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discorso sociale .pdf



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discorso sociale

Sí, certo, sono stufo di questo lavoro. O meglio, sono
stufo della banalità di certi clienti, che, di fatto,
rappresentano la media sociale. Eh, già, perché i beceri
possono anche essere minoritari ma la loro stupidità
assurge a valore sociale, alimenta il conformismo; e si sa
che i conformisti subiscono, non protestano. Un
conformista non direbbe a un cialtrone di smetterla con
le scemenze, no, il conformista rinuncia alla propria
serenità ma non accetta il ruolo di "disturbatore", non
impone la decenza discorsiva,ma piuttosto ingoia.

Il conformismo... Strana attitudine, per una società che
si definisce libera, consapevole, e via cianciando. Ma
libera da cosa, consapevole di che? Spiegatemi un po'
che se ne fa della libertà una persona che basa il proprio
statuto sociale sull'adeguamento alla massa... È ovvio che
per siffatta persona la libertà è un impaccio, giusto? Se
devi accettare ogni scemenza, l'essere libero ti ostacola,
perché la gente libera pensa, critica, sceglie.
E ditemi cosa sceglie il conformista, se egli deve
sorridere a ogni trivialità, se deve annuire alle
farneticazioni, se deve giustificare ciò che detesta se tale
argomento è introdotto da un interlocutore...
Ecco, io - lo ripeto - sono stufo di conformarmi, anzi, di
subire il conformismo eretto a norma sociale. Mi
spiegate perché l'infedele - massí, chi da sposato si
spupazza un'altra - nei discorsi formali dev'essere
giustificato? E perché il disonesto è scaltro purché sia
invitato alla tavolata?
Certo, ragionare cosí vuol dire esser fuori gioco, o
guastafeste, vuol dire che la fidanzata "o ti adegui o ti
lascio", però la masturbazione mi sembra piú dignitosa di
esaltare la vigliaccata di un borghesuccio.

La soluzione c'è, dolorosa, ma c'è: scegliere la propria
autonomia, rifiutare compromessi, stare in solitudine (e
credo che siano ben piú soli quelli che ridono inautentici
alle banalità del capufficio, uniti a persone false come
loro). O si potrebbe cambiare ambiente di lavoro, posti
frequentati da stranieri, cosí non ne conosci la lingua,
vomitino banalità, 'tanto non li capisco.
O un lavoro dove puoi tenerti le cuffie, ascoltare
musica; beh, però ci sono i colleghi, i dirigenti, i servilismi
per un euro di aumento. Ditemi voi, cosa fareste?
Scrivetemi i vostri consigli su Facebook.

tieni duro
ti capisco
sono anch'io nella tua stessa situazione
I commenti su Facebook sono cosí, solidali. Ma scusate,
se la pensate allo stesso mio modo, perché il
conformismo dilaga? Ho voglia di digitare una faccina.

scelta coraggiosa

Nella stradina sta passando tantissima gente, ed ho
paura di incontate qualcuno che conosco. Ho scelto un
quartiere distante dai miei giri consueti, ma l'imbarazzo è
alimentato da un discorso probalistico, perché non
dovrebbe passare un conoscente, un collega, un vicino?
Strana cosa, l'imbarazzo; non mi vergogno di tradire mia
moglie, mi vergogno di farlo per via mercenaria. La
decisione mi è giunta dopo aver scelto di passeggiare in
queste vie equivoche, cosí, per curiosità, per desiderio di
attività fisica, desiderio stemperato da pigrizia borghese
e da conformismo.
Essí, perché se vai a camminare in campagna, su
sentieri, ci vuole l'abbigliamento giusto, lo zaino di
marca, e poi certe uscite si fanno in gruppo. Invece, una
passeggiata urbana non impegna, scopri l'angolino
curioso, il negozietto di tendenza. Mi sono immerso in
quest'angolo di città con una paaseggiata breve e
distensiva, ho visto il baretto di biscazzieri, insomma, un
po' di diversità, ma tranquilla, senza quelle scosse
emotive che certe diversità potrebbero comportare.

