di disparità tra donne e uomini di 14 a 1. Lo stesso è successo con lo tsunami del 2004
nell’Oceano Indiano2 dove il 70% delle vittime erano donne. Eppure, come anche tu Andrea hai
evidenziato, l’apporto femminile nella battaglia contro il climate change è importante. Allo
stesso tempo infatti uno studio citato in un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Diritti Umani mette in luce il fatto che gli stati con più alta rappresentanza femminile
all’interno del proprio parlamento siano quelli che si dimostrano poi più volenterosi
nell’occuparsi delle tematiche ambientali e di ratificare dei trattati sull’ambiente.
Tu come leggi questa molteplice visione della donna, sia come più colpita ma anche come più
resiliente rispetto al tema delle catastrofi ambientali e climatiche?
ANDREA: Sicuramente parto dall’obiettivo 5 dell’Agenda 2020-2030 delle Nazioni Unite, quindi
l’obiettivo dedicato alla parità di genere, e dall’obiettivo 10, che è l’obiettivo dedicato alla
riduzione delle discriminazioni. Il crescente degrado ambientale sta alimentando la violenza
contro le donne. Per esempio, secondo uno studio dell’Unione Internazionale per la
Conservazione della Natura la diminuzione delle risorse naturali su tutto il pianeta, a causa di
crisi climatica, criminalità, deforestazione, inquinamento derivato dalle industrie estrattive, sta
1 https://www.uncclearn.org/wp-content/uploads/library/unwomen704.pdf
2 https://www.brinknews.com/gender-and-disasters/

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esacerbando la disuguaglianza di genere e gli squilibri di potere nelle comunità e nelle famiglie,
che si trovano ad affrontare problemi come la scarsità d’acqua, la scarsità di risorse o anche lo
stress sociale. Detta in parole povere, con le risorse naturali che vengono a mancare,
diminuiscono anche i diritti. Per questo motivo coloro che detengono il potere – che sono per
lo più uomini – possono tenere maggiormente una luce accesa su quelli che sono i diritti delle
donne. Effettivamente poi la connessione è forte, tra donne e ambiente, se pensiamo soprattutto
ai paesi in via di sviluppo, dove le donne sono il core delle società e delle comunità indigene, e
sono quelle più esposte a faccende come quelle domestiche: pensiamo ad esempio alla raccolta
tra i campi e la raccolta dell’acqua. Aumentando ovviamente fenomeni come la scarsità
dell’acqua e di land grabbing, le donne sono costrette a spostarsi, e quindi sono maggiormente
esposte a pericoli di qualsiasi sorta, come le violenze o gli strupri.
VIOLA: Quindi è lecito secondo te dire che includere le donne nei processi di risposta ai
cambiamenti ambientali potrebbe provocare un effetto a cascata estremamente positivo nella
mitigazione di questi processi, il cosiddetto “ripple effect”?
ANDREA: Certo, è lecito e ancor di più ce lo dicono i casi concreti. Penso ad esempio all’ultima
crisi civile che è accaduta in Ecuador l’anno passato, che è stata una crisi nata da grandi
disparità sociali, dove le donne hanno prodotto una rivolta semipacifica, e grazie alle quali si è
arrivati ad una dichiarazione di pace tra manifestanti e governo dello stato dell’Ecuador. Le
donne sono effettivamente agenti di pace e possono aiutare a sensibilizzare su tematiche che
prima erano tematiche più ristrette alla cerchia maschile. Aggiungo che avere un numero
maggiore di donne nei processi decisionali aiuterebbe ovviamente ad abbattere quello che è lo
stereotipo di una società ancora troppo legata all’idea di società definita dagli uomini.
VIOLA: Ti faccio un’ultima domanda Andrea, e vorrei una risposta veramente in un tweet. Una
cosa veramente incisiva e rapida! Se dovessi dare un consiglio semplice, noi come cittadini e
cittadine cosa possiamo fare?
ANDREA: Possiamo fare tante cose perché credo che tutti siamo dei change-makers per prima
cosa. Le priorità sulle quali dobbiamo intervenire e tra le quali dobbiamo anche intervenire nei
dibattiti pubblici o nelle manifestazioni sono innanzitutto il superamento degli stereotipi di
genere, la lotta alla violenza contro le donne e contro il traffico degli esseri umani, la
prevenzione di pratiche nocive per la salute mentale e fisica delle donne ed infine
miglioramento della salute sessuale e riproduttiva anche rispetto al miglioramento dei diritti
riproduttivi. Per quello che poi riguarda l’ambiente, basicamente adottare stili di vita
sostenibili, come ad esempio la riduzione delle plastiche o evitare di sprecare l’acqua.
VIOLA: Grazie mille Andrea per essere stato con noi!
ANDREA: Grazie mille a voi e vi seguirò sicuramente!
VIOLA: Grazie… Noi ora proseguiamo per fare un punto della situazione.