E poi, certo, vedevo anche loro, quelle ragazze di
malcostume; ma la mia educazione solidamente piccolo
borghese mi veniva in soccorso, subordinanto la brama
per le cosce accavallate al disprezzo per l'indecoroso. Le
guardavo, e m'ingegnavo a classificarle negli schemi della
rozza sociologia impiegatizia. Cosí, una ragazza è in
strada perché incapace di integrarsi nella società, l'altra è
straniera, l'altra è di famiglia sbandata. Ma il rigore
analitico si scontrava con la sensorialità, e lo sappiamo, i
sensi non contribuiscono all'opulenza dei consumi, alla
frenesia del lavoro produttivo. Gli occhi cadevano sugli
accavalli, su quei collant ora a rete, ora a tinta unita, ma
impreziositi da pois che esaltano la morfologia delle
gambe. Certo, sono luridi strumenti di seduzione, di
mercificazione dell'amore, però mi sovveniva la vista di
colleghe d'ufficio, di oneste lavoratrici, che vengono al
lavoro anch'esse scosciate, sbottonate nelle camicette,
generose di gambe larghe offerte ai superiori.
E ciò minava le mie (superficiali) convinzioni. Presi a
guardare le ragazze di strada con maggior interesse,
sbirciai i seni floridi ed eccitanti; rispondevo agli inviti col
sorriso, gli occhi mi cadevano impudichi su ogni spazio

lasciato libero dai vestiti.
Ho provato a rinforzare la mia appartenenza sociale
frequentando gruppi di discussione, ascoltando
improbabili teatri, ma ero là con la testa, in quelle vie
lussuriose, odoranti di libertà, di orina e soprattutto
profumate da loro, dalla loro cosmesi enfatica.
Mi sono informato sulle tariffe, l'ho fatto con
discrezione, chiedendo a persone fidate, e sono qua,
stordito dalla prorompenza d'un seno tra cui gioire; sono
imbarazzato, come ho detto, ma mi sembra che il denaro
da spendere assuma un senso vero, libero dalle
buffonate piccolo borghesi. Sí, il borghese consuma, o
investe; invece, in questo caso i soldi acquistano corpi da
leccare, da accarezzare.

freschezza

Il bisogno d'aria fresca è un valore tipico della nostra
società. Se ne sente il bisogno in conseguenza
dell'oppressione fisica del cemento, dell'asfalto, delle
automobili, e c'è anche un desiderio d'aria fresca di tipo
morale. Questo consiste nel voler fuggire da un'altra
saturazione, quella verbale. I discorsi di massa risultano
altrettanto ingombranti e tristi dei palazzoni.
Queste riflessioni stuzzicano la riflessione di Mwanko,
gambiano venuto a vivere in Italia; un buon lavoro,
amicizie, tranquillità. Eppure, la sensazione dell'aria poco
fresca. Mwanko l'ha attribuita al passaggio da una
nazione ad un'altra, l'ha tenuta per sé, imbarazzato
all'idea di avanzare pretese nella comunità di
accoglienza. In realtà, il gambiano, lo abbiamo detto, non
ha problemi di integrazione, parla una lingua migliore di
parecchi italiani, lavora. E il bisogno di freschezza lo
opprime.
Prova con un ventilatore. Certo, lo può attivare solo nel
suo appartamentino, e la ventola gli dà ristoro, però per
strada e al lavoro l'aria si manifesta d'una grevità
fastidiosa; e c'è anche il problema dei discorsi, cosí
banali, cosí inquinanti... Una passeggiata gli fa scoprire

un negozietto di oggetti curiosi; vede un piccolo
ventilatore manuale, lo acquista, se lo fa vorticare sul
viso, ma il sollievo è frustrato da un gruppo di impiegati
ululanti sciocchezze.
La mountain bike sembra una gran soluzione:
escursioni in campagna, pedalate per andare al lavoro,
benessere. Mwanko è soddisfatto e, anzi, migliora la sua
bici collegando a una dinamo il piccolo ventilatore.
Un'altra dinamo alimenta l'autoradio, presa nell'usato; la
musica copre i discorsi banali. La bicicletta luccicante di
accessorî gratifica Mwanko; certo, la pedalata s'è fatta
impegnativa, travdinamo e oggetti, ma la libertà,
scherziamo?, è impagabile. E strumenti si aggiungono al
ventilatore e alla radio; un minifrigo per dissetarsi, un
borsone per cambi d'abito... Certo, il volume della
bicicletta si fa grande, ci sono difficoltà nelle scale di
casa. Una carrucola alla finestra risolve il problema.

alla scoperta delle proprie emozioni

La radio non "prende"; ruoto la manopola e
"wwwwwssssss..........sssswwww". Un po' di musica mi
ottunderebbe l'audiolibro di mia moglie, il suo annoiato
corso d'inglese; the bottle is on the table, didattica di
deficienti che reputano deficienti anche gli allievi. E
macché, "ssw......", qualche parola biascicata, e rumore
gracchiante di canali che non sono baciati dalla nitidezza
di segnale.
La musica, di fatto, mi distrarrebbe anche da
un'inquietudine piú significativa del corso di inglese.
"Sara", distrattamente a mia moglie, "giochiamo a
ramino?"; "sta' bravo, sono impegnata coi verbi!".
E cosí approfitto del suo amore per lo studio per dirvi
dell'inquietudine. In poche parole... sí, ho scoperto che...
che... mi piacciono gli uomini, anche gli uomini. Colpa
delle corsette col mio collega, in quella campagna fiorita
ma solitaria. Egli, il collega, si ferma per un bisognino. Si
abbassa tuta e mutande, tutto normale, tra uomini; ma
l'occhio mi cade casuale sul suo pene, e uno stimolo mi
scuote, mi vedo col suo organo in mano, poi in bocca.
Rido tra di me, continuiamo a correre, ci salutiamo,
arrivo a casa.

Sara mi accoglie, l'appartamento è odoroso di
conformismo, "gioia, la corsa mi piace", ma le mie parole
sono circondate da immagini falliche, da turgori
esagerati. Provo paura, Sara non la coglie; "preferisci
correre su asfalto o su sentiero?", io cerco di stordirmi
fissando la TV. Anche in salotto mi trovo avvinghiato a
idee erotiche centrate su penetrazioni tra maschi, penso
- spero - in uno sbandamento, chessò, le bollette, e mi
sforzo di reagire. Decido di fare l'amore con mia moglie,
"sei bella, vieni qui", quasi le strappo la vestaglia, la
stringo, e negli schizzi orgasmici urlo, ma capisco che è
un urlo per sentirmi "normale". Sí, voglio essere etero,
perché so che l'uomo, per essere ben visto da amici e
colleghi, deve amare femmine. E capisco, grazie al grido
con cui ho accompagnato lo sperma, che il sesso è
convenzione sociale. Sí, certo, quale amore, quale
godimento, qui parliamo di ruoli, di carriera, di facce da
esibire in ufficio.
La mia preoccupazione riguarda il modo e il possibile
dolore. Lo metto io, lo ricevo, o uso la bocca? Le riviste
non mi aiutano, loro sono abituati, si frequentano,
entrano in confidenza, sanno come agire; passo davanti a

locali cosiddetti gay, frequento giardinetti dove gli
uomini si cercano tra loro. E un'occhiata vogliosa mi
raggiunge! L'emozione, travolgente, mette in moto la
paura, cosí mi alzo, faccio per andarmene... ma se voglio
vivere il mio erotismo devo rimanere.
Si chiama Patrick, professorino timido, capisce le mie
emozioni, è dolce, "e tu ami leggere, ascolti musica? A
me piace ascoltare, anche le persone". Sono tranquillo, e
soprattutto coraggioso. Mi invita a fare una passeggiata,
e conversando arriviamo a un boschetto; prendiamo un
sentiero, scavalchiamo un frigorifero, stiamo attenti a
non calpestare escrementi, si ferma, sorride, mi
accarezza, sbottona i miei pantaloni.
"Sara, stai migliorando con l'inglese"; la leggerezza
delle labbra di Patrick mi regala fiducia e comprensione,
mi fa capire che il banale è esso stesso convenzione
sociale.