Come promesso oggi ci siamo tuffati alla scoperta della relazione tra donne e
ambiente. Abbiamo appreso che i cambiamenti ambientali, sia naturali che causati dagli esseri
umani, hanno un impatto differenziato su donne e uomini. Infatti, a causa delle loro condizioni
socio-economiche e del ruolo sociale e comunitario che le lega profondamente alle risorse
naturali, le donne sono infatti maggiormente vulnerabili di fronte alle trasformazioni
ambientali. Allo stesso tempo siamo entrati in contatto con un’importante verità, ovvero che le
donne, proprio grazie al loro forte legame con la natura e la loro estesa conoscenza dei bisogni
della comunità, sono agenti di cambiamento fondamentali per la creazione di società più
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resilienti, sostenibili ed inclusive e il raggiungimento del pieno godimento dei diritti umani di
tutti e tutte. Per questo motivo, adottare una prospettiva di genere nell’analisi delle crisi
ambientali e favorire la partecipazione delle donne nelle azioni di risposta ai cambiamenti del
nostro pianeta è fondamentale per l’adozione di soluzioni più efficaci ed il raggiungimento di
un mondo più sostenibile, inclusivo ed equo. Un primo passo in questa direzione può essere
fatto da tutti e tutte attraverso la promozione della parità di genere e la difesa del nostro
ambiente.
E perché non partire proprio informandosi sul tema? Magari con il consiglio che Gaia ha per voi
per approfondirei.

ANGOLO DEI CONSIGLI
Il libro che oggi Gaia vuole presentarvi si chiama “SOLO IL VENTO MI PIEGHERÀ”, pubblicato
nel 2012, ed è un’autobiografia scritta da Wangari Maathai, ambientalista, attivista politica,
biologa keniota e fondatrice del Green Belt Movement, ONG formata da donne provenienti dalle
aree rurali con l’intento di contrastare la deforestazione, lo sfruttamento del suolo e
combattere la disuguaglianza di genere attraverso la promozione del lavoro femminile.
Grazie al movimento creato dall’autrice, dal 1977 a oggi, oltre 30 000 donne delle aree rurali
del Kenya hanno piantato più di 51 milioni di alberi e svolto altre attività connesse allo sviluppo
del territorio e delle sue risorse – come l’apicoltura e la conservazione dell’acqua piovana –
ricevendo un compenso per il proprio lavoro. Nel 2004 l’autrice è stata la prima donna africana
a ricevere il Premio Nobel per la Pace per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile,
della democrazia e della pace.
Ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni della storia del Kenya, Wangari Maathai racconta in
questa toccante autobiografia una vita di battaglie pubbliche e private: l’infanzia in un villaggio,
gli studi negli Stati Uniti dell’era del presidente Kennedy, il rientro in Africa all’indomani
dell’indipendenza, la fondazione del Green Belt Movement, i numerosi riconoscimenti
internazionali. Alla causa ambientale si unisce anche la lotta contro la discriminazione etnica e
sessuale, la fine della carriera all’Università di Nairobi, il divorzio, gli anni bui del governo
autoritario di Daniel Moi, le minacce di morte, il carcere. Fino alle speranze riaccese dalle
elezioni democratiche del 2002, quando finalmente entra in Parlamento.
In pagine intrise dei profumi e dei colori della terra africana, il libro diventa una testimonianza
esemplare che invita a diventare protagonisti di un mondo migliore.

Grazie per averci ascoltato ed avere condiviso il tuo tempo con Gaia. Ci troviamo qui tra due
settimane, sempre di domenica. Nel frattempo, se ti va, puoi seguirci sui Facebook, Instagram e
Twitter, dove sta nascendo una comunità come noi - e come te – che si interessa a Gaia, ai diritti
delle donne e all’ambiente. Puoi scriverci, condividerci la tua esperienza e proporci nuovi
argomenti da affrontare.
Gaia è una cassa di risonanza di cittadinanza attiva e politica, e un punto di riferimento per chi si
interessa a lei. Ci sentiamo presto!

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