commenti sui social

I commenti su Facebook danno un'immagine
significativa sull'individualismo dei cittadini della società
di massa. In effetti, il web è - o dovrebbe essere - il regno
della condivisione, del confronto, dell'apertura all'altro.
Di fatto, invece, le persone trasferiscono in rete la loro
ristrettezza relazionale, tipica della solitudine
consumistica. Il rapporto sociale è un conato che resta lí,
frustrato da paure, da un egoismo povero, frutto di
relazioni mercificate.
E cosí anche Facebook subisce questa impronta. Il
commento potrebbe essere confronto, discussione,
certo, anche vibrante, invece chi lscia la propria opinione
su questo social network scrive per affermare una
personalità stagnante e incapace di discussioni fluide.
Possiamo notare, leggendo un po' di commenti, che
essi delineano alcune tipologie caratteriali, tutte centrate
sull'affermazione di idee chiuse, potremmo dire
dogmatiche. C'è, ad esempio, il convinto politico; questi
sentenzia, anche in modo dialogico, ma crede di sapere
cos'è giusto (la sua fazione) e cosa sbagliato (gli altri). E
gli altri di solito sono indicati con "voi" anche se il

commento riguarda un singolo, perché il convinto crede
che tutti gli altri pensino la stessa cosa, quella cosa che
lui attribuisce loro.
L'indignato è chi scarica astio moraleggiante sfruttando
notizie per urlare il proprio ipocrita senso civico. È facile
notare che l'indignato non vive un vero respiro etico
perché egli sbraita solo per la superficie dei fatti, cioè per
il loro aspetto emotivo, e non ne coglie motivazioni
sociali e politiche, ciò che gli imporrebbe una
partecipazione civile, ben piú impegnativa del piagnisteo
via web.
Il sigillante appone un commento a qualsiasi post; i suoi
commenti sono di solito brevi, affermativi ed elogiativi,
talvolta espressi con faccine. La sua partecipazione a
Facebook non implica astio né supponenza, è mossa da
un isolamento relazionale senza livore.
Eppure, il web e Facebook possono favorire il
confronto; per provare, si deve cercare di agire - e
scrivere - in modo autonomo.

dolcezza

Amo quel sorriso, cosí dolce e delicato. E ovviamente
amo anche Caterina, che di quel sorriso è autrice, grazie
al suo viso semplice e luminoso, al suo carattere gioioso.
Caterina studia nella facoltà universitaria situata
nell'edificio a fianco del palazzo nel quale possiedo un
appartamento. E devo dire che quella ragazza, dolce e
sorridente, dà un colore nuovo e piú intenso al mio
consueto compitino sociale di occupazioni, lavoro, spesa,
discorsi banali nel baretto.
Quant'è bella, di una bellezza elegante, la cui
esuberanza del corpo si manifesta libera da volgarità
(certo, il corpo di Caterina è ben fatto, e gli abitini lo
contornano come foglie esaltanti il fiorire cromatico
dell'orchidea di campo; tenerezza e sensualità si
abbracciano in equilibrio)! E mi rendo conto che
desidero quella ragazza, anche se, a ragionarci, il
concetto di desiderio appare troppo inzuppato di
caratteri belluini; desiderare mi suona come di maschio
ottuso che brama carni staccate dal sentimento. Eppure,
quelle braccia scoperte al bacio del tepore sono proprio

invitanti.
Esco dal portone per andare in ufficio e lei è lí, presa a
raccogliere fogli di appunti che le sono caduti; mi
avvicino, mi piego a sollevare una fotocopia vicina a me,
glie la offro, "grazie, molto gentile. Lei abita nel
palazzo..." Sorrido imbarazzato, piú che altro stupito del
fatto che lei mi abbia notato, che addirittura sappia dove
abito. "Sí, abito qui. Lei, invece, frequenta la facoltà...".
"Cate, ciao, sempre piú figa!". Un figuro antropomorfo si
è avvicinato a noi e, vomitata la sua volgarità, cinge la
vita della ragazza, fa per tirarla via. Lei lo fissa, guarda i
miei occhi, gli misura un calcio senza colpirlo. "Vattene,
cretino", e rivolta a me "scusi, sa, io non tollero la
volgarità, eppure certi cretini...".
Mi sento felice, non è andata via con il rozzone. "Stia
tranquilla, tra giovani funziona anche cosí...". Lei mi
scruta, i suoi bei lineamenti esprimono delusione, "non
mi dica che lei approva il maschio dominante". Mi sta
impegnando a discutere, a ragionare sulla sessualità,
sull'essere uomo, sull'approccio amoroso. " Scherza,
signorina, io detesto i comportamenti come quello che
lei ha... subito, sa.... ". Ride d'una risata fresca, mi saluta

e corre verso la facoltà.
Sono fuori del mio portone, aspetto che Caterina passi;
stringo un mazzolino di fiori, pudicamente coperto da
alcuni fogli. Sono convinto del mio agire, perché se anche
ho potuto valutare il suo carattere solo con poche parole
scambiate, ho deciso che lei è la ragazza giusta per fiori,
sensibilità ed emozioni.
La vedo avvicinarsi, scosto i fogli dal mazzo di fiori, lei
cammina, una ragazza le va incontro, la abbraccia, si
baciano sulla bocca, e mano nella mano vanno in facoltà.
In ufficio lavora una collega che ama i fiori. Le offro il
mio mazzo, so che lei lo accetta senza preoccupazioni, lo
esibisce sulla scrivania; io mi dedico alle telefonate di
lavoro.

relazione

L'acqua esce dal rubinetto, ne bevo qualche manata.
Vorrei dire a mia moglie che sono stufo, vorrei
comunicarle il mio desiderio di cambiare, ma lei è cosí
presa dal suo ruolo sociale che ogni tentativo di derogare
alla norma la lascia indifferente. Anzi, mi guarda in modo
strano, con lo sguardo di chi vuol rimettere in ordine
qualcosa di fuori posto, ad esempio un centrotavola
eccentrico rispetto all'alzatina.
Eppure, la mia voglia di cambiamento è di poca
ambizione, mi piacerebbe, che esempio fare?, la
passeggiata, il viaggetto breve, il cinema; mi sembra di
essere parsimonioso di esigenze. Ma la signora, figurati,
vive presa da geometrie sociali, da spoverii di mobili, da
scansioni televisive; già, mia moglie è tetragona
all'entusiasmo (tetragono, vocabolo che ho letto in un
articolo, e mi piaceva usare).
Specifico che anch'io non sono campione di iniziative, e
l'asse biliardo - bar - campionato di calcio mi rilassa, mi
dà sicurezza. Ciò nonostante, ecco, tra una bocciata e un
rigore a vantaggio dei soliti squadroni un'iniziativa
diversa non ci starebbe male, mi sembra.

Ho inondato la casa di opuscoli su località turistiche,
mare, campagna, montagna, ho sussurrato titolo di film
che lei, ovvio, "lo trasmette la TV", quello schermo
troneggiante in salotto, col telecomando che permette di
togliere polvere passando dallo sceneggiato al reality...
Tutta questa banalità dovrebbe scuotere le persone,
credo che la gente dovrebbe riflettere sulle possibilità di
gioia trascurate; mi viene da credere che molti uomini
scelgano di non pensarci, il rifugio del banale risulta
confortevole, fa scambiare per impegno le azioni piú
stupide.
Decido di cercarmi un'amante, non per sesso, certo, ma
sperando in una scossa emotiva, sento il bisogno di cose
stimolanti. La commessa del negozio mi fissa con
interesse, mi sorride; vive sola, è piacevole, coi riccioli
simpatici e invitanti. Ci salutiamo, soliti discorsi e stiamo
passeggiando senza essercene accorti, "io abito lí", mi
dice, e il suo bel corpo ha già in mano le chiavi del
portone. Sono eccitato, in senso erotico, certo, ma
soprattutto per il desiderio di iniziative, di cose fresche
Apre la porta dell'appartamento, illumina il vano con
l'interruttore, va allo schermo televisivo, lo accende.

Metto la mano in tasca, trovo un opuscolo della riviera,
"bella casa, scusa, scappo", lei mi guarda fra lo stupito e il
deluso. Mi trovo in strada, davanti c'è un bar con il
biliardo.


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